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La prima preoccupazione dei burocrati europei non è la docile Grecia ma l’imprevedibile Ungheria, che dieci anni fa bussava timidamente alle porte dell’Unione ed ora invece, dopo la svolta politica del 2010, che ha portato al potere nazionalisti e neofascisti, si comporta da figliolo ribelle. L’Ungheria ha scelto di seguire una via diversa, fatta di strenua difesa della sovranità nazionale, isolamento economico e finanziario ed orgoglio etnico-religioso. Vietato, in Europa, restare indifferenti

VITTIME DELLA STORIA – Sono lontani i tempi in cui la cosmopolita e tollerante borghesia mitteleuropea ispirava da Vienna e Budapest, elegantissime città imperiali, ogni rinnovamento artistico, politico e intellettuale del vecchio continente. Un secolo di comunismi, fascismi e umiliazioni postbelliche ha creato inasprimento e regresso e risvegliato antichi demoni nazionalisti che ora aleggiano minacciosamente sul futuro dell’Ungheria e dell’Europa unita. Nel 2010, dopo quarant’anni di comunismo, qualche intervento punitivo dell’Armata rossa e vent’anni di malgoverno socialista, gli elettori ungheresi hanno attribuito una larghissima maggioranza a ultraconservatori nazionalisti (Fidesz, la formazione politica dell’attuale premier Viktor Orban) e neofascisti (Jobbik, partito più volte paragonato alle SA di Ernst Rohm e pilastro fondamentale della coalizione di governo). Con 309 seggi sui 386 del Parlamento ungherese la nuova maggioranza ha potuto riformare radicalmente lo Stato nel segno di un marcato irrigidimento istituzionale e di una solenne sacralizzazione delle peculiarità etniche, linguistiche e religiose del popolo ungherese. Questa impetuosa onda rischia di allontanare nuovamente il piccolo Stato centroeuropeo dai principi di apertura e cooperazione sanciti dai Trattati europei ed assimilati nell’ordinamento giuridico ungherese al momento dell’ingresso nell’Unione che, pur avendo avuto luogo solo nel 2004, attualmente appare più che mai lontano. UNA COSTITUZIONE ANTICOSTITUZIONALE – Forte della sua schiacciante maggioranza, Viktor Orban ha subito provveduto a redigere una nuova, grandiosa, ungheresissima Costituzione che rimpiazza quella comunista risalente al 1949. Il registro linguistico è sopraffino, dannunziano, e ben si presta ad esaltare valori cardine come Dio, patria, etnia, famiglia, rigore morale; alla luce del nuovo testo costituzionale l’Ungheria non è più una repubblica e la nazione geografica, politica si sovrappone e identifica con quella etnica e con le medioevali radici cristiane. Se con il Trattato di Trianon del 1919, con cui si smembrò l’Impero austro-ungarico dopo il primo conflitto mondiale, l’Ungheria perse due terzi del suo territorio, la nuova Costituzione attribuisce il diritto di voto alle elezioni ungheresi ai cittadini slovacchi, romeni, austriaci, ucraini di etnia ungherese. Nulla si dice a proposito di minoranze etniche e religiose, vuoto disarmante. L’esecutivo ungherese non accetta che alcuno si metta di traverso sul suo cammino, per questo la Costituzione provvede con estremo pragmatismo ad asservire al potere magistratura ed informazione, il terzo e quarto potere: sono previsti meccanismi che permettano al Governo di reclutare i nuovi magistrati (ciò ha determinato le dimissioni del Presidente della Corte Suprema), la composizione della Corte Costituzionale è stata adattata alle esigenze dell’esecutivo, stampa, radio e televisione sono sottoposte a limitazioni e controlli, ad un organo governativo (l’Autorità di controllo sui media NMHH) è stata attribuita la facoltà di obbligare i giornalisti a svelare le loro fonti.

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ALTA FINANZA, NAZIONALISMO E UNIONE EUROPEA – Disse Viktor Orban nel 2011 di fronte al Parlamento europeo: ”noi non crediamo nell’Unione Europea, e la consideriamo da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui noi crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto”; più oltre si spinse Elod Novak, parlamentare del partito Jobbik che, il 14 gennaio 2012, al termine di una manifestazione di militanti invocante un referendum per uscire dall’Unione Europea, bruciò davanti alle telecamere una bandiera blu con le dodici stelle dorate. L’attuale strategia ungherese ha affinità con quella mussoliniana dei primi anni ’30: protezionismo, autarchia e rifiuto del paradigma finanziario europeo e mondiale e di qualunque ingerenza sulla sovranità nazionale, negli ultimi due anni Viktor Orban ha rifiutato i prestiti dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale e fatto scappare dall’Ungheria molti investitori esteri, condannando di fatto il paese ad un isolamento economico che, congiuntamente alla crisi finanziaria mondiale ed all’endemica debolezza dell’economia ungherese, dopata da esagerati sussidi statali durante gli anni del socialismo, lo sta portando sull’orlo del baratro. Ma il Presidente continua imperterrito a ripetere pedissequamente lo stesso slogan, infischiandosene dei vincoli europei e mettendo in imbarazzo l’establishment continentale: nessuno può permettersi di interferire con le scelte ungheresi, sulle quali non si accettano compromessi. Inevitabile, prima di rinchiudere Viktor Orban nella categoria dei dittatori anti-europeisti, è porsi il seguente interrogativo: è meglio uno Stato soggiogato e commissariato dalle potenti istituzioni finanziare internazionali (che inevitabilmente ne minano anche la democraticità) od un altro immune da questi avvolgenti tentacoli a prezzo di un isolamento tendente all’autoritarismo? Difficile scagliare la prima pietra. Vittorio Maiorana redazione@caffegeopolitico.net

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Vittorio Maiorana

Dopo aver studiato per sei mesi in Polonia mi sono trasferito in Russia. Qui, visitando infinite volte il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, frequentando oligarchi e mafiosi, viaggiando per tutta l’ex Unione Sovietica ed approfondendo la conoscenza della lingua e cultura russe, del ʺsistema Russiaʺ e dell’intreccio post-sovietico di relazioni internazionali, ho capito che, malgrado gli autoritarismi e le debolezze economiche ed istituzionali, il paese più grande del mondo, la cui sovranità è ancora piuttosto integra, è e sarà certamente attore chiave nella determinazione futura degli equilibri di potere mondiali.

Nel mentre, ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino e sono fondatore e Segretario dell’Osservatorio Asia Orientale (OAO), associazione culturale torinese volta all’organizzazione di eventi tematici ed alla divulgazione di un’informazione libera e completa che permetta di spiegare le complesse dinamiche della regione. Tema centrale dei miei studi è il diritto internazionale dell’economia, in particolare per quanto riguarda i processi di globalizzazione commerciale e produttiva ed i loro risvolti sul tessuto economico e sociale.

Sono lettore accanito di Free Trade Agreements, di Dostoevskij, Turgenev e Goethe. Vedo con scetticismo la crisi economica e la inesorabile perdita di sovranità degli stati europei in nome di ideali foschi e poco condivisi. Scrivo per Il Caffè Geopolitico perchè fa un’informazione indipendente, vera e non propagandistica. Perchè il lettore non vuole un’opinione preconfezionata, sa interpretare i fatti da sé. Perchè la fabbrica del consenso deve fallire al più presto possibile.

 

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