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Sono passati cinque anni dal terremoto che ha sconquassato Haiti il 12 gennaio del 2010 e gli haitiani ormai non credono più alle promesse di ricostruzione che avevano fatto seguito al disastro. Nella scia della catastrofe, nel 2011 veniva eletto Presidente il popolare cantante Michel Martelly, il quale prometteva di chiudere con l’incompetenza e i privilegi dei politici che avevano contribuito – per non affrontare la fragilità del territorio – a rendere così salato il conto del terremoto: 250mila vittime e danni per oltre il 100% del PIL

IL PROBLEMA POLITICOCome spesso capita ad Haiti (e altrove) le promesse di campagna elettorale restano in gran parte lettera morta. Il 2014 si è chiuso con l’aumento delle proteste della popolazione, che reclama per le condizioni di lavoro difficili, la disoccupazione, i bassi salari, l’aumento del costo della vita e la generale assenza di servizi pubblici. Le proteste sono sfociate in una crisi politica. Con le elezioni più volte rinviate, il 12 gennaio scorso (lo stesso giorno della commemorazione del terremoto) il Parlamento si è ritrovato in una situazione di stallo per via del troppo elevato numero di parlamentari giunti a fine mandato, e quindi con un quorum insufficiente per operare. La situazione era stata preceduta nel dicembre scorso dalla rinuncia del primo ministro Laurent Lamothe. Il presidente Martelly ha dovuto quindi, dietro la spinta delle Nazioni Unite, formare a fine gennaio un Governo d’unità nazionale e al contempo convocare un Consiglio elettorale provvisorio che dovrà ottemperare in tempi brevi alle prossime scadenze elettorali.

VA PROPRIO TUTTO MALE? – Nonostante ciò, i quattro anni di gestione Martelly hanno anche portato alcuni successi. Allo stato attuale solo 85mila su oltre un milione di sfollati post-terremoto vivono ancora in accampamenti, mentre l’aeroporto è stato completamente ricostruito e praticamente la totalità dei detriti che occupavano le strade della capitale (circa il 60% degli edifici di Port-au-Prince andarono distrutti o subirono gravi danno nel terremoto) sono stati rimossi. Certo si tratta di obiettivi ridotti, ottenuti oltretutto in un lasso di tempo troppo lungo, specie se si considerano le ingenti risorse messe a disposizione dalla comunità internazionale, circa 4,5 miliardi di dollari finora (e saranno 9 in totale fino al 2020). Il fiore all’occhiello della gestione Martelly resta comunque il rilancio dell’istruzione, già in crisi prima del sisma e duramente colpito da questo. Se si considera che il 90% delle scuole sono private, la maggior parte degli istituti non ha saputo reagire alle ulteriori difficoltà generate dal terremoto. Le scuole, infatti, dovendo fronteggiare i costi per le riparazioni e la decrescente capacità economica delle famiglie, sono stati in gran parte costretti a chiudere. La risposta a questa sfida è giunta in cooperazione con le Nazioni Unite e un numero di donanti, riuniti dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca mondiale. Martelly ha dato una sterzata al settore lanciando il programma d’istruzione gratis per tutti (école gratuite), che era – tra l’altro – una sua promessa in campagna elettorale. La comunità internazionale è intervenuta per coprire i costi che non potevano più essere assunti dalle famiglie. E l’iniziativa ha funzionato: si calcola che 1,3 milioni di bambini sono stati iscritti dalla crisi del terremoto, anche se rimane il problema dei controlli per evitare abusi o, come in certi casi, la nascita di scuole “fantasma” create ad hoc per attingere agli importanti aiuti che vengono canalizzati attraverso lo Stato.

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Il presidente di Haiti Michel Martelly

LA RICOSTRUZIONE ANCORA LONTANA – Tuttavia, la ricostruzione continua a essere una chimera e a essere marcata dal tema “molti soldi, pochi risultati”, mentre la disoccupazione rimane il problema principale, evidenziato dal fatto che solo il 2,5% del PIL viene ricavato da introiti derivati dalle tasse sulle rendite. Ciò che meglio esemplifica la situazione sono le tôles rouges, i nastri rossi che segnalano i perimetri dei cantieri in costruzione che adornano il panorama da tempo indeterminato. A questo si aggiunge il problema dell’inconsistenza del catasto, aggravato dal terremoto, in quanto in molti sono alla ricerca di nuove sistemazioni dove vivere. Purtroppo, però, solo il 5% dei terreni ha un proprietario “sicuro”, situazione che ha aumentato i conflitti per la proprietà. Le cause che vengono additate sono sempre quelle che hanno caratterizzano Haiti da un ventennio ormai, cioè dal termine della dittatura dei Duvalier: la cronica assenza dello Stato, la poca trasparenza delle ONG e delle Organizzazioni internazionali e la corruzione endemica. Una situazione di stallo che sta provocando una certa “fatica” nei donatori, fenomeno per il quale l’assenza di risultati tangibili disincentiva l’arrivo di nuovi aiuti e investimenti. A queste cause “croniche” si somma, inoltre, lo scandalo del colera. Il batterio, come hanno rivelato le indagini, sarebbe stato importato sull’isola da un contingente di caschi blu pachistani. L’ONU però non ha mai riconosciuto la responsabilità e meno ancora considerato il risarcimento per le oltre 10mile vittime provocate dalla malattia dal 2010 a oggi. Per uscire da questa situazione di impasse tanto politica quanto economica, Michel Martelly ha deciso di puntare sul turismo come prima e principale opzione, dopo il fallimento relativo dell’apertura commerciale (nel 2010, al momento del suo insediamento aveva dichiarato, «Haití is open for business»). Il progetto “faro” consisterebbe nel trasformare l’isola di La Vâche, un atollo ancora praticamente vergine situato pochi chilometri a sud di Haiti, in una specie di nuovo resort turistico. L’iniziativa ha le potenzialità per riuscire. Però, per far decollare questa industria, Martelly e le Autorità haitiane dovranno affrontare l’ormai annoso problema dell’immagine che il Paese trasmette al di fuori delle frontiere: un territorio instabile dominato dalla corruzione, che dal 2004 ospita un cospicuo contingente ONU di caschi blu senza una reale tabella di marcia che faccia prospettare una loro possibile partenza. Con queste premesse, anche l’eventuale successo del progetto di La Vâche non sarebbe sufficiente per far uscire il Paese dalla stagnazione.

Gilles Cavaletto

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Un chicco in più

Se volete saperne di più sull’assistenza internazionale che ha ricevuto Haiti, vi segnaliamo la pagina del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale.

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