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Quali sono le conseguenze della decisione della Banca Nazionale Svizzera di sganciare il franco dall’euro? In cinque domande e cinque risposte, vi spieghiamo la situazione e le possibili conseguenze per i mercati finanziari globali

1) CHE COS’E’ SUCCESSO? – Come prendere in contropiede i mercati finanziari e creare, seppur per alcune ore, lo scompiglio. È quello che è riuscita a fare la Banca Nazionale Svizzera (BNS) nella mattinata di giovedì 15 gennaio, comunicando senza alcun preavviso la decisione di abbandonare il cambio fisso con l’Euro che aveva mantenuto la valuta locale ad un rapporto di 1,2 franchi per un Euro. Una decisione inattesa, dopo tre anni di politica monetaria stabile, che ha fatto fare al franco quasi all’istante un “balzo” in alto del 20%, riportandolo in sostanziale parità con l’euro.

2) PERCHE’? – Negli ultimi tre anni la BNS  aveva mantenuto, attraverso una decisione unilaterale, un cambio fisso con la moneta europea per evitare spinte troppo speculative verso il franco: la forte instabilità finanziaria del 2010-2011, conseguenza della crisi scoppiata un paio d’anni prima, aveva spinto molti investitori a vedere nel franco un “bene rifugio” sottoponendo la moneta svizzera a pressioni verso l’alto che avrebbero penalizzato l’economia di Berna, rendendo ad esempio i prodotti da esportare troppo cari. Da qui, dunque, la necessità di porre un “tetto” all’apprezzamento del franco. Oggi, la necessità è opposta: in seguito all’imminente inizio del Quantitative Easing (QE) da parte della Banca Centrale Europea (vedi Chicco in Più), che dovrebbe “inondare” il mercato di Euro, la moneta unica europea perderà ulteriormente valore. Tale circostanza avrebbe fatto anche calare il valore del franco, costringendo però la BNS a sforzi troppo costosi per mantenere un cambio ancora più basso, dovendo “immettere” un eccesso di valuta nazionale nel mercato.

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3) QUALI SONO LE CONSEGUENZE? – Nell’immediato, l’economia reale svizzera sarà penalizzata, soprattutto i settori che producono beni e servizi da esportare. Un franco più caro, nei confronti di un Euro che diventerà sempre più economico, metterà in difficoltà l’industria svizzera almeno in Europa. Non accadrà lo stesso necessariamente con gli USA e con le economie che usano il dollaro come moneta “àncora”: il “verdone” è infatti in rialzo, a causa del termine della fase monetaria espansiva da parte della Federal Reserve. Per quanto riguarda il settore finanziario, si aspettano invece guadagni: coloro che avevano investito in titoli denominati in franchi, adesso potranno mettere a segno un bel capital gain. Infine, buone notizie anche per i lavoratori frontalieri (italiani, francesi, tedeschi e austriaci): il loro stipendio in franchi ora vale di più, se corrisposto in Euro.

4) COSA SUCCEDE ALTROVE? – Al di fuori della BNS, che ha sede a Zurigo, le politiche monetarie vanno in ordine sparso. Il 22 gennaio la BCE dovrebbe varare l’inizio del QE, ultima mossa possibile per ridare slancio alla crescita economica in un’Europa che rischia di cadere vittima di quella che è stata denominata “stagnazione secolare”, ovvero un periodo prolungato di bassa crescita e di altrettanto bassa inflazione. Nel frattempo, negli Stati Uniti si procederà nei prossimi mesi ad un rialzo dei tassi di interesse, che porteranno ad una riduzione dei dollari in circolazione e ad un apprezzamento della moneta USA. Dollaro ed euro stanno già convergendo verso quella che si prospetta come una possibile parità, un evento che non si verifica da anni. Infine, i mercati emergenti dovranno ancora una volta assistere come spettatori passivi e, purtroppo, “paganti”: un dollaro più alto farà scendere nuovamente il valore delle loro valute, agevolando in taluni casi l’export ma anche facendo defluire capitali che porteranno dunque ad una probabile riduzione degli investimenti esteri.

5) PERCHE’ LA SITUAZIONE PUO’ CAUSARE INSTABILITA’? – Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, lo ha detto pochi giorni fa: lo scarso coordinamento tra banche centrali potrebbe avere degli effetti negativi sull’economia e la finanza globale, generando volatilità sui mercati. A questo si aggiunga una bassa crescita in Europa e un prezzo del petrolio molto ridotto, che penalizzerà economie esportatrici in Paesi emergenti come Nigeria, Russia e Venezuela. Nelle prossime settimane, quando Draghi premerà il bottone del QE, ne vedremo delle belle.

Davide Tentori

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Un chicco in più

Per Quantitative Easing (QE) si intende una politica monetaria espansiva, che si caratterizza per l’acquisto da parte di una Banca centrale di titoli del debito pubblico, a cui corrisponde l’immissione di liquidità sul mercato. La manovra provoca un deprezzamento della moneta ed è volta a favorire la concessione di prestiti bancari e, in ultima istanza, la crescita economica. Gli USA lo hanno fatto per anni, dallo scoppio della crisi finanziaria fino al gennaio 2014, quando la governatrice della Fed Janet Yellen ha comunicato il rallentamento dell’operazione. Ora tocca alla BCE: Mario Draghi ha deciso, si farà nonostante le perplessità tedesche. Ancora da decidere quantità (basterà una prima tranche da 500 miliardi di Euro?) e modalità: come verrà ripartito l’acquisto dei titoli tra i membri dell’area euro? Ancora pochi giorni e  – forse – lo sapremo.

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Attachè Economico. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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