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Andiamo ad analizzare le conseguenze dell’operato di Boko Haram sui principali attori coinvolti. La Nigeria è ovviamente in primo piano, ma non mancano le implicazioni regionali e internazionali. Facciamo una panoramica

NIGERIA – La Nigeria è ovviamente il Paese più colpito e che sconta la sua debolezza istituzionale con l’incapacità di frenare l’espansione di Boko Haram.

La prima emergenza che il Paese deve fronteggiare è quella degli sfollati. In seguito al cambio di strategia di Boko Haram e al suo crescente ancoramento al territorio molte persone fuggono verso il sud della Nigeria (1, 5 milioni di sfollati negli ultimi 5 anni) oppure nei Paesi confinanti. In seguito al massacro del 3 gennaio circa 20000 persone sono fuggite e si sono rifugiate in Camerun, Ciad e Niger. L’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) conta che negli ultimi cinque anni più di 150000 persone si sono rifugiate in Niger, e i numeri aumentano in queste settimane.

La seconda sfida è quella della sicurezza. Come già evidenziato, il presidente Jonathan e il suo Governo hanno risposto alla minaccia quasi esclusivamente con l’uso della forza. Boko Haram ha dovuto fronteggiare soltanto le Forze Armate nigeriane, un apparato poco efficiente a causa dello scarso addestramento e tarlato da dilagante corruzione che fiacca efficacia e volontà di combattimento. Il Governo non ha mai minato il gruppo alle sue radici con provvedimenti che migliorassero la governance locale – a volte collusa con Shekau – e aumentassero il grip (la presa) dello Stato sul territorio. Un esempio su tutti, l’alimentazione. Il Governo si è preoccupato di acquistare nuovi sistemi d’arma come elicotteri ed aerei da combattimento (poco efficaci perchè le forze a terra non sono adeguatamente preparate per gestire le operazioni aeree) ma ha trascurato l’emergenza alimentare che le incursioni di Boko Haram hanno creato. L’inadeguatezza degli aiuti è un’ulteriore spinta verso l’emigrazione ma anche verso la sfiducia nel Governo. Secondo il Famine Early Warning System Network entro luglio del 2015 tre milioni di persone non avranno di che mangiare. Questa mancanza di lungimiranza politica e di approccio multidimensionale ha facilitato l’ampliamento del fronte di Boko Haram e il suo recente salto di qualità verso il controllo territoriale.

Ultimo, ma non per importanza, il problema elezioni. A marzo si terranno le elezioni del nuovo presidente. Il presidente Jonathan ha cercato di tenere il discorso Boko Haram fuori dal dibattito politico per non rendere conto degli scarsi successi, ma senza riuscirvi. L’inconcludenza è stata infatti evidenziata dal candidato di opposizione, Muhammadu Buhari, che ha promesso ulteriori provvedimenti contro il gruppo terroristico, nel caso fosse eletto. La recrudescenza degli scontri nel nord del Paese non influenza direttamente le elezioni ma accentua sensibilmente la polarizzazione del confronto politico. In particolare, Jonathan è visto come un rappresentante degli interessi del sud, Buhari come campione di quelli del nord. Entrambi fanno del populismo l’arma principale della propria campagna elettorale, esacerbando le rivalità e infuocando gli animi. Tra le leggerezze più gravi, Buhari non ha impedito che si spargesse la voce (priva di fondamento) che Boko Haram fosse in realtà un’emanazione del Governo per distruggere il nord. Jonathan, da parte sua, non ha lesinato critiche ai governatori degli Stati settentrionali, alcuni dei quali effettivamente collusi con Shekau, ma senza operare le dovute distinzioni. In questo contesto, la pressione di Boko Haram rischia di spaccare ulteriormente la Nigeria, peraltro non nuova ad episodi di brogli e violenza durante le elezioni.

Il presidente Goodluck Jonathan indossa un abito tipico nigeriano

AFRICA OCCIDENTALE – Con il crescere della dimensione di Boko Haram e delle sue capacità operative un numero crescente di Stati dell’Africa occidentale è stato coinvolto nella lotta contro il movimento terroristico. La minaccia è ora regionale e inficia a più livelli il percorso dei Paesi africani verso lo sviluppo.

La minaccia diretta di Boko Haram si estende a Camerun, Ciad, Benin e Niger. Ad ottobre, questi Paesi hanno sottoscritto l’accordo di Niamey con la Nigeria, secondo il quale avrebbero congiunto le forze per debellare Boko Haram. Questo si è tradotto fondamentalmente in un ulteriore intervento armato, 2800 uomini che si sono aggiunti alle forze nigeriane per contrastare Shekau, principalmente nella regione del lago Ciad. Condiviso tra quattro Stati, il bacino del Ciad si è trasformato in un crocevia di attività illecite e flussi che alimentano Boko Haram da nord e da est. Ma l’impresa non è semplice per Paesi con gravi problemi interni e limitate risorse economiche. Ad esempio, il Niger si trova ora stretto tra due fronti, il Mali e la Nigeria, mentre il Ciad deve dividere le sue risorse tra il confine sud e quello a nord, dove il tumulto libico ha peggiorato la sicurezza al confine. Inoltre, Nigeria e Camerun faticano a trovare una strategia comune. La Nigeria ha spesso accusato il Camerun di non lottare strenuamente ma, al contrario, di negoziare con Boko Haram, pagando riscatti in cambio di prigionieri o di stipulare accordi segreti locali per tutelare gli interessi economici camerunensi. Accuse che sembrano essere smentite dalla recente vittoria che il Camerun ha colto contro Boko Haram il 14 gennaio, debellando l’attacco del gruppo alla base militare di Kolofata, e in seguito al quale il Ciad è accorso in aiuto con truppe e rifornimenti. La diffidenza Nigeriana è dovuta in parte alla frustrazione per non essere riusciti a trovare un accordo con Shekau, il quale si nega, e nell’aver individuato intermediari che si sono poi rivelati meri speculatori.

Nel medio periodo, il persistere di Boko Haram avrebbe influssi negativi anche sulla compagine regionale ECOWAS. L’organizzazione è tra le più riuscite in Africa ed è attualmente impegnata in Mali per la stabilizzazione del Paese. La Nigeria ha un ruolo di primo piano in ECOWAS sia per contributo economico che per qualità dei propri peacekeepers. Ambedue le prerogative potrebbero a breve venir meno. Le spaccature del Paese prossimo alle elezioni e il rinnovato vigore di Boko Haram rischiano di erodere i buoni risultati economici degli ultimi anni, oltre a richiedere ulteriori risorse che Abuja potrebbe dirottare dal bilancio ECOWAS – che già soffre di perenne penuria di fondi. Inoltre, i risultati scarsi e il lassismo che le Forze Armate nigeriane hanno dimostrato nelle campagne contro Boko Haram inficiano la buona fama che si erano invece conquistate nelle esperienze internazionali, rendendo la Nigeria un attore meno credibile e più vulnerabile in contesti altrettanto pericolosi come il Mali.

Sempre a livello regionale, l’Unione Africana ha convocato a fine mese un vertice ad Addis Abeba (Etiopia) per discutere del problema Boko Haram. Con la crisi libica come peggiore sul continente, l’instabilità in Sinai e l’esperienza in Mali ancora non conclusa, cui si sommano le situazioni precarie in Repubblica Centrafricana, nei “due Sudan” e al confine tra Somalia e Kenya, l’organizzazione sarà probabilmente poco incisiva nel contrasto al movimento di Shekau.

Mezzi camerunensi schierati prima di un’operazione contro Boko Haram, nel Camerun del nord

COMUNITA’ INTERNAZIONALE – Gran parte della comunità internazionale ha condannato ufficialmente gli ultimi attacchi di Boko Haram, mostrando apprensione. Al di fuori dell’Africa, però, pochi i soggetti che effettivamente hanno preso misure pratiche per contrastare Boko Haram.

Le Nazioni Unite hanno chiesto alla Nigeria di aprire un’inchiesta sui fatti di Baga. L’ONU è presente in Nigeria e nella regione con diverse sue agenzie (UNDP, UNHCR, OCHA) che cercano di portare aiuto alla popolazione e di stilare stime e report che documentino la dimensione del fenomeno. Il Consiglio di Sicurezza, però, non ha varato alcuna misura effettiva dedicata ad un intervento internazionale (non necessariamente militare) nell’area controllata dai terroristi.

Andando più in dettaglio, la Francia è uno dei Paesi più preoccupati dall’evolvere della situazione e non è escluso che possa prendere autonomamente delle misure dedicate. L’avanzata di Boko Haram comporta infatti l’avvicinamento delle forze di Shekau alle basi francesi in Niger che supportano l’operazione Barkhane nella regione del Sahel. Il gruppo terroristico si trova quindi vicino ad un bersaglio ambito, la possibilità di colpire direttamente un obiettivo di un Paese occidentale.

Gli Stati Uniti sono il Paese più interessato al futuro della Nigeria. Le relazioni tra Washington e Abuja sono forti e la Nigeria dipende fortemente da aiuti e investimenti americani. Tuttavia, Washington non ha dato segno di voler intervenire direttamente, assicurando solo in maggiore cooperazione in materia di intelligence e supporto. Un aiuto che spesso le forze nigeriane non sanno utilizzare adeguatamente, come già evidenziato. Invece, gli Stati Uniti sono vigili sul risultato elettorale e, soprattutto, sul corretto svolgimento delle elezioni, condizione cui Washington ha legato la prosecuzione di tutti i programmi economici e sociali.

Infine, una nota sulla Cina. Pechino ha aumentato il suo impegno in Nigeria, come in molti Stati africani, negli anni scorsi. La Nigeria è in particolare un terreno di competizione con gli Stati Uniti, nonché la base di partenza delle contromosse statunitensi sul continente. La situazione fragile rischia di sospendere questo trend che, dal punto di vista nigeriano, ha contribuito grandemente ai risultati positivi in economia, stimolando la crescita del Paese. In generale, Pechino paga in Africa lo scotto della sua volontà di non sottendere gli investimenti a condizioni politiche. Se da un lato questo favorisce la penetrazione dei capitali cinesi in Paesi con standard democratici scarsi o con violazioni dei diritti umani, dall’altro la Cina non ha opzioni politiche da esercitare nei casi di crisi, se non il ritiro. Opzione questa che, nel caso Nigeriano, aggraverebbe la situazione economica complessiva e la capacità economica del Governo di far fronte alle multiple esigenze del Paese.

Marco Giulio Barone

Operazioni francesi dalla base militare di Diori Hamani (Niamey), in Niger

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Un chicco in più

Questo articolo è parte dello speciale Boko Haram affligge l’Africa, uno speciale in cui vi spieghiamo perché il gruppo fondamentalista è una minaccia non solo per il continente africano ma per la comunità internazionale.

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