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Nonostante la disaffezione e il maltempo, Shinzo Abe, premier giapponese uscente, si è riconfermato alle elezioni anticipate del 14 dicembre, riuscendo a conquistare i due terzi della Camera Bassa, con numeri da “maggioranza bulgara”

Il leader dei Liberal Democratici dell’Ldp ha indetto la nuova tornata dopo solo due anni dall’inizio del suo ultimo mandato. L’obiettivo: raggiungere la maggioranza del Parlamento insieme al partito di coalizione, il New Komeito, legato alla setta religiosa Soka Gakkai e quarta forza nazionale. Un risultato apprezzato dallo stesso presidente Barack Obama, il quale, all’indomani della vittoria di Abe ha dichiarato: “La priorità è il rilancio dell’economia. L’alleanza fra Stati Uniti e Giappone è una pietra miliare per la pace e la prosperità nell’area dell’Asia Pacifico. Apprezziamo la forte leadership di Abe su un’ampia gamma di temi regionali e globali”

1. I NUMERI DI ABE – Il risultato dell’Ldp rispecchia solo in parte i numeri che Shinzo Abe aveva in mano prima dello scioglimento del Parlamento lo scorso 21 novembre: il premier poteva infatti contare sulla maggioranza di 326 seggi totali, su 480, di cui 295 dei suoi Liberaldemocratici e 31 dell’alleato New Komeito. Fidandosi dei sondaggi, l’alleanza avrebbe dovuto rafforzare il controllo sul ramo più potente della Dieta. Negli exit poll, Abe ha conquistato la maggioranza schiacciante in entrambe le camere, con 326 seggi su 475 in Camera bassa, e dunque oltre i due terzi dei disponibili. Pessima performance invece quella di Banri Kaieda, presidente del Partito Democratico (Dpj), prima forza di opposizione e seconda a livello nazionale, che ha ottenuto solo 73 seggi, dunque meno di un quarto dell’Ldp. Kaieda ha dichiarato che a breve si dimetterà. La confermata forza di Governo dovrà tuttavia fare i conti con il trend negativo dell’affluenza alle urne. Già dalle prime ore dopo l’apertura dei seggi, infatti, la scorsa domenica si era temuto uno scenario problematico: la percentuale di votanti per la Camera Bassa ha raggiunto i nuovi minimi storici, inferiore addirittura al 50% per la prima volta dal dopoguerra. In base a quanto riportato dai dati pubblicati dal ministero degli Affari interni e delle Comunicazioni, alle 16 (ora locale, quando erano le 8 del mattino in Italia) solo il 29,11% degli aventi diritto si era recato alle urne, determinando dunque un calo del 5,76% rispetto alla rilevazione fatta alla stessa ora nella tornata elettorale di due anni fa che registrò, a fine giornata, il 59,32%.
Nella tornata elettorale, Abe ha inoltre dovuto fronteggiare una forte delusione da Okinawa: dopo la vittoria inattesa a novembre dell’anti-statunitense Takeshi Onaga alla carica di governatore, è arrivata anche la sconfitta nei 4 collegi uninominali dei candidati dell’Ldp. Una preoccupazione non da poco, dato che lo spostamento della base militare USA di Futenma a Henoko, a nord, è uno dei pilastri dei rapporti strategici con Washington. Promettendo di alleviare gli oneri su Okinawa, il premier giapponese ha così tirato in ballo la riforma della Costituzione, redatta dagli Usa dopo la Seconda guerra mondiale. Al centro l’art.96, che regola le procedure di riforma, e l’art.9 sulla rinuncia perenne di Tokyo alla guerra. Il Governo ha deciso di reinterpretare quest’ultimo attraverso l’autodifesa collettiva, ha creato un Consiglio nazionale di sicurezza e ha allentato il divieto dell’export di armi o componenti a uso militare. Tutti argomenti destinati ad alimentare le rivalità con Cina e Corea del Sud, a maggior ragione quando nel 2015 si celebreranno i 70 anni della vittoria di Pechino e Seul “sul Giappone imperiale”.

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2. LA FORZA DI ABE – Si può comunque dire che la conferma alla Camera Bassa di Shinzo Abe sia dovuta per gran parte alla spinta sul suo modello economico, l’Abenomics, un mix tra allentamento monetario, pacchetto di incentivi fiscali e riforme strutturali, nonostante si sia impantanato con il varo ad aprile del rialzo della tassa sui consumi (dal 5 all’8%) che ha abbattuto i consumi e spinto il Paese in recessione, ora in attesa di uscire dal coma. Attualmente il proposito è quello di sollecitare le imprese ad aumentare i salari per sostenere i consumi e riattivare un circolo virtuoso prima dell’altro aumento dell’Iva al 10%, rinviato ad aprile 2017. Il tutto va tuttavia provato a fronte delle oscillazioni del greggio e dell’andamento dei listini asiatici: ciò che infatti preoccupa è che la disordinata caduta del greggio degli ultimi giorni non sia solo frutto di un eccesso di offerta, ma anche di una domanda in frenata a causa di un’economia che – con l’eccezione degli USA – mostra segnali di debolezza quasi ovunque: dall’Europa al Giappone, dalla Russia al Brasile, mentre la ‘fabbrica’ cinese continua a rallentare.

3. LA “WOMENOMICS” – Elezioni “poco rosa” quelle giapponesi: uno degli elementi più rilevanti, infatti, è che le deputate sono appena 45 su 475 seggi totali, un 9,5% che è lontano dall’ambizioso 30% di posizioni dirigenziali “di quote rosa” che il premier vorrebbe raggiungere entro il 2020 in settori pubblici e privati, anche in risposta all’invecchiamento della popolazione. L’Abenomics, infatti, ha un lato femminile proprio rivolto a quest’ottica: è la “womenomics”, ossia l’ampio coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro con ruoli di primo piano e responsabilità. Riuscire a colmare il “gender gap” sarà un’altra delle sfide per il governo di Abe nei prossimi quattro anni.

Alessia Chiriatti

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Alessia Chiriatti

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi sul conflitto in Ossezia del Sud ed il titolo di Master per le Funzioni Internazionali presso la SIOI. Ho inoltre conseguito il titolo di Analista delle Relazioni Internazionali con Equilibri S.r.l. Ho infine collaborato con la rivista Eurasia e presso la sede centrale del Forum della Pace nel Mediterraneo dell’UNESCO. I miei principali interessi di ricerca riguardano la politica estera della Turchia ed i suoi rapporti con Siria e Georgia, e si collocano nell’ambito della gestione dei conflitti, della cooperazione alla pace e dei Peace studies.

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