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Il duplice “niet” posto da Russia e Cina in sede di Consiglio di Sicurezza per bocciare la risoluzione proposta da Paesi arabi e occidentali contro la Siria di Assad rivela delle implicazioni geopolitiche fondamentali. Pechino mantiene salda la propria linea di non interferenza negli affari interni degli altri Stati dimostrando però di possedere una maggior forza e decisione. Inoltre, si avvicina sempre di più a Mosca

 

LA DIVISIONE NEL CONSIGLIO DI SICUREZZA – C’è stata la Libia, ed ora potrebbe toccare alla Siria. Questa è l’atmosfera che che si respira nelle ultime ore, in un clima arroventato dalle uccisioni e dall’imperversare del bombardamento su Homs. Sul piano diplomatico, tuttavia, le cose sono decisamente diverse. Per l’intervento in Libia, infatti, la NATO aveva ricevuto il supporto delle Nazioni Unite, che nel caso siriano è invece venuto a mancare. Cina e Russia si sono opposte in modo netto, usando il loro veto per bloccare la risoluzione proposta da Paesi arabi ed occidentali. Ergo, il secondo assalto diplomatico ad Assad ha seguito la stessa sorte del primo –anch’esso paralizzato dall’intesa Mosca-Pechino- e c’è da chiedersi se non siamo prossimi ad un intervento più “materiale”, unilateralmente sponsorizzato dall’Occidente.

 

NON-INTERFERENZA E GEOPOLITICA – Il doppio veto comporta due tipologie di considerazioni, alcune su scala locale, altre su scala globale. Le prime riguardano il problema siriano nella sua dimensione interna. Cosa cambia (o non cambia) per la Siria il giorno dopo il voto? Bloccando la proposta si è di fatto impedito alle Nazioni Unite di porsi a supporto dei ribelli, sui quali la pressione militare si sta intensificando. Significa aver aiutato il regime ed esserne, qualora questo dovesse sopravvivere all’ondata della rivolta, i benefattori. Oppure, nel caso in cui gli insorti abbiano successo, vuol dire trovarsi ad essere gli odiati alleati del defunto dittatore. Significa anche aver deluso le aspettative degli altri Paesi della regione che speravano nel cambio di regime. Le motivazioni sono varie. In primis, i due “vetanti” condividono il rispetto del principio di non-interferenza negli affari interni di altri Paesi. Tradotto in parole povere, qualsiasi sia la situazione, finchè le conseguenze sono esclusivamente interne a stati terzi, essi non accettano interventi da parte della comunità internazionale. Questo è vero specialmente per la Cina, la quale ha eretto tale principio a vero e proprio Vangelo della propria politica estera. Il che è perfettamente logico, se si guarda alla sua esperienza storica, ancora influenzata dal peso della passata semi-colonizzazione. Mosca, dal canto suo, non gradisce la politica dei diritti umani made-in-US, tanto più dopo le proteste registrate in patria e le accuse rivolte dal governo ai media stranieri per il modo tendenzioso nel quale avrebbero coperto la campagna elettorale. Se poi l’intervento è contro un Paese amico –come la Siria, alla quale il governo russo fornisce armi e sul cui territorio detiene una base navale- la diffidenza è scontata. Per di più, entrambi i Paesi hanno recentemente avuto modo di osservare il comportamento della NATO in Libia, dove la risoluzione dell’ONU è stata interpretata in modo così estensivo da consentire la costruzione della “no-fly zone” senza la quale i nemici di Gheddafi difficilmente l’avrebbero spuntata. Perfetto esempio della violazione del principio di non-intervento, devono essersi detti in quel di Mosca e Pechino. In tal senso, il caso può forse essere interpretato da Washington e Bruxelles come un invito alla multilateralità. Oggi ignori le mie posizioni, domani io ignorerò le tue.

 

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UN INDIZIO PER IL FUTURO? – Nonostante l’esito del voto non sia stato poi così sorprendente, non se ne possono ignorare i risvolti più ampi. Esso non cambia le linee generali delle relazioni fra i protagonisti ma costituisce comunque un segnale. Innanzitutto indica che la politica estera cinese sta diventando più confidente con l’espandersi dei suoi mezzi economici. La Cina aveva già mostrato un atteggiamento meno flessibile in materia estera nel caso del Mar Cinese Meridionale e in occasione dell’incidente che aveva coinvolto le due Coree, quando fallì nel condannare il nord per le sue azioni irresponsabili. Il veto giunto l’altro giorno riconferma che Pechino si sente più sicura di sé e che è sempre meno disponibile ad accettare passivamente le altrui decisioni. Sarebbe appropriato anche chiedersi se esista un collegamento con il ritrovato interesse americano per il Pacifico, che Pechino interpreta come una forma di contenimento. In tal senso, la Cina potrebbe aver alzato la posta in gioco dopo aver osservato l’America rilanciare nei mesi scorsi. “Se a Washington qualcuno vuole fare il duro, qui troverà pane per i suoi denti”, potrebbe essere una complementare interpretazione. Il secondo elemento che vale la pena di sottolineare è come Russia e Cina si stiano avvicinando sempre di più. Un trend preoccupante per chi vuole salvare la primazia della politica estera occidentale nel mondo e l’ammissione di un fallimento dopo vent’anni di ex-Unione Sovietica. Grazie a nuovi rapporti economici, ad una visione politica simile e ad un rapporto spesso ambiguo con Stati Uniti ed Europa, Pechino e Mosca hanno trovato sempre più terreno in comune. Il che, essendo questi due Paesi estesi su tutta l’Eurasia e avendo entrambi un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rischia di diventare un boccone amaro per i Paesi sviluppati. Uno di quelli, per intenderci, che possono causare forti dolori addominali.

 

Michele Penna

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Redazione

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