Puoi leggerlo in 3 min.

Un anno dopo lo scoppio dello scandalo della corruzione, in Turchia c’è stata la rimozione di quattro procuratori che stavano indagando sul governo di Erdogan e l’arresto di una giornalista. Un altro episodio che desta preoccupazione sulla deriva autoritaria che sta prendendo piede ad Ankara

I FATTI – Uno scandalo, quello della corruzione, la cui onta non è mai stata di fatto lavata, quella che ancora oggi il presidente turco Erdogan deve fronteggiare. La Turchia fu colpita a fondo appena un anno fa, nel dicembre 2013, con decine di arresti, e ancora oggi continua a mietere le sue vittime, seppur per ragioni differenti. E’ del 30 dicembre 2014 il nuovo colpo di scena: il Consiglio Superiore di Giudici e Procuratori (Hsyk, il ‘Csm’, in turco) ha infatti annunciato la sospensione dai propri incarichi di 4 procuratori, Zekeriya Oz, Celal Kara, Muammer Akkas e Mehmet Yuzgec, vicini al movimento gulenista e impegnati proprio nell’indagine sulla corruzione che ha scosso il governo di Erdogan, allora primo ministro, e i suoi fedelissimi. In base a quanto riferito dall’emittente statale Anatolia e dal giornale Daily Sabah, si avvicina una decisione finale sulla loro sorte, che sarà presa una volta conclusa un’indagine sul loro conto, iniziata poiché i quattro avrebbero fallito nel condurre investigazioni imparziali in base al codice turco di procedura penale.

LA VALANGA DELLO SCANDALO – Come si ricorderà, lo scandalo provocò la caduta di quattro ministri, mettendo seriamente sotto pressione l’esecutivo guidato dal leader islamista dell’AKP. Erdogan aveva respinto le accuse, dichiarando che l’indagine faceva parte di un complotto mirato a rovesciare il suo esecutivo. Successivamente il governo aveva licenziato e sostituito centinaia di poliziotti, procuratori e giudici, mentre un giudice era poi riuscito a chiudere l’indagine. Erdogan, che ad agosto è stato eletto presidente e sostituito dal suo ex Ministro degli Affari Esteri Davutoglu, reagì denunciando un tentativo di “colpo di Stato giudiziario”, ideato dal predicatore islamico Fetullah Gulen, da tempo auto-esiliatosi negli Stati Uniti, una volta suo alleato. Novantasei tra giudici e procuratori furono rimossi dai loro incarichi e trasferiti ad altri impieghi: tra di loro, comparve anche il procuratore capo di Smirne, Husseyin Bas, che stava conducendo un’indagine per accuse di frode. L’indagine fu abbandonata dalla procura per “mancanza di prove” suscitando le proteste dell’opposizione, convinta che lo scandalo fosse stato messo a tacere da pressioni politiche. La reazione non si fermò lì, e nei mesi successivi migliaia di procuratori e poliziotti persero il loro posto. La repressione è continuata nelle scorse settimane, con un’ondata di arresti contro media vicini a Gulen, lui stesso al centro di una richiesta presentata in tribunale per la sua estradizione dagli Usa. Poi, due settimana fa, un’altra ondata di trasferimenti aveva riguardato il procuratore capo di Istanbul, incaricato delle inchieste sulla corruzione. Intanto il Parlamento non resta con le braccia conserte, e continua a discutere la legge per riuscire ad aumentare il controllo del governo sulla magistratura.

IL TWEET “DI TROPPO” – Ma non ci sono solo i procuratori nell’occhio del ciclone. Una nota giornalista televisiva turca, Sedef Kabas, è stata infatti arrestata lo scorso 30 dicembre per un aver scritto un messaggio su Twitter, nel quale suggeriva che il governo aveva cercato di insabbiare lo scandalo sulla corruzione. A riferirlo è il sito del quotidiano turco Hurriyet. La giornalista, nel suo tweet, aveva anche esortato i suoi follower (e per questo è stata interrogata dalla polizia) a non dimenticare il nome del giudice che nel dicembre scorso aveva archiviato il caso di corruzione relativo ad ex-ministri di primo piano. Kabas è stata così arrestata nella sua abitazione a Istanbul: nella perquisizione della casa le sono stati sequestrati tablet, computer e telefonino, anche se per ora le autorità non hanno per il momento confermato la detenzione dell’ex presentatrice.

sedef kabas
La giornalista turca Sedef Kabas, arrestata per un tweet considerato “inopportuno”

 

“NON E’ UN PAESE PER GIORNALISTI”Secondo una recente stima del Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (Cpj), la Turchia del premier islamico Recep Tayyip Erdogan è il paese con il maggior numero di giornalisti in carcere al mondo. A dimostrarlo, fatti come Gezi Park e gli arresti delle ultime settimane di 24 reporter turchi appartenenti soprattutto al famoso giornale Zaman, che per il 2014 fanno perdere altre posizioni ad Ankara, declassandolo, secondo Transaprency.org, dopo la Bulgaria e lo stesso Egitto, e paragonandolo a Oman e Macedonia.

Alessia Chiriatti

[box type=”shadow” align=”alignleft” ]

Un chicco in più

Per avere maggiori informazioni sulla libertà di espressioni in Turchia si possono visitare i siti Transparency International e Freedomhouse

[/box]

Print Friendly, PDF & Email
Alessia Chiriatti

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi sul conflitto in Ossezia del Sud ed il titolo di Master per le Funzioni Internazionali presso la SIOI. Ho inoltre conseguito il titolo di Analista delle Relazioni Internazionali con Equilibri S.r.l. Ho infine collaborato con la rivista Eurasia e presso la sede centrale del Forum della Pace nel Mediterraneo dell’UNESCO. I miei principali interessi di ricerca riguardano la politica estera della Turchia ed i suoi rapporti con Siria e Georgia, e si collocano nell’ambito della gestione dei conflitti, della cooperazione alla pace e dei Peace studies.

3 Commenti

  1. CafeGeopolitico
    E’ interessante anche individuare chi orchestrava fallita sollevazione piazza Taksim atta a eliminare un leader scomodo.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome