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Il viaggio di Obama in Cina sarà ricordato dai media soprattutto per gli inviti del Presidente USA ad intraprendere la via della democrazia. In realtà il colosso asiatico è silenziosamente consapevole di essere sempre più forte

DUE SECOLI DOPO – Duecento anni di relazioni internazionali tra anglosfera ed estremo oriente racchiusi in un gesto piccolo e breve, un attimo di sottomissione che non dura neanche il tempo di dirlo, “kòutóu”, e si è già dignitari. Vassalli. Debitori. Obama è stato in Cina duecento anni dopo Lord George Macartney, il potente statista scozzese alla corte di re Giorgio III, già governatore di colonie inglesi nei Caraibi ed in India, che fu incaricato della prima missione diplomatica all’alba della nascita delle nazioni moderne.Il rifiuto di fare “kòutóu”, letteralmente chinare il capo, di fronte all’imperatore Qianlong, costò il successo della spedizione inglese.Lord Macartney venne congedato e sollecitato a rientrare in Inghilterra con due editti, da allora famosi. L'imperatore Qianlong fece scrivere:“Non dimentico la desolata lontananza della vostra isola, tagliata fuori dal mondo da distese di mare intermedie, né tengo in scarsa considerazione la vostra ignoranza delle usanze del nostro Celeste Impero”. Parole che hanno bruciato per decenni negli orgogliosi animi dei diplomatici inglesi.

IL CORAGGIO DI OBAMA – Oggi l’uomo più importante del mondo occidentale, forse del mondo intero, porta scritto nel proprio destino quello stesso rifiuto all’inchino che, seppur formalmente impossibile secondo i dettami dell’odierna etichetta diplomatica, tuttavia non appare meno potente se osservato dall’altro lato del Pacifico.Il discorso a favore della libertà di espressione sul web davanti a 300 giovani cinesi, l’affermazione dell’importanza transnazionale e transculturale del rispetto dei diritti umani in quanto valori universali, l’invito al dialogo con il Dalai Lama sembrano parole destinate a rimanere nella storia, cariche di un coraggio di cui molti altri leader politici non sembrano capaci.Un invito esplicito ad avvicinare lo yuan ai reali valori di mercato e la stretta sugli accordi di Copenhagen in ottica di una drastica riduzione delle emissioni sono cronaca di questi giorni, frasi sincere ma responsabili del fastidioso effetto di far spellare le mani solo a chi osserva i fatti del mondo da uno studio affacciato sulla Quinta strada o dalla redazione degli esteri di qualsiasi giornale ad ovest della Grande Muraglia. 

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LA FORZA DI PECHINO – La verità è che la Cina del presidente Obama non è più l’impero decadente dei Qing.  L’ultima dinastia cinese fu un impero immenso ed in fermento ma governato da una corte decadente ed incapace di contenere le tremende esplosioni sociali che da lì a poco l’avrebbero trascinata dal declino ad un’umiliante alienazione. Oggi il potere che permette alla corte dell’imperatore Hu Jintao di dimostrarsi impassibile alle parole del nuovo presidente americano se non addirittura di accoglierle in un condiviso intento collaborativo, sta chiuso nei forzieri dei principali gruppi bancari cinesi: sono i miliardi di dollari di debito statunitense strategicamente custoditi nei caveau del nuovo impero celeste.E’ una forza assoluta, una legge non scritta dell’equilibrio di potenza nel sistema internazionale. Al perdurare della crisi e all’allontanarsi della ripresa corrisponde un continuo deprezzamento del dollaro, una condizione che giorno per giorno trasforma in carta straccia le tonnellate di depositi e buoni del tesoro americani accumulati negli ultimi anni dal governo di Pechino.E’ proprio in questa chiave che va letto il paradosso dei tre giorni del presidente Obama in Cina. Mentre il mondo si accontenta delle belle parole e, senza dubbio, dei nobili intenti, la strada per un’inversione nei rapporti di potenza tra i due giganti del sistema sembra, oggi più che mai, definitivamente intrapresa.Se dopo l’epoca di Lord Macartney la Cina, uscita sconfitta dalle guerre dell’oppio, tentò vanamente di rispondere con le armi ai paesi occidentali che le imponevano l’apertura dei porti commerciali e la cessione di ampie zone di influenza all’interno del proprio territorio, oggi il Paese sembra aver imparato una lezione storica. L’atteggiamento per cui Hu Jintao e Wen Jiabao, insieme ad una nuova generazione di giovani tecnocrati in ascesa, decisa a sostituirsi completamente agli obsoleti ideologi del partito, hanno saggiamente optato è quello che i politologi di Pechino definiscono hépíng juēqi, la strategia della “ascesa pacifica”.Un atteggiamento con cui dovremo imparare tutti a fare i conti in un futuro sempre più imminente.

Francesco Boggio Ferraris

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Redazione

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