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Ottenendo quasi il 64% dei voti, brogli o non brogli, Vladimir Putin è nuovamente divenuto Presidente della Federazione Russa. Dimitri Medvedev, sottomesso delfino dell’uomo che, nel bene o nel male, sta creando la Russia moderna, ha ceduto la prestigiosa poltrona in un plateale passaggio di testimone che parte della popolazione, in particolare le educate classi medie cittadine, non ha gradito. Mentre Mosca e San Pietroburgo ribollono il resto della nazione più grande al mondo è ibernato sotto una spessa coltre di ghiaccio, omertà e informazione a senso unico, il primo principio della termodinamica ci dice che in questi casi tutto il sistema tende a raffreddarsi. Fortunatamente la politica non è una scienza esatta

PERCHE’ SEMPRE LUI?Centocinquant’anni fa in Russia esistevano ancora i servi della gleba, bestie analfabete sfruttate nei campi fino alla morte, sessant’anni fa ogni russo aveva in casa un’immagine di Stalin e microfoni collegati agli uffici della polizia segreta e in testa la folle paura di finire nei campi di lavoro di Magadan per il resto della sua vita, quindici anni fa le strade della neonata Federazione erano sicure quanto quelle del vecchio west nel diciannovesimo secolo, si moriva per un sacco di patate (gli scaffali dei negozi erano cronicamente vuoti), non era raro imbattersi in carri armati e militari corrotti durante una passeggiata, le mafie stavano ancora combattendo per spartirsi commerci e territorio. Nel profondo dell’anima di ogni russo alberga un bisogno primordiale, una necessità imprescindibile verso la quale aspirare sino all’infinito, slegata dal dio denaro, slegata dal Dio vero e proprio: la stabilità. Vladimir Putin, servile e glaciale agente segreto designato da un Boris Eltsin al capolinea come suo successore, ha ereditato uno Stato dilaniato dal crimine e dalla fame e, con i proventi derivanti dall’esportazione di gas e petrolio e la creazione di un articolatissimo e delicatissimo paradigma di relazioni tra i gruppi di potere più influenti (anche criminali, ovviamente) di cui è fondamentale vertice ed elemento di chiusura, ha costruito un sistema sostanzialmente funzionante dove il pane fresco si trova nei negozi a tutte le ore a prezzi accessibili ed è possibile passeggiare in un parco di Mosca all’imbrunire senza rischiare di essere rapinati o malmenati. Questa è la stabilità che i russi sognavano e che ora possono finalmente godersi. La scuola pubblica, pur di scarsa qualità, è quasi gratuita e, con l’aggiunta di qualche tangente qua e là, è persino possibile servirsi di un servizio sanitario nazionale. Per questo Vladimir Putin avrebbe vinto le elezioni al primo turno anche in assenza dei famigerati brogli denunciati dagli osservatori di tutto il mondo e dalle false e squinternate opposizioni parlamentari che altro non sono se non attori della sofisticata tragedia da lui scritta. Una tranquilla passeggiata nel parco val bene un’autocrazia!

LA VERA RUSSIA – Salire su un treno a Mosca e andare verso est è come tornare lentamente indietro nel tempo, dagli sgangherati palazzoni brezneviani mai restaurati di Ekaterinburg, sugli Urali, passando per i dimenticati villaggi nella taiga dove nessuno sa cosa sia un supermercato o un computer e i bambini lavorano negli orti e mungono le vacche, si giunge ad avamposti siberiani come Chita, famosa per le sue legioni di clochards in cerca di spiccioli e vodka nella spianata di cemento dove un tempo si facevano le parate militari, e Blagoveschensk, ormai colonizzata dagli operosissimi cinesi provenienti dall’altra sponda del fiume Amur. Lontano dalle follie consumiste di Mosca si cela una Russia antica, concreta, povera ma dignitosa. La gente, impegnata nel duro lavoro, esperta dell’arte della sopravvivenza e provata dai durissimi inverni, non è interessata alla democrazia all’occidentale e, in generale, alla politica. Il Governo centrale, operante a migliaia di chilometri di distanza, è percepito come un’entità lontanissima e impalpabile; è la televisione di Stato, quando necessario, a ricordare di rispettare e votare Putin se non si vogliono sconvolgimenti, tutti, sino a oggi, hanno distrattamente obbedito senza battere ciglio. E’ la Russia profonda la vera roccaforte del putinismo. Ma da qualche tempo anche tra i russi medi serpeggia un velato malcontento; anche loro, come gli oligarchi moscoviti, lasciano ogni anno il 13% del loro misero reddito allo Stato per poi usufruire di servizi quasi inesistenti e trovarsi impantanati in una fumosa burocrazia. Anche loro si chiedono come mai, dopo la stabilità, dopo un decennio di esportazioni di costosissime materie prime, il benessere tardi ad arrivare, come mai, mentre nella capitale apre ogni giorno un patinato salone di toelettatura per cani milionari, gli ospedali delle loro città dimenticate hanno attrezzature dei tempi di Krusciov. E’ di questa Russia, non della viziata borghesia urbana da lui creata e di lui succube, che il neoeletto Presidente si dovrà occupare se vorrà restare saldamente al timone. Mentre le effimere richieste di aperture democratiche e liberali saranno silenziate e presto dimenticate (anche perché non desiderate dalla gran maggioranza della popolazione) sarà fondamentale tenere a bada l’elettore tipo con piccoli aumenti di stipendi e pensioni e mirati miglioramenti alle infrastrutture e al welfare state, senza scomodare costituzioni e ideologie, evitando il crearsi di focolai di protesta in grado di propagarsi inarrestabilmente e far crollare il castello di carte dalla base.

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SAN PETROLIO AIUTACI TU! – Come sempre ricorda il blogger paladino della Mosca bene Alexei Navalny (incarcerato per la seconda volta dopo aver dato a Vladimir Putin del “ladro” nel corso di una manifestazione di protesta post-elettorale) la fragile economia russa annaspa nel clientelismo e nella corruzione. L’impresa privata è sostanzialmente inconsistente ed esclusi i settori armi e materie prime l’industria ricorda più quella di un paese del terzo mondo che quella di una ex superpotenza mondiale. Ogni anno la Russia esporta petrolio, gas e metalli per un valore di circa 200 miliardi di dollari (un incredibile settimo del prodotto interno lordo 2011), se i giacimenti si esaurissero o i prezzi calassero bruscamente il paese si troverebbe nel caos economico più assoluto. Nel pieno della crisi finanziaria del 2008-2009, quando il prezzo del barile di greggio scese di decine di dollari in poche settimane, fu la previdenza dell’allora Ministro dell’Economia Alexei Kudrin, che aveva in tempi di vacche grasse creato un fondo di emergenza, a salvare il paese dal default. Solo grazie agli immensi proventi delle esportazioni Vladimir Putin, che ha fatto pochissimo per lo sviluppo e la diversificazione dell’economia russa, ha potuto realizzare il “programma stabilità” ed essere così consacrato come il garante dell’ordine, come colui che ha traghettato il paese dalla buriana ad acque apparentemente più calme. Nulla lascia intendere che la sua politica economica cambierà nei prossimi sei anni. Se alla prossima occasione l’opposizione vorrà essere presa davvero sul serio dovrà presentarsi all’appuntamento compatta e con un concreto programma di ricostruzione economica che metta in luce le vere falle del sistema; per questa volta, è amaro ammetterlo, i caroselli di bandiere multicolori e folle eterogenee, le trame anti-Putin intessute dai giovani borghesi sui social networks non hanno nemmeno scalfito l’armatura del potere. La Russia non è ancora pronta per la democrazia. Lo sarà a breve, si spera. Ma poi, in fondo, che cos’è la democrazia?

Vittorio Maiorana redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Vittorio Maiorana

Dopo aver studiato per sei mesi in Polonia mi sono trasferito in Russia. Qui, visitando infinite volte il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, frequentando oligarchi e mafiosi, viaggiando per tutta l’ex Unione Sovietica ed approfondendo la conoscenza della lingua e cultura russe, del ʺsistema Russiaʺ e dell’intreccio post-sovietico di relazioni internazionali, ho capito che, malgrado gli autoritarismi e le debolezze economiche ed istituzionali, il paese più grande del mondo, la cui sovranità è ancora piuttosto integra, è e sarà certamente attore chiave nella determinazione futura degli equilibri di potere mondiali.

Nel mentre, ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino e sono fondatore e Segretario dell’Osservatorio Asia Orientale (OAO), associazione culturale torinese volta all’organizzazione di eventi tematici ed alla divulgazione di un’informazione libera e completa che permetta di spiegare le complesse dinamiche della regione. Tema centrale dei miei studi è il diritto internazionale dell’economia, in particolare per quanto riguarda i processi di globalizzazione commerciale e produttiva ed i loro risvolti sul tessuto economico e sociale.

Sono lettore accanito di Free Trade Agreements, di Dostoevskij, Turgenev e Goethe. Vedo con scetticismo la crisi economica e la inesorabile perdita di sovranità degli stati europei in nome di ideali foschi e poco condivisi. Scrivo per Il Caffè Geopolitico perchè fa un’informazione indipendente, vera e non propagandistica. Perchè il lettore non vuole un’opinione preconfezionata, sa interpretare i fatti da sé. Perchè la fabbrica del consenso deve fallire al più presto possibile.

 

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