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Interoperabilità, il core business della NATO (II)

Miscela Strategica – Entriamo nel dettaglio e passiamo in rassegna le principali aree tematiche sulle quali la NATO ha deciso di puntare, con uno sguardo alle esercitazioni e alla pratica

(Rileggi qui la prima parte)

PROGRAMMA DI DIFESA MISSILISTICO – L’obiettivo della NATO Ballistic Missile Defence sarebbe appunto quello di fornire piena copertura e protezione ai territori e alla popolazione sul continente europeo dalla crescente minaccia posta dalla proliferazione dei missili balistici. I leader dei Paesi membri, in occasione del Summit di Lisbona del 2010, hanno deciso di estendere la protezione dai missili balistici alla popolazione e al territorio, quindi non più solamente alle forze militari. Sulla base dei preesistenti centri di comando e controllo del programma ALTBMD (Active Layared Theatre Ballistic Missile Defence), è stato adattato il programma vigente al fine di rendere possibile anche la protezione degli “obiettivi civili” fino ad un raggio di 3.000 chilometri. La NATO stima che più di trenta Paesi siano provvisti, o siano in procinto di approvvigionarsi, di tali tecnologie. Una delle più accese critiche è che un programma così dispendioso in termini di risorse finanziarie non sarebbe di fatto rivolto ad una minaccia effettiva e cogente. Una cosa è chiara, la NATO oggi si sta confrontando con un ambiente senza precedenti nella sua storia. L’idea che la possibilità di un attacco di tipo convenzionale sia praticamente svanita ha generato una progressiva sensazione di inadeguatezza all’interno dell’organizzazione, che deve faticosamente plasmare una struttura nata per affrontare le minacce della Guerra Fredda alle minacce emergenti nel mondo globalizzato. La proliferazione di armi di distruzione di massa, veicolate attraverso missili balistici, è un dato. Paesi come Iran e Corea del Nord potrebbero rivelarsi, un giorno, una minaccia effettiva. Nel 2010, al momento del lancio del programma durante il Summit di Lisbona, si decise di attivare un programma di cooperazione con la Russia. Già nel 2003, nel framework del NATO-Russia Council, venivano esplorati i possibili livelli di interoperabilità fra il sistema di difesa missilistico russo e quelli degli alleati. Un primo riscontro positivo si ebbe nel 2012 in occasione di un’esercitazione congiunta NATO-Russia a Ottobrunn, in Germania. Il programma al momento è stato congelato, prima con una sospensione da parte russa nell’ottobre 2013, poi con una dichiarazione ufficiale alleata in risposta all’invasione territoriale dell’Ucraina. Anche se, da quanto emerge da un’attenta lettura “fra le righe” dei punti di Newport, la NATO continua a considerare la Russia come un partner fondamentale per garantire una cornice di sicurezza euro-atlantica.

Bombe nucleari Sandia B-61 in fase di movimentazione
Bombe nucleari Sandia B-61 in fase di movimentazione

POLITICA NUCLEARE – Nel 2012, durante il Summit di Chicago, è stata approvata la controversa NATO Defence and Deterrence Posture Review (DDPR), che presenta la linea della NATO in merito al controllo degli armamenti, non proliferazione e disarmo. Controversa perché, pur promuovendo la completa denuclearizzazione in accordo con gli obiettivi posti dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, la NATO si dichiara un’alleanza militare nucleare fintanto che sussisteranno possibili minacce nucleari. Da un lato, quindi, la NATO si impegna sotto più profili nella lotta contro la proliferazione degli armamenti, nucleari e non. Dall’altro, persegue una serie di programmi implementando le proprie capacità nucleari e convenzionali in funzione di deterrenza. La politica nucleare della NATO post Guerra Fredda è caratterizzata da una progressiva de-enfatizzazione del ruolo di minaccia attiva contestualmente ad un rafforzamento della propria capacità di deterrenza. Questo significa che, a rigore di principio, l’unica tipologia di armi nucleari in dotazione dell’Alleanza dovrebbero essere quelle di tipo strategico, dunque non utilizzabili direttamente sul campo di battaglia in operazioni belliche ma solo in funzione di deterrenza. A seguito del primo ritiro in blocco da parte degli Stati Uniti nel 1991, l’unica tipologia di arma nucleare non strategica rimasta in territorio europeo è la bomba a caduta libera B-61. Le stime indicano la presenza di circa 200 B-61 in Europa, ripartite fra cinque paesi: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia. Queste armi nucleari tattiche sono bombe all’idrogeno di produzione statunitense, che possono essere trasportate dai Tornado italiani e dagli F-16 olandesi, belgi, polacchi e statunitensi. Inoltre, il Regno Unito ha un limitato numero di missili balistici in dotazione all’equipaggiamento sottomarino che possono svolgere sia funzioni strategiche che tattiche.

Unità navale bulgara durante l’esercitazione NATO Breeze 2014

ESERCITAZIONE STEADFAST NOON 2014 – Tenendo in considerazione le tematiche finora affrontate, l’esercitazione NATO svoltasi lo scorso Novembre a Ghedi, in Italia, è un buon esempio di implementazione dell’interoperabilità all’interno dell’Alleanza. La NATO ha avviato un programma di esercitazioni congiunte atte a testare le capacità di risposta alle crisi e alle minacce emergenti in diversi campi operativi, tra cui quello nucleare. L’esercitazione Steadfast Noon coinvolge le forze aree di diversi paesi membri della NATO con obiettivi di addestramento degli equipaggi. La prima edizione si è svolta presso la base di Aviano nel 2013, per essere poi ripetuta l’anno seguente alla base di Ghedi. Naturalmente, i caccia Tornado italiani sono stati coinvolti direttamente nell’esercitazione insieme ai velivoli turchi, statunitensi, belgi, olandesi e polacchi. Particolarmente degna di nota la partecipazione degli F-16 polacchi, per la prima volta coinvolti in un’esercitazione di questo tipo a livello NATO. La decisione da parte NATO di avviare questa serie di esercitazioni nasce già nel 2012 a Chicago, la loro implementazione appare molto delicata nell’attuale clima di tensione con Mosca. La partecipazione degli F-16 polacchi, infatti, potrebbe contribuire ad alimentare una sensazione di accerchiamento agli occhi di Putin. Sicuramente, gli alleati appartenenti all’ex blocco sovietico vivono la politica di vicinato aggressiva di Mosca come una concreta minaccia alla propria sicurezza nazionale. Quello che la NATO dovrebbe fare, in quanto alleanza militare che procede per consenso dei 28 Paesi membri, è di farsi cornice di sicurezza dell’intera area transatlantica senza però lasciarsi influenzare dalle singole tensioni nazionali.

Emma Ferrero

Un chicco in più

Per chi volesse saperne di più sull’esercitazione Steadfast Noon 2014 vi consigliamo questo report della Federation of American Scientists e una piccola ma assortita galleria fotografica proposta da The Aviationist.

Foto: jkonrath

Foto: Utenriksdept

Un commento

  1. Articolo molto interessante!

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