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I Quaderni del Caffè – Le acque dell’Estremo Oriente sono interessate da un riposizionamento navale e da una competizione sugli atolli emersi che vede la sfida aperta tra Cina e Stati della regione.

La gara geopolitica in atto coinvolge aspetti di interesse economico, quali il controllo sulle rotte commerciali e la supremazia sui nodi strategici, e vi affianca altri tipici della politica di potenza, come il riarmo e la difesa nazionale. Nel dettaglio analizzeremo il ruolo regionale e le strategie della Cina, attore chiave nell’Asia-Pacifico, alla luce dei suoi interessi nazionali, per poi fornire uno scenario su alcune opportunità strategiche alla loro realizzazione. 

L’AMBIENTE GEOPOLITICO E GLI ATTORI COINVOLTI – Per offrire una visione d’insieme quanto più ampia possibile, e contestualizzare dal punto di vista geopolitico obiettivi e strategia cinesi, è necessario risolvere due importanti quesiti. Il primo interrogativo a cui vogliamo dare risposta è come mai l’attenzione internazionale si sia spostata, negli ultimi anni, in Asia Orientale.
Una prima chiave di lettura è certamente quella economica che vede i maggiori traffici e scambi commerciali globali transitare nelle acque del Pacifico Occidentale. Il passaggio delle petroliere, ad esempio, ha reso particolarmente appetibile il controllo su rotte commerciali, zone costiere e stretti strategici. Se l’economia è divenuta la forza trainante degli Stati, osserviamo così una contesa sui mari proprio nell’ambizione dei vari attori rivieraschi di controllare il transito dei mercantili e dei flussi commerciali. A questo primo elemento bisogna affiancare le rivendicazioni territoriali sugli atolli del Mar Cinese Meridionale e Orientale ove vi sarebbero accertate (e anche inesplorate) riserve di gas e combustibili naturali. L’irrisolta disputa per il controllo delle suddette isole incrementa la tensione in Asia-Pacifico e tende a far riemergere la logica di potenza tra gli Stati che rivendicano la sovranità su di esse. Ciò che ne consegue è la corsa agli armamenti, soprattutto in campo navale, per garantirsi il controllo sulle acque territoriali (specie quelle interessate dal passaggio dei mercantili), e assicurarsi un certo grado di deterrenza, un aspetto cruciale per comprendere la tensione diffusa tra gli Stati rivieraschi della regione.
L’Estremo Oriente, con le sue economie in ascesa, e al netto di un percepito irrigidimento in termini di influenza politica da parte degli Stati Uniti, ha attratto l’interesse internazionale e i suoi trend hanno condizionato un ripensamento nelle rispettive strategie nazionali (il cosiddetto Pivot to Asia statunitense, ad esempio). Ma il fattore economico non spiega esaustivamente l’esigenza del riarmo messo in moto da Cina, Giappone, Vietnam, Filippine, Singapore, Malaysia e qui volgiamo l’attenzione sul secondo interrogativo: Qual è il reale leitmotiv del riarmo in Asia-Pacifico?
La risposta è contenuta nella percezione dell’ascesa cinese. La Cina, infatti, è interessata a controllare i suoi mari, rivendica la propria sovranità su alcune isole ivi comprese e, nel farlo, ha spesso ignorato il diritto internazionale marittimo. Per conseguire i suoi obiettivi, Pechino si è da tempo impegnata nell’ammodernamento navale e nella penetrazione in cruciali zone costiere e, per queste ragioni, è avvertita come un attore aggressivo dai Paesi limitrofi più piccoli.

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Schermata radar mostra l’intenso traffico marittimo nei pressi di Singapore, passaggio strategico parte del cosiddetto “Malacca dilemma”

LA VIA DELLA SETA TERRAMARIQUE E L’INTERDIZIONE NAVALE – Analizzato il contesto di riferimento, e quindi un ambiente instabile e competitivo, possiamo restringere il focus della nostra analisi sulla postura strategica cinese, che riflette le sue ambizioni di medio periodo. La ricercata espansione dei commerci cinesi si sviluppa lungo due direttrici e prende il nome di “via della seta”.
La prima direttrice è quella via mare e, pertanto, si osservano ingenti investimenti e finanziamenti da parte cinese in porti e basi d’appoggio nelle località costiere degli Stati limitrofi. Questa manovra svela la volontà cinese di posizionarsi nei nodi cruciali dei transiti commerciali, di assicurarsi il controllo delle rotte e il libero passaggio verso il Golfo Persico e i mercati africani. La stessa manovra di sviluppo infrastrutturale si sta realizzando anche lungo le zone di confine terrestre per aprire alla Cina un varco tra le ex-repubbliche sovietiche e proiettare i suoi scambi via terra. Se l’interesse di Pechino è quello di ampliare i suoi mercati, e quindi di preservare il libero accesso sulle rotte commerciali, emerge chiara la volontà di contrastare l’azione degli avversari, soprattutto nella dimensione marittima. In che modo, quindi, la Cina cerca di emergere come potenza sui mari?
La risposta trova una duplice declinazione. Una prima è contenuta nell’Anti Access/Area Denial che, per negare l’accesso agli spazi comuni ai suoi competitors in caso di conflitto, propone la costruzione di crescenti capacità di interdizione navale. La seconda è una possibile evoluzione verso il sea control. Pechino infatti vuole sviluppare congiuntamente capacità offensive per negare lo spazio e difensive per mantenere il controllo in mare aperto. L’ambizione è quella di creare una flotta d’altura per proiettare le operazioni in profondità e proteggere le future portaerei.

La copertina del Quaderno del Caffè N.3
La copertina del Quaderno del Caffè N.3

OPPORTUNITA’ STRATEGICHE – L’ammodernamento navale cinese, la volontà di espansione sui mercati e il tentativo di controllo sui mari sono gli obiettivi che abbiamo illustrato nel corso della nostra analisi. Alla luce di tali ambizioni, e senza dimenticare il contesto geopolitico di riferimento, quali sono le reali opportunità per Pechino? Quanto alla dimensione Asia-Pacifico, la Cina potrà rafforzare le relazioni bilaterali con i Paesi rivieraschi limitrofi, estendere la sua capacità di influenza a danno degli Stati Uniti e ampliare i suoi mercati. Non trascuriamo, tuttavia, la sfiducia dei piccoli attori regionali verso la crescita, anche se dichiaratamente pacifica, del gigante asiatico.
Guardando “via terra”, vi sono considerevoli vantaggi nel campo dell’approvvigionamento energetico grazie al raffreddamento delle relazioni tra Russia e blocco euro-atlantico. La Cina, che sta già pianificando vie di comunicazione terrestri per raggiungere il Vecchio Continente e ha stabilito un accordo energetico con Mosca lo scorso Maggio, potrebbe giovare di gran lunga di questa nuova situazione. Un ostacolo potrebbe però essere l’apertura di Teheran ai mercati occidentali se dovesse siglare, in un prossimo futuro, un accordo sul nucleare, il quale farebbe venir meno il monopolio cinese nell’ottenimento delle risorse energetiche iraniane.
Sul fronte della sicurezza regionale, Pechino potrebbe interessarsi alla questione afgana, investire di più in loco in gasdotti e infrastrutture, ma l’instabilità del Paese spaventa la Cina e rischierebbe di screditare la sua politica di non interferenza.

Giorgia Perletta

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[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un Chicco in più

La forte determinazione e capacità cinese emerge anche da un dato curioso che interessa quei mari che bagnano il Paese. All’interno della galassia degli atolli contesi con Vietnam, Malaysia, Brunei, Taiwan, e Filippine nel Mar Cinese Meridionale, Pechino sta costruendo isole artificiali sopra la barriera corallina con lo spostamento di sabbie e rocce. Situate in punti altamente strategici nelle rotte commerciali globali e per i collegamenti e i traffici regionali, secondo quanto riporta la rivista specializzata IHS Jane’s Defence, sarebbero al momento quattro i progetti di costruzione delle isole in cui la RPC è impegnata.

Lo scorso Ottobre l’agenzia di stampa Xinhua aveva dichiarato la costruzione di una pista di atterraggio destinata ad aerei militari in un’isola artificiale creata nell’arcipelago Paracel. Il passo successivo potrebbe essere la costruzione di porti per l’attracco di navi militari e la dichiarazione di una nuova zona per l’identificazione aerea che, essenzialmente, sancirebbe de facto la sovranità cinese sull’area in questione e porrebbe fine, arbitrariamente, alle irrisolte dispute.

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Foto: Asitimes

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Giorgia Perletta

Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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