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    Il Vietnam e la TPP: il riposizionamento economico di Hanoi sulla scena globale

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    A meno di clamorosi colpi di scena, entro la fine di quest’anno è prevista la firma del Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement, più comunemente conosciuto come Trans-Pacific Partnership (TPP). Gli addetti ai lavori giurano che questo vasto accordo di libero scambio sarà uno dei più importanti trattati commerciali preferenziali a livello globale. Al tavolo delle discussioni è seduta anche la delegazione del Vietnam, la nuova “tigre” del Sudest asiatico. Vediamo quali sfide e opportunità attendono il Governo di Hanoi qualora l’intesa dovesse essere raggiunta.

    DAL WTO ALLA TPP – Con un tasso di crescita annuale assestatosi nel 2013 al 5,4%, il Vietnam può essere considerato a ragione uno dei Paesi più economicamente attivi dell’intero continente asiatico. Membro dell’ASEAN (Association of South-est Asian Nations) dal 1995, il Paese ha finora fatto registrare ritmi di crescita comparabili a quelli delle grandi economie emergenti del resto del mondo e sembra per il momento non volersi fermare, intendendo percorrere con determinazione la strada delle riforme economiche e dell’apertura internazionale intrapresa a partire dal 1986, l’anno della cosiddetta Doi Moi policy (la politica della ricostruzione). La graduale transizione da un’economia pianificata a una di libero mercato ha avuto come risultato finale l’ingresso nel WTO (World Trade Organisation), l’Organizzazione internazionale che più di tutte si batte per la liberalizzazione degli scambi commerciali a livello globale. Dopo dodici anni di intensi negoziati, terminati nel 2007, il Vietnam ha completato la prima fase di ravvicinamento alla comunità internazionale, prendendo parte attivamente ai processi di globalizzazione di inizio secolo e riservandosi un ruolo di primo piano nel contesto economico e politico asiatico.
    Mantenendoci entro la cornice della Doi Moi, la fase due si è aperta con l’adesione del Vietnam a una vasta zona di libero scambio geograficamente inquadrata nella regione dell’Asia-Pacifico, sancita con la firma di un accordo preferenziale che l’ex responsabile statunitense al commercio, Ron Kirk, ha definito «il più grande e propulsivo trattato di cooperazione commerciale del nostro tempo». La Trans-Pacific Partnership intende regolare circa 20 materie in campo economico, tra le quali anche l’agricoltura e l’ambiente, settori entrambi solitamente esclusi da questa tipologia di trattati. Esso è essenzialmente volto a eliminare le barriere tariffarie e non tariffarie su beni e servizi (eccetto quelle coperte da accordi commerciali di carattere bilaterale), ad abbattere ogni genere di ostacolo agli investimenti e a promuovere infine uno sviluppo equo e sostenibile nell’area dell’Asia-Pacifico. La proposta dell’accordo di partenariato è stata lanciata nel 2008 dall’Amministrazione Bush e nel corso degli ultimi anni è stata recepita da ben 12 Paesi della regione pacifica, tra cui compaiono il Messico, l’Australia e il Giappone. Questi Stati, assommati, rappresentano il 40% del PIL globale e circa un terzo del commercio mondiale. Per parte sua, il Vietnam mostrò il proprio interesse all’adesione nel novembre 2008, durante il vertice APEC di Lima. Nondimeno, fu solo due anni dopo che il primo ministro Nguyen Tan Dung espresse ufficialmente la volontà del proprio Paese a prendere parte alle trattative. Tralasciando per il momento le difficoltà emerse in sede negoziale nel dirimere alcune questioni di carattere tecnico, ciò su cui intendiamo ora focalizzarci sono le opportunità, i rischi e le sfide che potrebbero derivare dalla conclusione di un accordo di tale portata.

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    Foto – Barbara Weisel, capo negoziatore americano per il TPP, e la sua controparte vietnamita Tran Quoc Khanh

    LE DUE FACCE DELL’ECONOMIA VIETNAMITA – Tra i dieci Paesi membri dell’ASEAN, il Vietnam ha maturato negli ultimi due decenni una certa vocazione all’esportazione. Secondo il report pubblicato lo scorso novembre dal McKinsey Global Institute, la voce “esportazioni lorde” ha contribuito al PIL reale (quinquennio 2009-13) per il 66%, percentuale questa più bassa solo al dato fatto registrare da Singapore. I flussi di beni made in Vietnam sono diretti principalmente verso la Repubblica popolare cinese, con la quale Hanoi intrattiene intense relazioni commerciali. Tra i due Paesi confinanti opera infatti un proficuo “commercio triangolare” che ricorda molto quello esperito dalla Cina di Deng Xiaoping e dal Giappone agli inizi degli anni Ottanta: gran parte dei beni intermedi utilizzati per la lavorazione finale di capi di abbigliamento e di materiale per l’elettronica di consumo provengono dalle aziende multinazionali e non situate nel Paese di mezzo. Peraltro, Pechino ha deciso consapevolmente di non aderire al partenariato del Pacifico, poiché è sempre stato percepito dai suoi dirigenti come un accordo a guida statunitense. Tuttavia, il Vietnam ha trovato uno sbocco alternativo per le sue merci a basso costo: gli USA. Tra il 2001 (anno dell’entrata in vigore di un accordo commerciale bilaterale) e il 2013, gli scambi commerciali tra i due Paesi si sono sestuplicati. Secondo lo US Trade Representative, l’export vietnamita verso gli Stati Uniti ammontava nel 2013 a 24,6 miliardi di dollari, un incremento di quasi il 22% rispetto all’anno precedente. Questo dato di per sé mette in luce l’intensificarsi delle relazioni economiche tra Hanoi e Washington e, in prospettiva TPP, dimostra quanto sia nell’interesse di entrambe le parti realizzare un trattato dalle regole chiare e condivise. I settori-cardine dell’economia vietnamita – tessile, abbigliamento e calzaturiero – vedono occupate quasi 6mila piccole e medie aziende, le quali contribuiscono ogni anno per il 5% al PIL nazionale e danno lavoro a 2 milioni e mezzo di persone. Pertanto, l’eliminazione delle barriere agli scambi non solo favorirebbe la piena integrazione del mercato americano con quello asiatico, bensì permetterebbe ai prodotti agricoli e manifatturieri vietnamiti di imboccare nuove rotte al di fuori della regione del Sudest asiatico.
    L’accordo di partenariato prevede nel suo impianto generale un progressivo incremento degli investimenti diretti all’estero (IDE). Nella fattispecie, se è vero che ciò potrebbe apportare cambiamenti positivi al tessuto economico vietnamita (per esempio accesso alla tecnologia e al know-how dei Paesi avanzati), risulta fondato il timore che l’ingresso di nuovi attori economici potrebbe distorcere la concorrenza e la competitività interne. Il rischio è molto alto, giacché gran parte delle imprese locali non hanno mai avuto modo di confrontarsi direttamente con i grandi conglomerati industriali asiatici e le ben organizzate multinazionali occidentali. Ne è prova il fatto che non esistono aziende agricole vietnamite operanti su vasta scala, in grado cioè di soddisfare pienamente la domanda estera. In aggiunta interviene anche la mancanza di consapevolezza da parte dei piccoli e medi imprenditori dei benefici che la TPP potrebbe apportare alle loro attività economiche: il quadro giuridico entro cui investire appare difatti opaco e le opportunità di business non del tutto manifeste. Le uniche pronte a guadagnarci da questo gioco a somma positiva potrebbero essere ancora una volta le aziende di Stato, le colonne portanti dell’economia socialista di mercato in salsa vietnamita. Allo stesso modo delle controparti cinesi, esse dispongono – tra le altre cose – di significativi sussidi governativi e di una certa facilità di accesso al credito, alla terra e al mercato rispetto alle aziende dell’incipiente settore privato. Tale questione è tuttora oggetto di un acceso scontro tra la delegazione di Washington e quella di Hanoi, poiché il trattamento sfavorevole riservato dal Governo al settore privato rischia di falsare la competizione tra attori economici filo-governativi e attori economici privati. Al fine di evitare questo scenario, la TPP prevede che i Paesi associati modifichino in senso friendly-investors la legislazione in campo amministrativo.

    Il premier vietnamita Nguyen Tan Dung fa visita agli operai di un cantiere
    Il premier vietnamita Nguyen Tan Dung fa visita agli operai di un cantiere

    CONCLUSIONI – In effetti, a ben guardare, l’esperienza della Doi Moi policy presenta evidenti similitudini con il processo di modernizzazione impresso da Deng in Cina nel 1978. Allo stesso modo, le caratteristiche peculiari del tessuto economico e la strategia di sviluppo basata sulle esportazioni parrebbero confermare la tesi in voga secondo cui il Paese socialista del Sudest asiatico abbia imitato con successo il percorso di crescita tracciato anzitempo dal grande vicino. Le relazioni commerciali tra Hanoi e Pechino non sono mai state così proficue come in questo periodo e, dopotutto, non è poi mai stata celata dai massimi dirigenti comunisti vietnamiti l’intenzione di fare tesoro dei successi e degli errori dei cinesi per completare la transizione verso l’economia di mercato. Posto ciò, è giusto riconoscere che il Vietnam si è distinto in questi anni per un graduale ampliamento della platea di partner commerciali, da ricercare soprattutto in Occidente. A detta degli operatori, l’intera area economica dell’ASEAN è destinata a diventare la “fabbrica del mondo” dei prossimi decenni: a differenza della Cina, dalla quale molte aziende multinazionali stanno trasferendo parte delle proprie attività produttive, il Vietnam presenta un costo medio del lavoro più basso della metà (nel settore manifatturiero si aggira attorno ai 7 dollari al giorno). Ciò si configura come un indubbio vantaggio competitivo, che potrebbe dare i suoi frutti qualora l’accordo di partenariato dovesse essere sottoscritto.

    [box type=”shadow” ]Un chicco in più

    Dopo la risoluzione del conflitto in Vietnam, il Governo statunitense avviò nel 1978 un graduale processo di riappacificazione con Hanoi, conclusosi formalmente nel luglio 1995 con l’annuncio da parte dell’allora presidente USA Bill Clinton della normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. [/box]

    Raimondo Neironi
    Raimondo Neironi

    Dottorato di ricerca in Storia internazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Per il “Caffè”, mi occupo di tre temi: politica, economia e ambiente; e due aree del mondo: Sud-est asiatico e Australia.

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