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Miscela Strategica – Il più popoloso tra gli Stati della regione, situato nel suo cuore ed alla ricerca di una posizione internazionale indipendente e di peso, l’Uzbekistan deve far fronte a serie sfide alla propria sicurezza. In un nuovo e precario contesto regionale le risposte che Tashkent saprà dare avranno ricadute anche per i suoi vicini.

Mappa dell'Uzbekistan | CIA The World Factbook
Mappa dell’Uzbekistan | CIA The World Factbook

PROBLEMI DEMOGRAFICI ED ETNICI – La situazione che si presenta è per certi versi paradossale. Da un lato l’Uzbekistan è etnicamente composito (gli uzbeki rappresentano il 77% circa della popolazione), ma le minoranze sono numericamente ridotte (russa, tajika, kazaka, karakalpaka e tatara le più rilevanti) e soverchiate dall’etnia uzbeka, la più numerosa in tutta l’Asia Centrale. Tuttavia esistono aree del Paese dove queste minoranze arrivano a rappresentare maggioranze relative, creando così frizioni. Queste sono rese più numerose ed intense da un panorama economico stagnante e dalla mancanza di tutela per le minoranze. Una crescente retorica nazionalista in ognuno degli Stati della regione contribuisce all’inasprimento dei rapporti tra le comunità, portando così a tensioni più o meno latenti e a sempre maggiori episodi di scontro. Dal punto di vista etnico, l’area più sensibile dell’Uzbekistan è il Karakalpakstan. Repubblica autonoma nel Nord-Ovest uzbeko, Nukus (la capitale della repubblica) vide riconoscersi il diritto a secedere tramite referendum da un trattato di durata ventennale firmato con Tashkent nel 1993. Concepito per sedare le spinte indipendentiste karakalpake emerse allo scioglimento dell’URSS e fissare le autonomie locali (ben poco rispettate), il trattato è terminato nel 2013 nell’indifferenza del governo uzbeko. Da qualche tempo, e specie a seguito dei fatti in Ucraina, nella regione è tornata a farsi sentire la causa indipendentista. Il Karakalpakstan è abitato per il 33% da karakalpaki, così come da un’uguale percentuale di uzbeki. Va riconosciuta la mancanza di chiarezza circa le prospettive in caso di successo della causa: all’ipotesi di uno Stato indipendente che fondi la propria prosperità sui giacimenti di risorse, va aggiunta quella, avanzata da alcuni, di un’unione al Kazakhstan, etnicamente e linguisticamente molto più prossimo. Quest’ultima prospettiva dovrebbe però considerarsi remota, considerato l’impatto che un tale precedente avrebbe per certe regioni del Kazakhstan stesso. A prescindere da queste prospettive, su tutto domina l’ombra dell’orso russo, che si teme possa sfruttare il separatismo karakalpako per tenere a bada Tashkent, da sempre alla ricerca di una posizione di primo piano nella regione e per questo recalcitrante alle iniziative ed al ruolo di Mosca (come testimonia la partecipazione a fasi alterne alla CSTO – Collective Security Treaty Organization). Ulteriore area che desta timore, questa volta per le mere dinamiche demografiche, è la Valle di Fergana, definita il cuore dell’Asia Centrale. Qui vive una larga fetta della popolazione e proprio la sostenibilità demografica è alla base dei problemi; a questo si sommi una condizione economica e sociale difficoltosa in un ambiente sempre più degradato. Il rischio è che a fronte di questa situazione il malcontento sfoci in episodi violenti, come del resto è già avvenuto. Il caso più noto e rilevante è forse quello delle rivolte ad Andijon nel 2005, quando le autorità sedarono nel sangue le proteste della popolazione, portando alla morte di diverse centinaia di persone.

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I TRAFFICI ED I CONFINI – A costituire un ulteriore fattore di instabilità per il Paese è la questione del traffico di narcotici che attraversa il Paese. Il territorio di Tashkent è infatti percorso dai narcotici afghani, diretti verso la Russia. Oltre che per il consumo tra la popolazione, le droghe sono un problema in quanto importante fonte di introito della criminalità organizzata, spesso collegata anche ad organizzazioni islamiste che fanno del traffico fonte di finanziamento per le proprie attività. Nonostante i diversi sforzi, la compiacenza di taluni funzionari e soprattutto la permeabilità dei confini permettono la sopravvivenza e la floridità del fenomeno. Ma in Uzbekistan i confini rappresentano una seria minaccia anche per le relazioni con i vicini. La demarcazione è incompleta su più fronti e le enclavi uzbeke in Kyrgyzstan rappresentano ostacoli difficili da sormontare per la soluzione della vicenda. Tutto ciò ha portato a diversi incidenti di frontiera, e tra comunità e tra le stesse forze di frontiera, portando all’irrobustimento delle posizioni delle forze presso i confini.

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RADICALISMO ISLAMICO – Nel quadro sopra delineato si può comprendere come trovi facile presa il radicalismo islamico. Tra le popolazioni dell’Asia Centrale, quella uzbeka è tra le più ricettive al messaggio islamista. Il fenomeno nel Paese ha origine già negli anni ’90 con l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), gruppo che condusse alcune azioni tra i confini di Tashkent, Bishkek e Dushanbe, per poi spostarsi verso l’Afghanistan ed il Pakistan sotto la pressione della repressione governativa. A tutt’oggi l’Uzbekistan, così come accade per gli altri Stati della regione, è nominalmente quartier generale di diversi gruppi, sebbene questi agiscano poi in altre aree, come appunto l’Afghanistan, il Pakistan od il Medio Oriente. I più recenti sviluppi indicano che un numero di uzbeki, nell’ordine delle centinaia, si è diretto all’estero per unirsi alle fila dello Stato Islamico, giungendo a formare intere unità composte da etnici dell’Asia Centrale. Attualmente le attività dello Stato Islamico non possono rappresentare una diretta minaccia a Tashkent, coinvolto com’è su altri fronti. Tuttavia i foreign fighters dell’Asia Centrale sono pericolosi nel momento in cui, rientrati in patria, possono attuare opere di destabilizzazione e propaganda. E ciò è tanto più vero se si considera che gli episodi di sensibilità alla propaganda di Daesh si sono già registrati, come nel caso, avvenuto nell’agosto del 2014, di una bandiera dello Stato Islamico comparsa su un ponte della capitale uzbeka. Ma la minaccia islamista all’Uzbekistan proviene anche dal nuovo contesto regionale emerso dal termine delle operazioni occidentali in Afghanistan. Ciò che si teme è che una rinnovata instabilità afghana abbia effetti di contagio anche in direzione dell’Asia Centrale, ed il confinante Uzbekistan sarebbe tra i primi a soffrirne. Per contrastare tutto ciò, oltre alla continua ed indiscriminata repressione governativa, sono messe in atto diverse iniziative anche regionali. Avendo l’Uzbekistan sospeso la propria partecipazione alla CSTO, restano di rilievo le iniziative in seno alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). Tra queste vi è il RATS (Regional Anti-Terrorist Structure), di base proprio nella capitale uzbeka, ed il cui compito è la condivisione di informazioni tra Paesi su ogni attore, di rilevanza regionale, nazionale o locale, che rappresenti una minaccia alla sicurezza nell’area della SCO. Degna di nota è l’attività uzbeka direttamente in Afghanistan. In una serie di incontri avvenuti nel 2014, Abdul Rashid Dostum, vicepresidente afghano e capo della comunità uzbeka in Afghanistan, ha visitato anche Tashkent. L’intento del governo uzbeko potrebbe essere quello di sfruttare il collegamento etnico, con appoggio materiale in contropartita, per creare una zona cuscinetto a ridosso del confine uzbeko contro l’attività talebana.

DEGRADO AMBIENTALE – A rappresentare una minaccia per l’Uzbekistan è anche la situazione ambientale. Il Paese è pesantemente affetto da problemi dell’ambiente, che incidono sulla sostenibilità di alcune attività economiche (come ad esempio la coltivazione del cotone) e sulla salute dei cittadini. La pessima gestione delle risorse idriche della regione ha portato all’inaridimento ed inquinamento di diverse aree, in Uzbekistan sono in particolare due. La prima, e più nota, è ancora una volta l’area del Lago d’Aral, ormai completamente prosciugato. Ad essere causa di ciò è la cattiva gestione del corso dei due principali fiumi dell’Asia Centrale: l’Amu Darya ed il Syr Darya. L’Amu Darya scorre attraverso il Tajikistan, l’Afghanistan, il Turkmenistan ed infine l’Uzbekistan. L’attuale diminuzione della portata è dovuta alle numerose opere dell’uomo, che non di rado hanno generato e continuano a generare frizioni tra gli Stati. La più nota è la diga di Rogun, in Tajikistan, ma sono molte anche le opere di canalizzazione (come il canale di Karakum in Turkmenistan) che incidono in maniera sostanziale. In Uzbekistan, lungo il corso del Syr Darya, sono invece diffuse le coltivazioni di cotone che richiedono un grande quantitativo d’acqua sono spesso condotte con pesante uso di prodotti chimici e senza razionalità nell’utilizzo delle risorse idriche, fattori che si sommano con le opere nel tratto superiore (specie per la produzione di energia idroelettrica). In aggiunta, anche la Valle di Fergana, attraversata dagli affluenti del Syr Darya, è soggetta a grandi problemi di degradazione ambientale, le cui cause sono le medesime di cui sopra.

Matteo Zerini

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

La questione della successione alla presidenza della repubblica è un altro fattore importante per la sicurezza dello Stato. Come in altre nazioni vicine, l’Uzbekistan è stato retto sin dalla propria indipendenza da un unico uomo, Islam Karimov. Non è noto chi gli succederà ed il pericolo è che l’incertezza sulla successione generi lotte nell’élite o faccia affiorare rivendicazioni tra la popolazione che potrebbero degenerare in violenza diffusa. Il 29 marzo si terranno le elezioni presidenziali, ma il risultato è già scritto nonostante la costituzione uzbeka vieti che chiunque occupi la posizione per più di due mandati consecutivi.

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Foto: General Frank Grass

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