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mercoledì 26 Febbraio 2020
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    Stesso slogan, vent’anni dopo

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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2012 – Un caffè lungo, intenso e un po’ “tecnico”, ma fondamentale per districarsi nel 2012 degli Stati Uniti. “It’s the economy, stupid!” era il motto di Clinton per le elezioni del ’92. Due decenni dopo, lo slogan è quanto mai attuale per Obama. L’economia statunitense fluttua ora tra segnali di ripresa (fondamentale quello sul fronte occupazione) e gravi scompensi e incertezze. Cerchiamo insieme di analizzarne criticità e sviluppi

     

     

    UNA BUONA NOTIZIA – Il declino del tasso di disoccupazionesi consolida mese dopo mese (attualmente 8.5%), e mette in evidenza una espansione della base produttiva e della domanda di lavoro da parte delle imprese, e non più semplicemente una contrazione del mercato del lavoro. In realtà il fenomeno, il ritirarsi di sempre più persone dalla ricerca di un impiego, si è manifestato negli anni della recessione e non è cessato negli anni di post-crisi (non si può parlare di vera e propria “ripresa economica” con occupazione e salari reali stagnanti o addirittura in regresso), e si teme che il mercato di lavoro possa assestarsi stabilmente su questo nuovo plafond (normalità), come avvenne nelle economie dell’Europa occidentale all’inizio degli anni’80. Per intanto l’effetto è di portare il tasso di disoccupazione quasi tre punti percentuali sotto il livello che avrebbe a parità delle altre condizioni.  La notizia buona è che sotto questo (lento) recupero sarebbe in corso un importante aggiustamento strutturale, una inversione di rotta rispetto alla deindustrializzazione degli ultimi trenta anni, con le imprese manifatturiere che tornano a investire e aprire stabilimenti negli Usa. Si tratta di un movimento reale, e potrebbe segnare una svolta epocale per l’economia nordamericana, oltre a dare solidità e prospettiva all’aumento dell’occupazione e alle possibilità del Presidente Obama per le elezioni di novembre. Il ritorno a uno sviluppo più focalizzato sulla manifattura avrebbe implicazioni socioeconomiche di vasta portata,  potrebbe invertire il trend storico (più che trentennale) di caduta relativa della remunerazione del lavoro e arginare il processo di impoverimento/declino della middle class.

     

     

    L’ECONOMIA USA CAMBIA IN POSITIVO – Rimaniamo al condizionale, perché si deve verificare da cosa è mossa e in che termini avviene la re-industrializzazione. Si tratta anzitutto di un recupero di competitività degli Usa, sostenuto da un consolidato trend al rialzo dei salari operai (incrementi nominali + maggiore inflazione) in Cina, dall’aumento del cambio reale renminbi (moneta cinese)/dollaro, dai maggiori costi di trasporto (drastico rialzo del greggio), dalla strenua competizione fiscale e (de)regolatoria tra gli Stati dell’Unione per creare un ambiente più favorevole agli investimenti diretti, dalle nuove relazioni industriali (che hanno imposto salari drammaticamente più bassi per i nuovi assunti), e da importanti guadagni di produttività realizzati negli ultimi anni. Un’altra importante direttiva di reindustrializzazione deriva dalla forte spinta che il downstream (raffinazione e sintesi chimica) degli idrocarburi sta ricevendo dal boom estrattivo in corso nel paese e in Canada: la ripresa delle trivellazioni nel Golfo del Messico, l’intenso sfruttamento delle sabbie bituminose dell’Alberta (Canada), lo sviluppo delle estrazioni di petrolio non convenzionale e di gas degli strati scistosi negli Usa, delineano sviluppi di vasta portata geopolitica per i prossimi anni e decenni (la chimera dell’indipendenza energetica diventa un obbiettivo concreto, realizzabile nel giro di un quindicennio), ma intanto alimentano intensi investimenti nella raffinazione e nella chimica della materia grezza.

     

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    I MERITI DELLA POLITICA – L’economia nel suo complesso ha sicuramente reagito pure all’arsenale di politiche espansive, fiscali e monetarie, ortodosse e non convenzionali, che l’amministrazione Obama e la Fed hanno messo in campo in questi tre anni per rianimare e poi sostenere la domanda aggregata. Un effetto collaterale, sicuramente gradito, delle manovre di espansione è stato il deprezzamento del cambio, che pure ha contribuito a rilanciare decisamente l’export (nel 2010 gli Usa hanno superato la Germania – economia più piccola ma molto più export driven – come seconda potenza esportatrice). Nonostante la (relativa) debolezza del cambio, gli Usa e il dollaro hanno dato una spettacolare prova di forza nell’anno appena trascorso, sostenendo senza affanno il downgrade deciso ad agosto da Standard & Poor: la domanda per i Treasury Bonds non è mai stata così sostenuta, lo status di dollaro e titoli del debito federale come “porto sicuro” ne è uscito decisamente confermato e ha contribuito ad attrarre nel Gran Paese risorse finanziarie in fuga da altre tempeste (Eurozona in primis).  Questo ha sicuramente giovato al bilancio federale, garantendo un certo margine di manovra alle politiche espansive, ma ha pure contribuito alla sostanziale tenuta di Wall Street.

     

    TUTTO BENE? NO! – Non è un quadro rassicurante. Nel complesso emerge molto più la capacità (di un paese e di una amministrazione) di fare ricorso a tutto un ampio ventaglio di risorse: dai tradizionali strumenti di intervento macroeconomico a politiche espansive non convenzionali, dalle relazioni internazionali al “credito imperiale” della superpotenza, dallo sfruttamento intensivo del sottosuolo energetico al contenimento salariale, dalla concorrenza fiscale e deregolativa tra gli stati all’annacquamento del dollaro, non c’è misura o vantaggio strategico che non sia stato messo in campo per rilanciare l’economia, l’occupazione e il suo cuore industriale. Data questa costellazione gli esiti appaiono decisamente modesti, molto poco rassicuranti. La spinta alla creazione di nuovi posti di lavoro appare consistente, ma in buona parte frustrata da carenze dell’offerta, mancano lavoratori adeguatamente qualificati, e forse la capacità stessa nel sistema di tenere il passo con le richieste formative di un’economia industriale più complessa e mutevole che in passato. Il capitalismo più dinamico del mondo, dove l’elevatissimo turnover di imprese garantiva sempre nuove opportunità di lavoro e segnalava la frenetica capacità adattiva di capitali, progetti e uomini ai segnali del mercato, segna il passo. La disoccupazione, da breve fase di passaggio tra un lavoro e l’altro, tende a diventare di lunga durata, con una modalità tipicamente europea. La macchina della “distruzione creativa” sembra in affanno. La diminuzione nel numero di nuove imprese generate ogni anno dalla creative destruction (il saldo netto tra aperture e fallimenti) spiega buona parte dei problemi occupazionali di oggi: è dalle nuove aziende che ormai da molti anni veniva la creazione di nuovi posti di lavoro.

     

    ALTRI PROBLEMI – Altri limiti o effetti collaterali della Grande Mobilitazione di risorse per il lavoro: a) La concorrenza fiscale tra stati genera dumping fiscale (deficit pubblico): le autorità locali rinunciano a entrate importanti per favorire le imprese, e minano la sostenibilità dei propri bilanci. La crisi di bilancio degli Usa ha un livello statale molto importante, oltre all’elevatissimo deficit federale; b) Il contenimento, anzi il drastico taglio dei salari operai limita di molto l’impatto della nuova occupazione sul reddito disponibile, e dunque sulla domanda aggregata e sul circolo virtuoso che ne deriverebbe; c) non si è ancora trovata una via per governare il tasso di innovazione tecnica a favore dell’occupazione: per ora si tratta più che altro di innovazioni di processo che tagliano occupazione e costi, creando nuovi lavori (ma il saldo netto non sembra positivo) che richiedono nuove competenze. Non è ancora una vera rivoluzione tecnologica, in grado cioè di creare nuovi mercati, nuove industrie (come l’auto, o la stessa ferrovia) e relativo boom nella domanda di lavoro; d)i consumi sono anche decisamente frenati dalla fase di deleveraging (riequilibrio tra mezzi propri e indebitamento) in corso: dopo il crack finanziario partito dai mutui subprime le famiglie e le istituzioni finanziarie puntano a ristabilire un più corretto equilibrio tra redditi (o disponibilità) e indebitamento. Non sarebbe poi un male, se il maggior risparmio alimentasse nuovi investimenti produttivi e infrastrutturali, il problema è che gli investitori rimangono estremamente cauti. Scopriamo così che gli stessi fattori cui si deve gran parte della formidabile tenuta del dollaro e dei T-bonds minano alle fondamenta le possibilità di una solida ripresa  americana: la destabilizzazione dell’Eurozona potrebbe arrivare al collasso, e travolgere nel contagio la stessa economia statunitense; la feroce tensione sul Golfo Persico, che probabilmente spiega un certo ritorno al (ciclo del) petrodollaro, può degenerare in blocco di Hormuz, violenta crisi energetica, conflitto militare su vasta scala. Sono quasi tutte problematiche di lungo periodo. Su alcune di esse, come sanità e sistema finanziario, l’amministrazione Obama è intervenuta con riforme di ampio respiro, anche se molto limitate in alcuni aspetti. In ogni caso, è evidente che il mandato presidenziale si compie in un anno di grandi incertezze.

     

    Andrea Caternolo

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