Veglia a Londra per le vittime dell’attentato alla scuola di Peshawar | Kashif Haque, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
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Il 2014 si è concluso con un significativo e quanto mai preoccupante aumento delle vittime civili in gran parte delle aree di conflitto. Le Organizzazioni umanitarie hanno lanciato l’allarme sulle violazioni dei diritti umani nelle zone sconvolte da guerre civili o la cui popolazione è sotto il controllo di gruppi terroristici armati.

UN ANNO DA DIMENTICARE – «Il 2014 è stato un anno devastante per tutti coloro che cercavano di difendere i diritti umani e per quanti si sono trovati intrappolati nella sofferenza delle zone di guerra». Queste poche righe di introduzione al Rapporto annuale 2014 di Amnesty International potrebbero essere sufficienti a dare un’idea degli eventi politici e umanitari accaduti nelle zone più “calde” del mondo.
Il coinvolgimento dei civili nei conflitti non è un fenomeno nuovo, ma, a partire dalla Seconda guerra mondiale, è divenuto sempre più frequente, fino a trasformarsi, negli ultimi anni, in una vera e propria escalation di violenza ai danni della popolazione inerme.
Il 2014 ha il demerito, però, di avere segnato una linea di demarcazione con il passato, poiché si sono verificate una serie di azioni talmente violente che hanno colto impreparati sia i Governi occidentali, sia le Nazioni Unite, sia le Organizzazioni internazionali che operano sul campo.

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La bandiera dello Stato Islamico sulla strada fra Kirkuk e Tikrit

LA NASCITA DELLO STATO ISLAMICO – Uno tra i fenomeni più eclatanti dello scorso anno è stato l’annuncio della nascita dello Stato Islamico da parte del gruppo terroristico ISIS, che ha destabilizzato gli equilibri della sicurezza globale, ponendo seri interrogativi sulla futura sorte dei Paesi coinvolti. L’astuta mossa politica di presentare la fondazione del Daesh (acronimo di ad-Dawla al-Islamiyah fi al-‘Iraq wa ash-Sham) da parte dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi, nel giugno 2014, ha avuto il preciso intento strategico di richiamare alla mente di molti musulmani le antiche glorie di una Grande Siria (Bilad al-Sham), i cui confini si estendevano, nel passato, dall’Eufrate fino all’Egitto e all’Anatolia.
Ciò ha dato origine a un flusso incontrollato di nuove generazioni di jihadisti provenienti principalmente dall’Europa, pronti a combattere una improbabile e quanto mai violenta guerra santa per la sopravvivenza del neo-Stato Islamico nei territori iracheni e siriani.
Il fenomeno, inizialmente sottovalutato sia dagli Stati, sia dagli esperti militari, ha dato il via a una serie infinita di massacri, che hanno portato alla morte di molti civili e alla vessazione delle minoranze religiose stanziate in quei territori. La popolazione sotto il controllo degli estremisti islamici, ha subìto, inoltre, un radicale cambiamento dello stile di vita, costretta, ora, a seguire severissime e anacronistiche leggi legate alla sharia, con una conseguente violazione di molti dei loro diritti. Difficile stabilire sia quanto gravi siano le restrizioni e le relative pene inflitte a chi trasgredisce, sia il numero reale delle vittime.
Secondo i dati dell’UNAMI, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq, le vittime civili del 2014 sarebbero circa 35mila (21.828 morti e 23.126 feriti). In realtà questa è una stima approssimativa, poiché è impresa assai difficile riuscire a monitorare l’intero territorio, visto che parte dell’Iraq è sotto il controllo militare dei gruppi armati.

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Il califfo Abu Bakr al-Baghdadi

LA TRAGEDIA SIRIANA – Strage di civili anche in Siria, dove secondo i dati dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, le vittime del 2014 sono state circa 6.600, di cui 1.800 bambini e circa 1.000 donne.
Un rapporto di Amnesty International uscito nel marzo 2014 e intitolato Vite schiacciate. Crimini di guerra contro i civili sotto assedio, testimonia una situazione di guerra e crimini contro l’umanità commessi nei confronti dei civili palestinesi e siriani residenti a Yarmuk, il campo alle porte di Damasco sotto assedio da parte delle forze governative. I civili dell’area vivono costantemente sotto i raid aerei e i bombardamenti, che colpiscono, indiscriminatamente, ospedali, scuole e moschee.
Una dura è critica è stata poi rivolta, nel Rapporto 2014 di Amnesty, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per non essere intervenuto ad affrontare la crisi siriana negli anni precedenti, quando ancora sarebbe stato possibile salvare innumerevoli vite umane. Il fallimento è proseguito anche nel 2014. Secondo i dati di Amnesty sono morte 200mila persone negli anni di guerra, la stragrande maggioranza civili, uccisi in attacchi compiuti dalle forze governative.
La vita spezzata di migliaia di famiglie ha piegato un territorio un tempo fiorente e la disperazione e gli orrori sono ormai all’ordine del giorno in un Paese dove la guerra e le violenze imperversano da più di quattro anni.

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Il fumo dopo un attacco di Boko Haram a Maiduguri

LE STRAGI DI BOKO HARAM – Le brutte notizie arrivano anche dalla Nigeria, in parte controllata e sotto il fuoco dei famigerati terroristi appartenenti al gruppo Boko Haram: i massacri dei civili hanno raggiunto livelli più che preoccupanti. Come già riportato in un precedente articolo sul Caffè, «in Nigeria non si contano i morti e in certi casi la gente ha dovuto lasciarli per le strade». Anche in questo circostanza è difficile fare una stima esatta delle vittime, perché la situazione in alcune città e villaggi del Paese è fuori controllo, ma le organizzazioni internazionali parlano di migliaia di morti e di gravissime violazioni dei diritti umani. Molti sono i bambini che vengono usati come kamikaze per colpire mercati o centri abitati affollati o che vengono armati e costretti ad arruolarsi nelle fila dei gruppi terroristici. Per le bambine la sorte forse è ancora peggiore. Secondo Actionaid molte di loro vengono rapite e costrette a sposare i guerriglieri, che non risparmiano loro nessun tipo di violenza fisica e psicologica.

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Un soldato statunitense sul luogo di un attentato in Afghanistan

IL TRISTE PRIMATO DELL’AFGHANISTAN – Anche l’Asia centrale ha assistito a un sensibile aumento dei civili coinvolti in attentati di gruppi terroristici. L’UNAMA, la Missione di assistenza in Afghanistan delle Nazioni Unite, ha lanciato l’allarme per la difficile situazione in cui versa il Paese.
Negli anni passati la guerra in Afghanistan aveva un forte riscontro mediatico, che è andato però scemando a causa di nuovi conflitti in corso, soprattutto in Medio Oriente. Ma nonostante non giungano più molte notizie da quelle terre, non si può dire che la situazione politica e sociale del Paese sia stabile e pacifica.
Per questo motivo l’UNAMA chiede al mondo di non dimenticare l’Afghanistan, che dopo tre decenni di guerra e di missioni internazionali, ha il triste primato, nel 2014, di un aumento delle vittime civili del 22% rispetto all’anno precedente. Esiste il rischio concreto che, con il ritiro delle truppe NATO, avvenuto nel dicembre scorso, l’Afghanistan, come l’Iraq, possa scivolare in una guerra civile senza controllo, con la conseguenza di nuovi rischi globali e di un costante aumento dei morti tra la popolazione.

ANNO NERO PER IL PAKISTAN – Stesso discorso vale per il Pakistan, un Paese politicamente instabile che ha visto un aumento considerevole degli attacchi terroristici contro i civili e che nel 2014 ha subito due gravissimi attentati che hanno lasciato sotto shock l’intera popolazione: l’attento di giugno all’aeroporto di Karachi, che ha provocato la morte di 28 persone, e quello alla scuola militare di Peshawar (il peggiore della storia del Pakistan), che ha ucciso circa 150 persone, di cui 135 bambini. Nel Paese continuano inoltre senza sosta le violente rappresaglie tra estremisti hindu e musulmani nelle aree di confine e imperversano gli atti terroristici e discriminatori ai danni delle minoranze religiose. Secondo i dati del Rapporto di Amnesty 2014, il Pakistan ha il primato delle violazioni dei diritti nei confronti delle popolazioni di fede non musulmana e la stessa organizzazione denuncia una grave indolenza, se non addirittura una totale inefficienza, da parte del Governo di Islamabad nell’arginare il fenomeno. Risale a novembre 2014 l’ultimo, feroce atto d violenza nei confronti di una coppia di cristiani che viveva nei pressi di Lahore (capitale del Punjab), arsa viva da fanatici musulmani con la presunta e mai dimostrata accusa di avere bruciato alcune pagine del Corano.

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Rifugiati siriani in Giordania

GLI EFFETTI COLLATERALI DELLE GUERRE – Ciò che spesso viene sottovalutato è che gli attacchi ai civili hanno drammatici risvolti politiche e sociali: colpire la popolazione non significa solo uccidere, ma anche e soprattutto creare una generazione di invalidi, profughi, vedove e orfani che gravano sull’economia, già precaria, del loro Paese e di quelli confinanti, costretti, spesso, ad assumersi il peso di milioni di sfollati e senza tetto. Non va poi dimenticato che la stima delle vittime civili dei conflitti deve tenere conto anche di tutta quella parte di popolazione che muore per i danni creati alle infrastrutture: la distruzione di impianti di trattamento delle acque reflue, ad esempio, può causare la mancanza di accesso all’acqua potabile, portando malattie e morte in zone dove spesso le cure sanitarie e i centri ospedalieri sono pochi e male attrezzati. La popolazione soccombe, quindi, anche a causa degli effetti secondari di un conflitto, come la mancanza di acqua, di medicine o di cibo.

LE RISPOSTE INEFFICACI DEGLI STATI – Come denunciano però Amnesty International, Human Rights Watch, Oxfam e diverse Agenzie delle Nazioni Unite, l’intensificarsi e il moltiplicarsi, a livello planetario, delle violenze nei confronti della popolazione civile non ha trovato una risposta e un aiuto concreto da parte degli Stati. Il Rapporto 2014 di Amnesty va oltre, denunciando un comportamento vergognoso e inefficace degli Stati, che avrebbero assistito passivamente ai massacri: «I Governi a parole sostengono l’importanza di proteggere i civili, ma i politici di tutto il mondo hanno miseramente fallito nel compito di tutelare coloro che più avevano bisogno d’aiuto. Amnesty International ritiene che tutto ciò può e deve finalmente cambiare».

FUTURO TETRO PER I DIRITTI UMANI – Le Organizzazioni internazionali, che hanno come mission l’assistenza umanitaria in aree di conflitto, hanno quest’anno alzato i toni, denunciando, senza mezzi termini, che se non saranno messe in atto azioni politiche concrete e adeguate alla situazione mondiale attuale, il futuro dei diritti umani e di tanti civili è tutt’altro che roseo. Gli Stati, come le Nazioni Unite, sono stati chiamate a prendere una posizione netta e concreta di fronte a tali problematiche, perché il mondo è velocemente mutato e le politiche in corso non sembrano più in grado di tenere sotto controllo le nuove e pericolose minacce globali.

Barbara Gallo

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Qui il Rapporto annuale di Amnesty

Sulle nostre pagine:

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