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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2012 – Passato ormai più di un anno dal suo insediamento alla guida del paese, è possibile tracciare un primo bilancio dell’operato di Dilma Rousseff in politica estera. Messi da parte gli eccessi e i protagonismi del suo predecessore Lula, la Rousseff ha inaugurato un corso dal profilo senz’altro più defilato, ma non per questo meno deciso nel reclamare un ruolo da protagonista assoluto per il Brasile e nel relazionarsi da pari a pari con le grandi potenze mondiali. Con il seggio di membro permanente del Consiglio di Sicurezza sempre nel mirino

     

    L’EREDITÀ DI LULA – Nel suo primo anno da Presidente del Brasile, l’amatissimo (in patria) Capo di Stato brasiliano si era fatto immediatamente notare per le tantissime missioni all’estero, tali da trattenerlo fuori dai confini del proprio paese per ben 63 giorni. In generale, l’intero corso di Lula è stato segnato dagli stretti legami allacciati con realtà non proprio filo-occidentali quali Venezuela, Cuba e Iran, e dalle insistite iniziative e dichiarazioni in favore di un nuovo ordine mondiale più giusto e meno squilibrato nella distribuzione di ricchezza e potere tra nord e sud del globo. Atteggiamento, questo, che lo ha portato non di rado a scontrarsi frontalmente con gli Stati Uniti, come in occasione dell’accordo energetico stretto con lo stesso Iran nel 2010 e delle ripetute astensioni in sede di Consiglio di Sicurezza allorquando sempre il regime di Teheran si trovava nel mirino di Washington.

     

    USA-BRASILE, UN NUOVO INIZIO? – Viceversa, la Rousseff ha ammorbidito non poco la posizione di Brasilia nei confronti delle questioni internazionali più sensibili, ponendo la causa dei diritti umani al centro della sua politica estera e prendendo le distanze da figure discusse ma nondimeno vicine in passato al colosso sudamericano. Si spiegano così le dure prese di posizione nei confronti di Gheddafi e della sua gestione della crisi libica, e i raffreddamenti dei rapporti con l’Iran, culminati nel voto in sede di Consiglio di Sicurezza che ha dato il via alle sanzioni contro Teheran (e d’altronde, non sarà sfuggito ai più attenti come Ahmadinejad abbia evitato di far tappa in Brasile nella sua recente tournée sudamericana). Sottolineato da più parti è stato anche il riavvicinamento – almeno formale – con Washington, sancito dalla visita di Obama nella capitale brasiliana appena 78 giorni dopo l’elezione della Rousseff. Evento tanto più importante da un punto di vista simbolico se si pensa che è stata la prima volta che un Presidente brasiliano neo eletto non si sia recato a far visita alla Casa Bianca per il primo incontro del proprio mandato, ricevendo invece la visita del suo omologo statunitense. Nonostante il suddetto incontro sia stato più che altro un innocente “pour parler”, il nuovo atteggiamento di Washington sembra testimoniare come il Brasile abbia ormai raggiunto lo status di potenza regionale incontrastata del Sudamerica. Un altro incontro tra i due capi di stato d’altronde è imminente – si terrà negli USA il prossimo marzo – e chissà che non sancisca ulteriori interessanti sviluppi nelle relazioni tra i due colossi americani.

     

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    I RAPPORTI CON PECHINO – Ma la vera questione al centro della politica estera brasiliana è un’altra, ossia i rapporti economici con il colosso cinese, che nel 2009 ha superato proprio gli Stati Uniti divenendo il maggior partner commerciale di Brasilia. Quello che davvero impressiona è la velocità con la quale si è giunti a questo traguardo: a malapena un decennio fa, i due paesi scambiavano merci per un totale di soli 3 miliardi di dollari; ebbene, questa cifra è andata crescendo esponenzialmente negli anni successivi, raggiungendo i 56 miliardi nel 2010 e attestandosi sui 77 miliardi l’anno passato. Numeri semplicemente impressionanti. Un secondo dato che balza immediatamente all’occhio è la fattispecie di relazione commerciale che si è instaurata tra le due superpotenze: mentre il Brasile esporta in Cina per l’84% materie prime (principalmente soia e ferro), il tipo di merci che compiono il medesimo tragitto nel senso opposto sono per il 98% beni manufatti. Uno squilibrio che non è ovviamente sfuggito alla Rousseff, preoccupata di far diventare il Brasile qualcosa di più che non una semplice fonte di approvvigionamento per le inesauribile fauci del dragone orientale, e conscia che un abbassamento dei prezzi delle suddette materie prime o la presenza di nuovi partner commerciali per Pechino causerebbero difficoltà di non poco conto.

     

    ALLA RICERCA DEL SEGGIO PERMANENTE – Quello di ottenere finalmente un ruolo di primo piano nel Consiglio di Sicurezza ONU è sicuramente il grande obiettivo di Brasilia: sarebbe questo il passo finale, il suggello che sancirebbe l’ingresso definitivo nel club ristretto ed esclusivo delle superpotenze mondiali. Passo che, ovviamente, è quanto di più complicato sia possibile compiere nel complesso mondo delle relazioni internazionali e della diplomazia. E mentre Regno Unito, Russia e Francia hanno dato il loro esplicito consenso ad un eventuale allargamento al Brasile del potere di veto, o quantomeno hanno lasciato intendere di non volersi opporre, va registrata la maggiore freddezza degli Stati Uniti in tal senso. Stati Uniti ai quali farebbe senz’altro più comodo un analogo ingresso nel Consiglio da parte dell’India – così da creare una forza in grado di contrastare l’inarrestabile ascesa cinese nell’area – e che non intendono entrare in contrasto con le altre realtà dell’America Latina (in primis il Messico) che naturalmente non vedrebbero la cosa di buon occhio. Insomma, la sensazione è che si sia ancora molto distanti da una soluzione, e che il Brasile dovrà tenere a bada ancora per diverso tempo le proprie crescenti ambizioni.

     

    Antonio Gerardi

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