Recep Tayyip Erdogan | Fonte: The Guardian
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Il nuovo anno si prospetta particolarmente delicato per la nuova Turchia di Erdogan: dalla presidenza del G20, alle elezioni parlamentari di giugno, fino alla necessità di contenere la minaccia dell’ISIS, trovando una soluzione al conflitto siriano. Sono dunque molti gli appuntamenti che attendono il governo turco. Analizziamoli in dettaglio

ALLA GUIDA DEL G20 –  Sebbene il 2014 abbia richiamato l’attenzione generale per via delle delicatissime elezioni presidenziali, il 2015 sarà ancora più importante per la Turchia, dato che il Paese è chiamato a raggiungere una certa maturità. Tra i principali obiettivi di Ankara per l’anno nuovo spicca sicuramente la necessità di rilanciare il proprio ruolo a livello internazionale. Ecco che allora, grazie alla presidenza di turno del G20 la Turchia ha la grande occasione di riconquistare la fiducia delle principali potenze occidentali e di affermarsi come punto di riferimento per le economie emergenti, garantendo loro maggiore rappresentatività. A tale proposito, l’agenda turca è sicuramente molto ambiziosa. Nello specifico, essa si propone di rafforzare il commercio internazionale attraverso nuove liberalizzazioni, favorire la crescita delle piccole e medie imprese, promuovere delle politiche energetiche che permettano una maggiore distribuzione dei benefici economici, individuare nuove forme di finanziamento allo sviluppo e, da ultimo, trovare delle soluzioni condivise ai cambiamenti climatici. Inoltre, nel 2015 ricorrerà il centenario del genocidio armeno. Per cui, la Turchia ha l’occasione di sfruttare la presidenza del G20 per ricucire lo strappo con la comunità internazionale, dando prova di aver effettivamente compreso gli errori del passato e di mostrare il suo lato umanitario. Dall’inizio della crisi siriana Ankara ha infatti accolto oltre un milione e mezzo di rifugiati all’interno dei suoi confini. Alla luce di quanto detto, saranno decisive le strategie che adotteranno il Primo Ministro Davutoglu e il Ministro degli Esteri Cavusoglu, entrambi fedelissimi di Erdogan.

Ali Babacan, vice-premier turco, presenta l'agenda del G20
Ali Babacan, vice-premier turco, presenta l’agenda del G20

ELEZIONI PARLAMENTARI – A livello nazionale, il Presidente turco attende poi con trepidazione le elezioni politiche del prossimo giugno, appuntamento che gli potrebbe consentire di compiere il passo decisivo verso la trasformazione dell’attuale sistema parlamentare in quello presidenziale. Dopo tutto, Erdogan non ha mai fatto mistero di voler rimanere al potere fino al 2023, anno del centenario della Repubblica, diventando così il leader politico più duraturo della storia turca. Più precisamente, Erdogan intende continuare a esercitare il potere esecutivo pur ricomprendo allo stesso tempo la carica di Presidente della Repubblica. Per queste ragioni, le elezioni di giugno assumono un’importanza fondamentale. L’obiettivo di Erdogan è infatti quello di portare a capo del governo una figura che segua le sue direttive – da qui la scelta di affidarsi a Davutoglu, l’uomo che ha consentito alla Turchia di uscire dall’isolazionismo regionale in cui era precipitato il paese negli anni Novanta – in modo che l’AKP possa ottenere la necessaria maggioranza parlamentare (367 seggi su 550) per modificare la costituzione e di introdurre il sistema presidenziale. Questa riforma viene considerata particolarmente urgente perché alle prossime elezioni l’AKP si troverebbe di fronte a un vero e proprio ricambio generazionale, dato che la maggior parte dei più influenti parlamentari turchi non potranno essere riconfermati per un quarto mandato. Il rischio è che si possano creare sconvolgimenti interni al partito che, a loro volta, potrebbero mettere a repentaglio gli equilibri politici del Paese. Naturalmente, per conseguire i suoi obiettivi Erdogan ha assolutamente bisogno del consenso dei principali partiti di opposizione, primo fra tutti il Partito Popolare Repubblicano (CHP), che considera il tentativo di trasformare la Turchia in senso presidenziale un’ulteriore dimostrazione delle mire autocratiche di Erdogan. Sebbene il Presidente abbia fatto importanti concessioni ai socialdemocratici negli ultimi due anni, il CHP ha ripetutamente dichiarato che non intende tradire l’eredità della Repubblica secolarista fondata da Atatürk. Inoltre, pare sempre più evidente che la possibilità di ottenere il loro consenso passi dal modo in cui verrà affrontata la questione curda, resa oggi ancor più delicata dalla grave minaccia posta dai militanti dello Stato Islamico alla stabilità regionale in Medio Oriente.

Il confine turco-siriano
Il confine turco-siriano

LOTTA ALL’ISIS – A tale proposito, l’esercito turco finora non solo non ha sostenuto le milizie curde impegnate nella lotta contro l’ISIS, ma addirittura le ha contrastate, come dimostrano i bombardamenti di fine ottobre ai ribelli del PKK, considerati ancora oggi un’organizzazione terroristica. Il comportamento turco preoccupa notevolmente gli Stati Uniti, dato che i curdi rappresentano per ora la principale componente terrestre dell’operazione americana. A ciò si aggiungano le accuse di commerciare petrolio con lo Stato Islamico e il gran rifiuto di concedere agli Stati Uniti la possibilità di utilizzare le sue basi militari in modo da poter dispiegare i suoi caccia. È vero che nelle ultime settimane Ankara si è piegata in parte alle pressioni internazionali, dichiarando la propria disponibilità ad aiutare i peshmerga curdi ad attraversare il confine turco per raggiungere Kobane. Tuttavia, Ankara teme che un conflitto a fuoco con lo Stato Islamico possa rafforzare Assad, gli stessi ribelli curdi del PKK e il governo a guida sciita di Baghdad. In altre parole, tutti quei nemici che essa ha strenuamente combattuto negli ultimi anni. In sostanza dunque, gli obiettivi ultimi di politica estera da parte della Turchia sono due: la volontà di rimuovere il regime di Assad in Siria e di eliminare definitivamente la minaccia curda dal territorio turco, scongiurando così il pericolo di un Kurdistan indipendente. Negli ultimi mesi Ankara ha dato prova di essere in grado di seguire le proprie ambizioni regionali in maniera indipendente, come dimostra la sua riluttanza nel piegarsi alle insistenti richieste degli Stati Uniti. La Turchia è consapevole di essere un alleato irrinunciabile per l’Occidente. Allo stesso tempo tuttavia, essa non deve commettere l’errore di perseguire delle strategie troppo rischiose che potrebbero mettere ulteriormente in discussione la sua affidabilità a livello regionale e internazionale.

CONCLUSIONI – In definitiva, il 2015 si prospetta quanto mai decisivo per la Turchia. Essa ha l’opportunità di sfruttare la presidenza del G20 per risolvere molte questione spinose e riconquistare credibilità agli occhi delle grandi potenze. Certamente, l’attenzione generale si concentrerà sull’atteggiamento che Ankara assumerà nei confronti della minaccia posta dell’ISIS, forti della consapevolezza che determinate scelte di politica estera potrebbero avere importanti ripercussioni anche a livello interno, con il rischio di perdere quegli alleati necessari per avviare il processo di riforme costituzionali tanto desiderato da Erdogan.

Mattia Bovi

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Un chicco in più

Per un approfondimento sui combattenti curdi “peshmerga” si legga l’analisi di Michael G. Lortz, Willing to Face Death: A History of Kurdish Military Forces – The Peshmerga – From the Ottoman Empire to Present-Day Iraq

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Mattia Bovi

Laureato in Lingue e Relazioni Internazionali con una tesi sul ruolo del potere aereo nei conflitti asimmetrici, vince una borsa di studio che gli permette di studiare presso l’Università di Stellenbosch in Sudafrica, approfondendo le dinamiche legate allo sviluppo socio-economico del Paese dalla fine dell’apartheid a oggi.
Le sue principali aree di interesse sono il Medio Oriente, l’Asia Centrale e la Turchia. Ama la fotografia, viaggiare e conoscere nuove culture. Quando non si dedica alla geopolitica, lo troviamo ad arbitrare tornei di tennis a livello nazionale.

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