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La fine della missione ISAF in Afghanistan rischia di avere ripercussioni negative a livello regionale, mettendo ulteriormente a repentaglio la sicurezza delle Repubbliche dell’Asia Centrale e sconvolgendo ulteriormente i già fragili equilibri in Medio Oriente. Tra gli attori che potrebbero contribuire a contenere queste minacce spicca sicuramente l’Iran

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Truppe ISAF in Afghanistan

VERSO “RESOLUTE SUPPORT” – Con l’inizio del nuovo anno, in Afghanistan si è assistito al passaggio dalla missione internazionale ISAF a Resolute Support, favorito dall’accordo bilaterale di sicurezza raggiunto tra Kabul e Washington lo scorso settembre. Nello specifico, gli Stati Uniti e la NATO manterranno rispettivamente 9.800 soldati e 2.000 truppe impegnate nel ruolo di addestramento e supporto alle forze di sicurezza afgane. A ciò si aggiunga un limitato contingente di Forze Operative Speciali coinvolte in missioni di controterrorismo, il cui definitivo ritiro avverrà alla fine del 2016. Tuttavia, è difficile prevedere se questo rinnovato impegno possa davvero promuovere un miglioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan, indispensabili per una effettiva normalizzazione del paese. Dopo tutto, la coalizione internazionale non è finora riuscita a privare i Talebani della capacità di riorganizzare le loro forze, di mantenere il controllo di alcune aree del paese e, soprattutto, di continuare a ricevere il sostegno di una parte della popolazione civile. Questi fattori hanno così inevitabilmente impedito la piena stabilizzazione politica dell’Afghanistan. Dal canto loro, invece, i Talebani sono riusciti a conseguire i loro principali obiettivi, ovvero garantirsi la sopravvivenza e non dare segnali di resa, sebbene messi sulla difensiva. Alla luce di quanto detto, non sorprende che il progressivo ritiro delle truppe occidentali dal paese possa contribuire ad alimentare ulteriori esplosioni di violenza. A tale proposito, basti pensare che negli ultimi due anni si è assistito a un aumento dell’11% degli attentati terroristici e che i Talebani sono riusciti a infliggere alle volenterose ma impreparate forze di sicurezza afgane all’incirca tante vittime quante ne hanno subite. Ovviamente, il disimpegno dall’Afghanistan rischia di avere ripercussioni negative anche a livello regionale.

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Soldato talebano a difesa di una coltivazione di oppio

MINACCE IN ASIA CENTRALE – Per quanto riguarda la regione eurasiatica, la permanente condizione di instabilità in Afghanistan potrebbe produrre un effetto spillover (ovvero un’espansione della violenza) nei paesi confinanti – Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan – esasperando le incursioni di gruppi terroristici nelle aree di frontiera, oltre al traffico di armi e stupefacenti. Naturalmente, la mancanza di sicurezza in questi paesi colpirebbe direttamente anche la Russia, impegnata nella realizzazione di progetti politici ed economici sovranazionali, in primis la creazione dell’Unione Eurasiatica, e nel rafforzamento delle rotte energetiche che attraversano il Turkmenistan e il Kazakistan. Ciò detto, è comunque doveroso sottolineare come le ragioni profonde dell’insicurezza delle Repubbliche dell’Asia Centrale affondino le loro radici in una serie di contraddizioni e fratture interne, oltre che in una serie di persistenti rivalità regionali, che nulla hanno a che vedere con l’instabilità afgana. Se ne deduce che in questo contesto è difficile pensare che si possa arrivare a elaborare un vero e proprio approccio centro-asiatico per risolvere le principali sfide alla sicurezza.

IL RUOLO DELL’IRAN –  Tra i vari paesi destinati a svolgere un ruolo di primo piano in Afghanistan dal 2015 spicca sicuramente l’Iran, che negli ultimi anni si è affermato come un’importante attore regionale in Asia Centrale. Inoltre, alla luce del progressivo ritiro delle loro truppe, gli Stati Uniti dovrebbero considerare come migliorare le loro relazioni con l’Iran per conseguire i loro obiettivi di lungo periodo tanto in Afghanistan, quanto nella regione. Dopo tutto, Tehran e Washington condividono alcuni obiettivi comuni, quali la volontà di evitare la restaurazione di un emirato talebano, contrastare la produzione e il traffico di stupefacenti, regolare il flusso dei rifugiati afgani in Iran e sviluppare l’economia del paese, trasformando l’Afghanistan in un importante hub per le rotte energetiche e di comunicazione. Tuttavia, il comportamento dell’Iran nei confronti dell’Afghanistan è sempre stato particolarmente ambiguo. Se da un lato infatti Tehran ha aiutato nelle prime fasi dell’operazione Enduring Freedom l’Alleanza del Nord a rovesciare il regime talebano e ha convinto durante la Conferenza di Bonn del 2001 la minoranza tagika in Afghanistan ad accettare di condividere il potere con i pashtun, dall’altro l’Iran ha segretamente offerto assistenza militare ad alcune componenti dell’insorgenza talebana. Questo comportamento è ancora più paradossale se si considera che i Talebani si caratterizzano per un’aperta ideologia anti sciita.

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I presidenti Obama e Rouhani

GLI OBIETTIVI DI TEHERAN – In realtà, il sostegno iraniano ai Talebani è da interpretarsi come un’espressione del loro timore per la presenza americana in Afghanistan, nell’eventualità che essi possano un giorno sfruttare il paese per lanciare degli attacchi contro le infrastrutture nucleari iraniane. Di conseguenza, la strategia di Teheran serve a destabilizzare la presenza occidentale nel paese, evitando tuttavia che si verifichi il collasso delle istituzioni centrali. In questo caso, infatti, si assisterebbe inevitabilmente al ritorno al potere dei Talebani. Inoltre, poiché la NATO e gli USA non sono riusciti a eliminarli del tutto, è verosimile che in futuro essi possano come minimo fare parte di una coalizione di governo. Pertanto, l’Iran vuole anche evitare che un trionfo talebano sul campo porti alla restaurazione di un emirato sunnita che reprima le minoranze religiose, chiuda il paese all’influenza esterna e che si allinei totalmente con il Pakistan. Ecco perché dopo il definitivo ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan, l’Iran sarà chiamato a svolgere un ruolo di primo piano, contenendo il sostegno di Islamabad al radicalismo pashtun. Nel conseguire questo obiettivo, esso dovrà altresì vedersi dalla minaccia dell’Arabia Saudita, da sempre impegnata a sostenere il radicalismo islamico contro l’Iran, in quanto terrorizzata dall’influenza di Teheran in Afghanistan e in Asia centrale. In sostanza dunque, la principale preoccupazione oggi per l’Iran è di evitare di essere circondato a est dai Talebani e a ovest dai militanti dell’ISIS. Infine, non si deve dimenticare come l’Iran veda nell’Afghanistan un interessante partner economico nonché un mercato naturale in cui esportare i propri prodotti. Pertanto, promuovere una maggiore sicurezza in Afghanistan significa garantirsi anche migliori opportunità economiche.

CONCLUSIONI – In definitiva, l’Afghanistan offre al regime iraniano la possibilità di rompere il suo isolamento e di diventare parte di un accordo regionale e globale per la gestione della sua sicurezza dopo il ritiro delle truppe occidentali dal paese. Teheran è probabilmente l’attore più adatto a svolgere questo ruolo dal 2015. Dopo tutto, la Cina continua a mantenere un basso profilo nei confronti della crisi in Afghanistan, il Pakistan ha delle relazioni troppo contraddittorie con il regime di Kabul e l’India è destinata a limitare le sue attività a causa delle continue minacce provenienti dai gruppi islamici ostili a Nuova Delhi. Dal canto suo, invece, l’Iran è fortemente coinvolto da un punto di vista politico ed economico in Afghanistan, potendo contare anche su forti legami culturali e linguistici con alcune regioni del paese, specialmente con Herat.

Mattia Bovi

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più
La città di Herat, la terza per dimensioni dell’Afghanistan, si trova a circa 160 chilometri dal confine iraniano. Fino al Trattato di Parigi che pose fine al conflitto tra Regno Unito e Persia (1856-57), Herat venne considerata parte integrante dell’Iran. Questo spiega in parte sia perché Teheran veda oggi nell’Afghanistan occidentale un’area di sua naturale espansione, sia perché abbia deciso di investire molti milioni di dollari nella ricostruzione del paese, oltre ad aver stabilito molte imprese private.[/box]

Foto: smlp.co.uk

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Mattia Bovi

Laureato in Lingue e Relazioni Internazionali con una tesi sul ruolo del potere aereo nei conflitti asimmetrici, vince una borsa di studio che gli permette di studiare presso l’Università di Stellenbosch in Sudafrica, approfondendo le dinamiche legate allo sviluppo socio-economico del Paese dalla fine dell’apartheid a oggi.
Le sue principali aree di interesse sono il Medio Oriente, l’Asia Centrale e la Turchia. Ama la fotografia, viaggiare e conoscere nuove culture. Quando non si dedica alla geopolitica, lo troviamo ad arbitrare tornei di tennis a livello nazionale.

3 Commenti

  1. L’Iran, Pakistan, Cina e Turchia influenzano certamente le Repubblice CentrAsiatiche ed andranno a coprire concorrenzialmente i servizi e prodotti Russi in via di obsolescenza o di costi proibitivi. Merce di scambio, petrolio, gas, minerali….verso il Pakistan, l’India, con passaggio attraverso l’Afganistan

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