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Le recensioni del Caffè – La serie tv americana, che ha trionfato nei Golden Globe del 2013, sembrava essersi definitivamente conclusa con la morte a sorpresa del suo protagonista, il Marine Nicholas Brodie. Nella sua quarta serie, trasmessa in contemporanea con gli USA, gli autori di Homeland hanno azzardato un radicale cambio di ambientazione nel quale i protagonisti fanno i conti con un gruppo terroristico del Pakistan negli impervi territori tribali. Ma, questa volta, la caccia alla spia non convince. Cerchiamo di capire perché

GLI INGREDIENTI DI UN SUCCESSO Il terrorismo, la politica del Pentagono e l’ambiguo gioco di spie sono gli ingredienti principali di Homeland, pluripremiata serie tv statunitense che racconta il mondo post 11 settembre attraverso le fragilità e le paure dei suoi personaggi. La terza stagione si era conclusa, la scorsa primavera, con la sorprendente e quanto mai inaspettata morte del suo protagonista Nicholas Brodie, il marine che, dopo 7 anni di prigionia in Iraq e la sua segreta e conseguente conversione all’Islam, aveva saputo egregiamente trasmettere il suo dramma personale. Diviso e tormentato tra la fedeltà verso il suo Paese, che lo aveva trasformato in un eroe e la sua segreta attività di terrorista, era pronto a colpire a morte il suo Paese con un devastante attacco kamikaze. Se Brodie aveva lasciato gli spettatori con il fiato sospeso, il loro cuore era stato però totalmente conquistato dalla sua protagonista femminile, l’agente della C.I.A. Carrie Mathison, innamorata dell’ex-marine e pronta a sacrificare per lui, la credibilità professionale e la sua vita personale.

IL PAKISTAN NUOVO PROTAGONISTA Nella quarta stagione Carrie, orfana del protagonista maschile, si ritrova in missione in Pakistan a capo delle operazioni della CIA ad Islamabad. Il cambio di ambientazione e il nuovo incarico segreto dell’Agente Mathison però non convincono e non fanno decollare la fortunata serie televisiva, colpevole di essere vittima di gravi stereotipi e di imprecisioni culturali che testimoniano una mancanza di conoscenza di usi e tradizioni delle popolazioni del sub continente asiatico. A cominciare dalla stessa locandina di Homeland che ritrae la giovane protagonista, bionda, bellissima e vestita di rosso, circondata da anonime e indistinte donne con il burqa, che ha il demerito di trasmette inevitabilmente l’erroneo e miope messaggio che le “tutte”  le donne musulmane siano invisibili, uguali e anonime. Stesso discorso vale per i ruoli maschili pakistani della serie, vittime di scontati cliché occidentali, i quali appaiono come uomini sprovveduti, violenti e doppiogiochisti. Spesso le ricostruzioni ambientate nei villaggi pasthun appaiono approssimative e assai poco fedeli al rigido e severissimo codice di comportamento Pakthoonwali, che vige in tutte le aree tribali del Pakistan. In uno degli episodi vengono mostrate donne dei villaggi del Nord Waziristan (Nord Est del Pakistan), che, a volto scoperto, accolgono e vanno incontro ad un prigioniero occidentale. Ciò è in realtà, assolutamente vietato nella cultura di quelle zone rurali tanto che, in ogni casa dei villaggi pasthun, esiste un apposito spazio chiamato “godar” (cortile in lingua pastho), il cui accesso è permesso esclusivamente agli uomini e il cui scopo è proprio quello di accogliere eventuali ospiti lontano dagli occhi e dalla vista delle donne di famiglia.

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Nella foto: il cast di Homeland

IL PERICOLO DEGLI STEREOTIPI – Al di là del successo di audience o meno di una  serie televisiva non va sottovalutato quanta influenza possano esercitare i messaggi dei mass media su uno spettatore, soprattutto se ignaro di usi e tradizioni di popolazioni così lontane dai costumi occidentali. Nella serie tv appena terminata i talebani pakistani attaccano l’Ambasciata americana ad Islamabad, tradendo un cliché purtroppo ancora presente nel mondo occidentale: ovvero che gli obiettivi dei terroristi siano esclusivamente gli occidentali. La realtà è invece ben diversa e l’attentato alla scuola Peshawar ne è un esempio tragico. I veri obiettivi degli estremisti islamici pakistani sono infatti gli stessi musulmani poiché i gruppi terroristici locali hanno dichiarato guerra non agli USA, ma al governo di Islamabad.

PERCHE’ NON E’ PIACIUTO – Le prime tre stagioni di Homeland erano l’immagine dell’America post-11 settembre; confusa, spaventata ed in cerca di una nuova identità. I suoi personaggi, pieni di dubbi e dalle mille sfumature, rispecchiavano perfettamente l’idea di una Nazione ferita nello spirito e soprattutto nell’orgoglio, ma che, allo stesso tempo, era in cerca di risposte e pronta a mettersi in discussione. Nicholas Brodie e Carrie Mathison erano lontani dal sogno di un’America inviolabile ed invincibile e avevano saputo mostrare, senza timore, il loro volto più umano. Nella quarta stagione, invece il vero protagonista è il Pakistan, paese che agli occhi dell’America appare ostile, doppiogiochista e retrogrado, dimenticando, o meglio dire omettendo quanto i rapporti Washington-Islamabad siano basati, da entrambi le parti, su ambiguità politiche e pericolose alleanze tra CIA e servizi segreti pakistani. Questo finale di stagione ci riporta, nuovamente e pericolosamente, ad un’America in cerca di un “nemico” da stigmatizzare e da colpire senza troppi scrupoli. Non è caso che sia stato affrontato il tema dei droni, facendoli apparire “un male necessario” per distruggere le reti terroristiche locali, ma, allo stesso tempo, è stato dimenticato di menzionare il fatto che il Pakistan sia un Paese sovrano che viene colpito dalle macchine senza pilota USA in villaggi dove trovano rifugio i talebani, ma che a farne le spese sono, molto spesso,  anche da donne e bambini.

Le serie tv di successo sono seguite in tutto il mondo da milioni di persone e proprio per questo motivo dovrebbe esistere un maggiore senso di responsabilità da parte degli sceneggiatori e case di produzione. Gli stereotipi e la mancanza di una corretta ricostruzione sociale ed antropologica di un paese possono, infatti, essere  forieri di nuove e infondate paure, di rischiosi preconcetti e di poco controllabili forme di razzismo nei confronti di popoli e di culture di cui si sa poco o quasi nulla.

Barbara Gallo

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più
Il libro: Homeland. In fuga”di Andrew Kaplan. Mondadori 2013

E per approfondire sui recenti eventi in Pakistan:

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1 commento

  1. Articolo un po’ impietoso, probabilmente scritto da una fan di Brody o comunque incapace di ben digerire il reboot (piaciuto alla totalità dei seguaci) della serie.
    Potrei concordare riguardo usi/costumi non precisi (da ignorante della cultura pakistana devo fare ‘famo a fidasse’ 🙂 ), tuttavia dissento fortemente su tutte le altre critiche:

    – “… dimenticando, o meglio dire omettendo quanto i rapporti Washington-Islamabad siano basati, da entrambi le parti, su ambiguità politiche e pericolose alleanze tra CIA e servizi segreti pakistani.”

    Come definirebbe il rapporto tra Carrie e l’ufficiale pakistano? 😉 
    Inoltre le relazioni, descritte nella serie, tra ambasciata/governo usa e governo pakistano mi sembrano un altro esempio calzante.
    Ci sarebbe anche il finale, che evito di spoilerare…
    Devo continuare? 😉

    – “Non è caso che sia stato affrontato il tema dei droni, facendoli apparire “un male necessario” per distruggere le reti terroristiche locali, ma, allo stesso tempo, è stato dimenticato di menzionare il fatto che il Pakistan sia un Paese sovrano che viene colpito dalle macchine senza pilota USA in villaggi dove trovano rifugio i talebani, ma che a farne le spese sono, molto spesso,  anche da donne e bambini.”

    Ma abbiamo visto la stessa serie? O per meglio dire, lei l’ha vista? 😀
    Come inizia? Bomba su matrimonio? Come continua? Carrie che viene perseguitata per tutta la serie (soprattutto da Quinn) a causa di tale atto? Fino a convincersi di aver sbagliato tutto e di aver preso una deriva sbagliata e cinica? (morte per morte, anche di innocenti)
    Tale atto, elemento scatenante del susseguirsi di eventi successivo, viene stigmatizzato per tutto il resto della serie, mostrando (come da tradizione in Homeland) le nefaste conseguenze politiche, sociali, umane e personali  delle vittime e inoltre fornendo ennesimamente il punto di vista e le ragioni del “nemico”, se di tale si può parlare in Homeland, dove non esistono buoni e cattivi ma semplicemente storie di uomini e donne, forti e deboli allo stesso tempo.

    Cordialità,
    Angelo

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