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Si apre oggi un appuntamento fondamentale per le sorti future della situazione attuale in Siria, ormai precipitata verso un tunnel di violenze senza via d'uscita. La Conferenza degli Amici della Siria riunisce i rappresentanti dei Paesi membri della Lega Araba, dell'Unione Europea più Stati Uniti, India, Brasile e Turchia. Difficile che si raggiunga il consenso per un riconoscimento de facto del Consiglio Nazionale Siriano e dell'Esercito Libero, data l'evidente mancanza di coordinamento tra le varie istanze e il rischio di infiltrazioni terroristiche dall'Iraq e dal Libano. Occhi puntati quindi sull'evento, con la consapevolezza che l'inverno a Damasco durerà ancora molto, prima che qualcosa di consistente venga deciso per porre fine all'escalation del conflitto

DOVE TUTTO HA AVUTO INIZIO – Non avrebbe potuto svolgersi in uno scenario migliore la "Conferenza degli Amici della Siria". La Tunisia, ad oggi, resta il paese che meglio si è adattato al cambio di regime sull'onda della Primavera Araba. Nonostante le proteste dei giovani disillusi e dei disoccupati scontenti, il governo guidato da Mohamed Gannouchi sembra infatti stia riuscendo nella grande impresa di riportare la nazione alla normalità. La Primavera tunisina però si è conclusa in fretta portandosi via Ben Alì e buona parte del suo clan, aprendo la strada alle urne e ad un nuovo governo a maggioranza islamico-riformista. In Siria invece la popolazione è cresciuta all'ombra del quarantennale stato d'emergenza, e i massacri di civili non sono nuovi data l'elevata frammentazione etnico-religiosa e il monopartitismo baathista.

UNITI PER LA SIRIA? – Nonostante il forte impegno comune delle varie istanze nazionali per un maggior coinvolgimento nella soluzione del conflitto, a poche ore dall'inizio dei lavori sembrano accentuarsi differenze e divisioni tra le due bozze principali di dichiarazioni conclusive. Qatar e Regno Unito guidano le due istanze con gli uomini dell'onnipresente emiro Al Thani a premere per un sostegno concreto alle forze sul campo e i britannici, a guidare la diffidenza occidentale, a gettare ulteriori armi sul campo. Entrambi in realtà sarebbero pronti a supportare "il piano della Lega Araba per mettere fine alle violenze in Siria e lavorare per una transizione politica verso un paese pacifico e democratico". Si potrebbe richiedere anche "il rilascio di tutti i prigionieri politici detenuti arbitrariamente e il ritiro delle forze di sicurezza da tutte le città e i villaggi". Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe continuare a rivestire un ruolo primario nella gestione della crisi umanitaria e mettere in atto misure concrete per fermare l'eccidio di civili e tutti i crimini contrari al diritto nazionale ed internazionale, ma qui termina la visione unitaria.

BENZINA SUL FUOCO – Negli ultimi giorni sempre più fonti hanno citato la volatilità dei vari attori dell'opposizione siriana, citando fonti d'intelligence che confermerebbero la presenza di cellule terroristiche di stampo sunnita o qaedista pronte a raccogliere la fatwa lanciata dall'erede di Osama bin Laden, l'egiziano Ayman Al-Zawahiri. A circa trent'anni di distanza si ripresenta negli Stati Uniti il dilemma che colpì il finanziamento segreto ai guerriglieri dell'Alleanza del Nord contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Lo stesso scenario si è ripresentato in Libia, dove lo stato di diritto è assoggettato alle orde di fazioni armate più o meno convinte a continuare ad influenzare la vita politica del paese. Nessuno può sapere in anticipo e con certezza quali mani impugneranno i kalashnikov una volta giunti nel territorio siriano, contro la repressione del governo l'unione fa la forza e il beneficio della potenza di fuoco supera il rischio di trovarsi schierati fianco a fianco con gli estremisti islamici

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NO BOOTS ON THE GROUND – Con le elezioni imminenti in Francia e negli Stati Uniti, l'Italia già impegnata con più di mille uomini nella missione UNIFIL in Libano e la Turchia preoccupata a gestire la situazione al confine, l'ipotesi di un intervento militare umanitario sembra ancora poco credibile. Tuttavia, le recenti conclusioni della Commissione d'Inchiesta per la Siria, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani e le morti tutt'altro che accidentali di due inviati occidentali hanno sicuramente messo in allerta la Comunità Internazionale. Dalla girandola d'incontri svoltisi a margine dell'incontro di Londra sul futuro della Somalia, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton sembra aver registrato l'unanimità su alcune questioni di fondo. I vari governi dovrebbero finire col concordare su un ultimatum di 72 ore per dare a Bashar al-Assad l'ultima chance di garantire un cessate il fuoco garantito di due ore, pena un inasprimento delle sanzioni fino a livelli mai raggiunti prima. La tregua quotidiana sembra avvicinarsi alla proposta del CICR, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, per garantire un immediato accesso alle cure per i feriti civili e per le categorie più deboli della popolazione.

CON O SENZA ORIENTE – Dopo la decisione di Mosca di non partecipare ad "una riunione schierata politicamente ed irrispettosa nei confronti dell'unità della Siria", manca solo Pechino all'appello degli invitati. La visita dell'inviato cinese a Damasco, pochi giorni, non ha suscitato la pressione diplomatica che si aspettava l'elite del PCC. Al termine degli incontri il vice ministro degli Esteri Zhai Jun si è detto favorevole a qualsiasi iniziativa multilaterale sostenuta dalla Lega Araba, rispettando perfettamente la tradizione cinese di non-interferenza nelle questioni regionali. In realtà le dichiarazioni rilasciate all'agenzia di stampa Xinhua dal portavoce del Ministero degli Esteri Hong Lei sembrano propendere per l'astensione dai lavori di Tunisi. Pechino teme l'assenza di un regime giuridico nell'incontro nonchè la possibilità di restare chiusa in un angolo mentre dichiarazioni non gradite vengono prese a maggioranza. Quello che è certo è la fine dell'idillio tra gli Assad e il dragone cinese, due veti consecutivi in poche settimane non si vedevano da tempo in Consiglio di Sicurezza e la questione dei diritti umani solleva già abbastanza problemi in Tibet e Sichuan.

Fabio Stella  redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Fabio Stella

Fresco di laurea in relazioni internazionali, con il sogno della carriera diplomatica nel cassetto, la voglia di nuovo e la curiosità l’hanno spinto per fare le valigie per l’estremo Oriente, da dove non sembra voler più tornare. Autore del “7 giorni in un ristretto” redige per voi il calendario della Comunità Internazionale ogni lunedì anticipandovi curiosità, scandali, intrighi e retroscena della geopolitica in ogni angolo del pianeta. Citazioni altisonanti e frasi ad effetto le sue armi “preferite” insieme all’ambizione di rimanere perennemente in equilibrio sul filo del rasoio delle previsioni “da sfera di cristallo”, con una tazzina di “caffè” rigorosamente “espresso” in mano.

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