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lunedì 6 Aprile 2020
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    Ruanda: insegnare il genocidio vent’anni dopo

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    Il moderno Ruanda affronta il problema di insegnare il genocidio alle nuove generazioni, riscrivendo i libri di storia in un Paese diviso tra bisogno di giustizia e volontà di riconciliazione

    LA DIVISIONE LEGITTIMATA DAI LIBRI DI STORIA – Nell’Aprile del 2013, con un discorso ufficiale in occasione della commemorazione del genocidio, il presidente del Ruanda Paul Kagame ha ribadito il ruolo fondamentale che  l’insegnamento della storia ha nel processo di ricostruzione di una memoria nazionale. A detta di molti storici e dello stesso Kagame, la storia sociopolitica e il sistema di valori insegnati durante il dominio belga hanno avuto un ruolo determinante nella fomentazione dell’odio inter-etnico. I manuali di storia del periodo coloniale e post-coloniale dipingevano il Ruanda come un Paese diviso da sempre in tre caste etniche: gli Hutu, i Tutsi e i Twa, ciascuna con le sue peculiarità economiche e sociali, e ciascuna con una sua origine. Tale divisione era visibile in molti aspetti della società, e le tensioni etniche culminarono con il tristemente noto genocidio del 1994, dove 800.000 tra Tutsi e Hutu moderati furono massacrati a colpi di machete dalle milizie Hutu.

    IL GENOCIDIO COME TABÙ – Nel decennio successivo al genocidio i ruandesi hanno cercato di sostituire il precedente sistema di valori fondato sul settarismo con un nuovo sistema che promuovesse l’unità nazionale, e a tal proposito nel 1995 venne riunito un comitato di esperti con il compito di analizzare il problema dell’istruzione post-genocidio. Tenuto conto che la scuola e l’educazione non avevano saputo evitare il conflitto, anzi ne erano stati promotori, i libri scolastici andavano totalmente riformati. Di conseguenza si decise di interrompere temporaneamente l’insegnamento della storia nelle scuole, in attesa di una riforma del programma. Era il periodo in cui il genocidio era diventato un tabù, e gli insegnanti incontravano numerose difficoltà a trattare un tale argomento con le loro classi. Gli alunni erano per la maggior parte orfani o avevano perso dei familiari, e spesso condividevano la classe con i figli dei miliziani Hutu. Alle difficoltà sociali si univano anche difficoltà linguistiche: per gli Hutu era più appropriato parlare di guerra civile; per i Tutsi e tutti gli altri di pulizia etnica.

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    LE RIFORME DI KAGAME E LA STORIA MODERNA – Vent’anni dopo il conflitto la situazione in Ruanda è notevolmente migliorata, sopratutto grazie all’intervento del presidente Paul Kagame. Nel 2008 Kagame ha introdotto numerose riforme costituzionali volte a rompere i tabù sociali. Per la prima volta in atti ufficiali è stata introdotta una definizione di “genocidio dei Tutsi” in kyniarwanda, la lingua autoctona ruandese,  e sono stati istituiti memoriali in tutto il Paese. Per ciò che riguarda la scuola, la nuova politica della memoria promossa nel 2008 mira a elaborare il trauma del genocidio e a riconoscerlo come un aspetto fondamentale della storia del paese. Tuttavia nelle scuole odierne la storia è insegnata sommariamente. Il periodo storico trattato è relativamente breve, in quanto non copre l’intera storia del Ruanda, ma il lasso di tempo di una decina d’anni, ossia di una generazione precedente al genocidio. Gli alunni della scuola secondaria ricevono un’educazione di storia pari a circa otto ore a settimana, totalmente dedicati al periodo tra il 1970 e il 1994. I giovani che invece seguono un corso approfondito di storia al liceo ricevono un’educazione di quattordici ore settimanali, che consacrano al periodo della guerra e del genocidio. C’è da aggiungere che le nuove generazioni, nate quasi tutte dopo il massacro, non studiano da nessun libro di testo, perchè i manuali di storia ritirati nel ’95 non sono stati rimpiazzati. Gli insegnanti possono solo seguire delle direttive ministeriali,  con le quali vengono incitati a trattare per grandi linee il  genocidio, a far vedere alla classe dei film istruttivi sul tema e a sottolineare l’atrocità e l’irripetibilità di un tale evento. Tutto ciò pone ovviamente grandi responsabilità e fiducia nel ruolo degli insegnanti, che potrebbero essere spinti a raccontare versioni arbitrarie degli eventi.

    CIÒ CHE RESTA DELLA STORIA DEL RUANDA – L’istituzione di un Centro di ricerca e Studi sul Genocidio e la creazione di un master universitario in Genocide Studies sembrano completare la politica della memoria voluta da Kagame. Tuttavia, il nuovo sistema scolastico si sofferma più sul genocidio che sulla storia comune del Paese e, cosa di non poco conto, le lezioni di storia sono impregnate di patriottismo, in quanto sottolineano che il genocidio è ormai parte del passato e che ogni forma di revisionismo è da proibire. Il Ruanda, che ad oggi è un paese che gode di discreta stabilità politica ed economica, deve soffermarsi sull’insegnamento dei valori dei diritti umani e dell’uguaglianza, e sopratutto deve riconoscere gli errori commessi dagli storici precedenti, che alternativamente demonizzavano o vittimizzavano la popolazione Tutsi, e chiarire le varie ombre ancora oggi presenti sul passato. In questo modo si potrà evitare che in futuro si possano risvegliare risentimenti e attriti tra la popolazione, e che non si parli più di Hutu o Tutsi, vittime o carnefici, ma di un “Ruanda dei cittadini“.

    Chiara Campanelli

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più
    Nel 1999 il Parlamento ruandese ha istituito una commissione nazionale per la riconciliazione all’indomani del genocidio. Ecco il suo sito web.[/box]

    Chiara Campanelli
    Chiara Campanelli

    Classe 1992, sono laureata in Scienze politiche, relazioni internazionali e studi europei all’università “Aldo Moro” di Bari con una tesi in diritto d’asilo. Oltre alla politica internazionali, le mie passioni spaziano dall’antropologia culturale alle questioni energetiche e ambientali. Vivendo in una piccola realtà, ho sempre cercato di ampliare i miei orizzonti viaggiando molto e imparando, o cercando di imparare, lingue diverse dalla mia.

    Dopo una breve esperienza a Torino, dove studiavo economia e politiche ambientali, sono attualmente in attesa di incominciare un master in Relazioni internazionali e sogno di occuparmi, in futuro, di immigrazione e politiche di anti-terrorismo nell’Unione Europea.

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