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Miscela Strategica − Il Kazakhstan, il più grande Stato senza sbocco sul mare, dal momento della propria indipendenza si è trovato in una situazione avvantaggiata rispetto ai suoi più piccoli vicini. L’abbondanza di risorse ha infatti permesso uno sviluppo economico sostenuto dalla stabilità interna. Tuttavia, come i suoi vicini, anche per Astana esistono delle minacce alla propria sicurezza.

IL NUOVO CONTESTO REGIONALE – Sin dal crollo dell’Unione Sovietica l’Asia Centrale è stata una regione dalla stabilità precaria. Tuttavia, rispetto agli altri quattro Paesi che compongono il puzzle regionale il Kazakhstan ha sempre goduto di una maggiore stabilità. Il 2014 è stato però un anno di svolta per tutti e 5 gli “Stan States”. L’evento in questione è il termine delle operazioni della coalizione in Afghanistan. L’avvenimento assume ancora maggiore rilevanza qualora si noti che da parte delle Repubbliche centroasiatiche non è stata predisposta alcuna misura coordinata per monitorare il turbolento vicino, prevenire gli effetti dell’evoluzione della situazione interna al Paese e contrastare possibili ripercussioni per gli attori confinanti. Ciò potrebbe rivelarsi una grave mancanza qualora la situazione a Kabul si deteriorasse e si manifestassero effetti di spillover dell’instabilità per via delle attività di gruppi di insorgenza. Ad aggiungersi a questo è il diminuito interesse statunitense per la regione (che con la riduzione delle truppe occidentali di stanza in Afghanistan nel 2014 ha assistito anche alla chiusura del Manas Transit Center). A fare da contrappeso vi sono però le iniziative messe in campo dalla SCO (Shanghai Cooperation Organization) e dalla CSTO (Collective Security Treaty Organization), ma l’efficacia di questi meccanismi nel rispondere alle minacce rimane da provare. Pur non essendo direttamente confinante con Kabul, Astana deve comunque monitorare attentamente l’evoluzione del panorama a sud e in tutta la regione.

RADICALISMO ISLAMICO – Nel veicolare l’instabilità nel suddetto nuovo contesto regionale la parte dei leoni sarebbe naturalmente giocata dai gruppi radicali islamici. La loro attività si può rintracciare già negli anni Novanta, ma è decisamente diminuita a seguito dei mezzi e delle politiche posti in campo dagli Stati della regione. In Kazakhstan soprattutto, le attività islamiste e la sensibilità della popolazione al radicalismo hanno sempre avuto un’incidenza minima, pur in un contesto di decisa maggioranza di fedeli musulmani (70,2%). I primi seri atti di terrorismo si sono registrati nel 2011-2012. Le Autorità kazakhe sono consapevoli dei pericoli rappresentati dal fenomeno dell’estremismo religioso e dal connesso fenomeno terroristico, tanto che sono ufficialmente riconosciuti come minaccia dalla Dottrina Militare del 2011. Con i più recenti avvenimenti in Medio Oriente e la propaganda dello Stato Islamico si è però registrato un incremento della ricettività dei kazaki all’islamismo, specie nelle aree rurali, tanto che è comprovata la presenza di cittadini kazaki tra i ranghi islamisti, per numeri che raggiungono un paio di centinaia. Attualmente il Califfato non pone concrete minacce al Kazakhstan: sono piuttosto i cittadini che rientrano nel Paese a poter effettuare opere di destabilizzazione e fare propaganda. Al fine di contrastare questi fenomeni Astana ha rafforzato la propria legislazione, confermando la laicità dello Stato, ma mantenendo allo stesso tempo il controllo sulla sfera religiosa, ad esempio attraverso la Direzione spirituale dei musulmani del Kazakhstan, che tra le altre cose si occupa della nomina dei predicatori nelle moschee.

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Uno scorcio di Astana, capitale del Kazakhstan, dal palazzo presidenziale

IL TRAFFICO INTERNAZIONALE E LE FRONTIERE – La medesima Dottrina Militare riconosce il traffico internazionale di armi e di droga come una delle principali minacce alla sicurezza, non solo kazaka, ma anche all’intera Asia centrale. Oltre alla fiorente coltivazione della cannabis e alle limitate coltivazioni di papavero ed ephedra, il territorio kazako è passaggio per i narcotici afghani diretti verso i mercati russo ed europeo. Viene riconosciuta l’importanza di una risposta collettiva e la necessità di migliorare la cooperazione in tal senso. Al momento si conduce annualmente, in ambito CSTO, l’operazione Kanal. A contribuire alla floridezza del traffico è la questione della porosità delle frontiere, accentuata dalla loro mancata definitiva demarcazione e dalla corruzione tra i funzionari.

QUESTIONI ETNICHE – Al contrario di Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tajikistan, il Kazakhstan è stato prevalentemente estraneo a fenomeni di tensioni etniche risultanti in violenze. Questo nonostante la variegata composizione della popolazione: a fronte del 63% di etnici kazaki, un ulteriore 23% è composto da russi, mentre altre minoranze (numericamente molto meno significative rispetto a quella russa) sono di etnici uzbeki, ucraini, uighuri e tatari (in totale i gruppi etnici sono 140). La prima settimana di febbraio ha tuttavia assistito a un episodio di violenza etnica che ha allarmato Astana. A seguito di un omicidio compiuto da un etnico tagiko a Bostandyk ha avuto luogo un attacco alla popolazione tagika. A preoccupare è soprattutto la rapida e improvvisa trasformazione di un crimine comune in un episodio di violenza etnica. Gli eventi hanno indotto le Autorità a isolare l’area e a disabilitare l’accesso a internet per diversi giorni. La risposta appare in linea con l’enfasi posta alle tensioni etniche come minaccia alla sicurezza dello Stato (rintracciabile nella già menzionata Dottrina) e con l’attenzione a tutti questi fenomeni dopo i fatti in Ucraina dell’anno scorso, con il timore che anche in Kazakhstan Mosca possa sfruttare la vasta componente etnica russa (concentrata nelle fasce settentrionali) a proprio vantaggio. La possibilità che ciò avvenga è tuttavia remota. Data l’attuale condizione internazionale della Russia, esporsi anche in Kazakhstan e alienarsi un alleato è l’ultimo dei desideri del Cremlino.

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L’AMBIENTE – Un’ulteriore minaccia per Astana è la degradazione dell’ambiente. La questione è legata a stretto giro con la gestione delle risorse idriche, in una regione divenuta ormai tristemente nota per le pessime performance in tal senso. Il Kazakhstan è interessato in particolar modo dalla gestione del corso del Syr Darya. Le numerose e inefficienti opere che gli Stati della regione hanno costruito hanno deviato il corso del fiume, causando seri problemi di inaridimento dei territori a valle, con conseguenti problemi agli agricoltori e alla sostenibilità delle coltivazioni. Qualora la situazione si deteriorasse a tal punto da rendere impossibile per questa fascia di popolazione sostentarsi con l’agricoltura, potrebbero prodursi serie tensioni sociali. Il rischio non è basso, poiché i danni sono vasti, come ben testimonia lo stato del Lago d’Aral, ormai quasi del tutto prosciugato.

Matteo Zerini

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

In Kazakhstan sussiste un’ulteriore minaccia alla stabilità e sicurezza del Paese: la successione alla Presidenza. Nursultan Nazarbayev, Presidente della Repubblica, era al potere già da prima dell’indipendenza ottenuta nel 1991 ed è anche grazie alla sua leadership che il Kazakhstan ha seguito una traiettoria differente rispetto ai vicini. L’importanza della sua persona nel sorreggere le Istituzioni kazakhe non deve essere sottostimata e dunque, ora che Nazarbayev ha raggiunto i 73 anni, si pone ripetutamente il quesito su chi gli succederà e se ciò avverrà senza alcun contraccolpo. Se le élite al potere non sapessero attuare le migliori strategie per garantire la stabilità e la loro stessa sopravvivenza, è possibile che esplodano rivendicazioni tra la popolazione. [/box]

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