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Miscela Strategica – L’impiego di società militari e di sicurezza private nelle operazioni umanitarie, in costante crescita nell’ultimo ventennio soprattutto per la fornitura di servizi di sicurezza, ha generato un acceso dibattito sul rapporto tra rischi e benefici che questa scelta comporta, aggravata dalla presenza di un vuoto giuridico in cui talvolta queste società si trovano a operare.

MANCATA PRIVATIZZAZIONE IN RUANDA – Nella primavera del 1994 il genocidio ferocemente perpetrato in Ruanda, sotto gli occhi attoniti dell’UNAMIR (Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda) segnò per sempre la storia del continente africano. In una sola stagione si consumò una sanguinosa tragedia etnica tra hutu e tutsi che costò la vita a circa 500mila ruandesi (fino a raggiungerne più di 850mila alla fine del conflitto) e la conseguente tragedia umanitaria portò alla migrazione di oltre due milioni di profughi nella regione dei Grandi Laghi.
Sopraggiunto l’autunno, le Nazioni Unite rinnovarono il mandato delle forze di pace in Ruanda per altri sei mesi (Risoluzione ONU 965), ma non trovarono le risorse per istituire una forza di sicurezza straordinaria per i campi profughi in Zaire (attuale Repubblica democratica del Congo), in cui si era rivelato particolarmente difficile offrire assistenza umanitaria a causa della violenza consumata dagli ex-militanti Hutu.
La società militare privata sudafricana Executive Outcomes si fece allora avanti con un’offerta che avrebbe garantito la sicurezza nei campi profughi attraverso il dispiegamento di 1.500 soldati e supporto aereo, entro sei settimane dalla firma del contratto. Il costo di sei mesi di operazione fu stato stimato intorno ai 150 milioni di dollari, circa 600mila dollari al giorno, un quinto rispetto ai 3 milioni di dollari giornalieri che costò la missione delle Nazioni Unite. L’offerta venne declinata a causa del dilemma, sempre più attuale, che Kofi Annan, ex Segretario generale delle Nazioni Unite, spiegò efficacemente con le seguenti parole: «Quando avevamo bisogno di soldati specializzati per separare i combattenti dai rifugiati nei campi profughi ruandesi a Goma, abbiamo anche considerato la possibilità di ingaggiare una compagnia privata, ma il mondo non sarebbe stato pronto a privatizzare la pace».

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Fig.1 – Caschi blu in pattugliamento in Congo, vicino a una piazzaforte dei ribelli ruandesi hutu 

DA PORTATORI DI PACE A OBIETTIVI DI GUERRA – E ora, dopo quasi due decenni, il mondo è pronto a privatizzare la pace?
Se fino a vent’anni fa la presenza di società militari e di sicurezza private in operazioni umanitarie, di peacekeeping e peace enforcement sembrava impensabile, ora è una prospettiva concreta e reale.
La proliferazione dei conflitti e il deterioramento della sicurezza post 1989 ha portato le Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie ad avvalersi in maniera crescente di società private per garantire la sicurezza del proprio personale, là dove i soggetti predisposti, ovvero il Governo locale o la comunità internazionale, non siano in grado di farlo. L’insicurezza in cui lavorano gli operatori umanitari è ulteriormente aggravata dal fatto che i belligeranti dei conflitti attualmente in corso stanno deliberatamente ignorando le regole di guerra, dalle Convenzioni di Ginevra al diritto umanitario internazionale, e gli operatori sono diventati ambìti obiettivi.
Secondo il rapporto pubblicato l’agosto scorso dall’organizzazione britannica Humanitarian Outcomes, in occasione della Giornata umanitaria mondiale, il numero di operatori umanitari uccisi, rapiti e gravemente feriti nel 2013 ha raggiunto cifre da record: 155 sono stati uccisi, 171 gravemente feriti e 134 rapiti. Nel complesso i dati mostrano un aumento del 66% nel numero di vittime rispetto all’anno precedente, in gran parte attribuito ad attacchi deliberatamente mirati verso operatori umanitari. Tre quarti degli attacchi hanno avuto luogo in Siria, Sudan e Sud Sudan, Pakistan e Afghanistan. Proprio quest’ultimo è il Paese in cui sono stati condotti il maggior numero di attacchi, con 81 operatori umanitari rimasti uccisi solo nel 2013.

Per visualizzare l'infografica completa: https://aidworkersecurity.org/sites/default/files/WHD_violenceagainstaidworker.pdf
L’infografica completa può essere visualizzata qui

SETTORE UMANITARIO E SERVIZI DI SICUREZZA PRIVATI – La fornitura di servizi di sicurezza resta quindi una delle principali aree d’impiego in cui vengono utilizzate le società private nel settore umanitario sia da parte di organizzazioni non governative laiche o religiose finanziate da privati, sia da agenzie governative e organizzazioni incaricate a livello internazionale.
Per evitare di perdere il sostegno dei propri finanziatori privati nel momento in cui i contratti fossero troppo pubblicizzati, le Nazioni Unite e le organizzazioni non governative preferiscono esternalizzare a società di sicurezza private di basso profilo. Tra queste ritroviamo Olive, Hart, AKE, la britannica ArmorGroup, che nel corso degli ultimi anni hanno offerto i propri servizi a Unicef, IRC, CARE, Caritas ed ECHO (la Direzione per gli Aiuti umanitari e la protezione civile dell’Unione europea), mentre Lifeguard e Southern Cross sono state ingaggiate da Worldvision e Caritas per proteggere strutture e personale in Sierra Leone.
Nel bilancio totale 2013/2014 delle Nazioni Unite per l’utilizzo di società di sicurezza private risultano impiegate circa trenta aziende, per un costo totale di oltre 42 milioni di dollari e con 4.412 security guards, di cui 574 armate. Nel complesso, le Nazioni Unite stanno utilizzando società private per servizi di sicurezza armata in tre Paesi (Haiti – Missione MINUSTAH, Afghanistan – Missione UNAMA, Somalia – Missione UNSOA) e di sicurezza disarmata in undici Paesi: Sudan (UNMISS), Abyei (UNISFA), Repubblica democratica del Congo (MONUSCO), Libano (UNMIL), Costa d’Avorio (UNOCI), Mali (MINUSMA), Sahara Occidentale (MINURSO), Kosovo (UNMIK), India e Pakistan (UNMOGIP) e Afghanistan (UNAMA).
Le agenzie governative, invece, tendono a impiegare anche società private più conosciute. Ad esempio l’Agenzia per lo Sviluppo internazionale degli Stati Uniti (USAID) si è rivolta a Blackwater (oggi Academi) e Custer Battles per la protezione armata del proprio personale in Iraq, mentre il Dipartimento britannico per lo Sviluppo internazionale (DFID) ha impiegato Control Risks Group (CRG).

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I VANTAGGI DELL’OUTSOURCING – Il crescente impiego di società militari e di sicurezza private in operazioni umanitarie, di peacekeeping e peace enforcement ha recentemente generato notevole interesse, nonché un acceso dibattito, tanto che per monitorarne gli sviluppi anche le Nazioni Unite dal 2005 hanno istituito un Gruppo di Lavoro «sull’impiego di mercenari come mezzo per violare i diritti umani e impedire l’esercizio dei diritti dei popoli all’autodeterminazione». Il dilemma ruota attorno alla valutazione del rapporto tra rischi e benefici che la scelta di impiegare questo tipo di società private comporta.
Tra le istanze a favore dell’outsourcing dei servizi di sicurezza a società private spiccano quelle relative al vantaggio di costo. I vantaggi derivano dalla posizione che l’impresa privata ricopre in un mercato in cui efficienza e convenienza rappresentano qualità di primaria importanza. Le società militari e di sicurezza private, potendo contare su personale esperto addestrato a livello globale, dispongono di maggiore flessibilità e agilità rispetto allo Stato e alle organizzazioni internazionali, operando più efficacemente e a costi inferiori. Il vantaggio di costo non riguarda solo la sfera economica, ma anche quella politica, poiché per uno Stato affidare a privati missioni ad alto rischio limiterebbe, in caso di vittime, ripercussioni negative sull’opinione pubblica e conseguenti pressioni per il ritiro.
Infine, molte organizzazioni umanitarie che operano in teatri in cui regna un elevato livello di insicurezza come Afghanistan, Repubblica democratica del Congo, Yemen e Somalia, hanno dovuto sviluppare relazioni con clan o signori della guerra locali per proteggere il proprio personale e consentire di portare avanti le proprie operazioni, soggetti più pericolosi e meno affidabili delle società professionali private.

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ELEMENTI DI CRITICITÀ – Se da un lato le società private hanno la possibilità di intervenire in maniera più rapida, economica ed efficiente, dall’altro lato vengono a mancare nel lungo termine una serie di condizioni, come la capacità di mediazione e di legittimità percepita, necessarie affinché un intervento umanitario possa condurre alla risoluzione duratura della crisi, che si presuppone sia il fine ultimo delle missioni di pace.
Le società militari private possono contribuire a preservare temporaneamente la pace, ma non possiedono né gli strumenti né la volontà per affrontare le cause alla base di disordini e violenze e ripristinare la legittimità degli attori locali, poiché l’obiettivo ultimo delle imprese private non è portare la pace, ma massimizzare il profitto. Inoltre, il ricorso a una forza armata esterna potrebbe non solo essere d’ostacolo nel ristabilire le basi del nuovo contratto sociale a livello locale, ma potrebbe anche rafforzare l’idea che il potere appartiene a chi possiede maggiori risorse militari.
Infine, una delle conseguenze più gravi dell’impiego di attori armati non statali che operano a scopo di lucro da parte delle agenzie umanitarie è la possibilità di mettere a rischio la percezione di neutralità delle parti in conflitto, che fino a questo momento ha rappresentato un principio guida che in linea generale ha garantito agli operatori umanitari l’immunità dagli attacchi. 

VACUUM LEGISLATIVO – La mancanza di una legislazione appropriata che dovrebbe regolare l’impiego di società militari e di sicurezza private anche in campo umanitario rappresenta il nocciolo della questione.
Nel diritto internazionale il fenomeno non è ancora stato oggetto di una disciplina onnicomprensiva e la mancanza di responsabilità giuridica delle società militari e di sicurezza private potrebbe permettere loro di violare i principi dello jus in bello. Il problema della responsabilità non è causato solo dal vuoto giuridico in cui operano, ma anche dalla mancanza di volontà degli Stati di affrontare la questione. Temendo di legittimare l’impiego dei “mercenari del nostro secolo” i Governi hanno preferito lasciare ricadere sulle società private l’onere di garantire il rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale, senza considerare che permettere a dei soggetti di operare in un vuoto giuridico possa trasformarsi in un invito all’abuso. Ai soggetti in questione resta quindi la responsabilità delle selezioni nelle assunzioni, del comportamento delle truppe sul campo e soprattutto, nel momento in cui i propri dipendenti dovessero commettere delle violazioni, la denuncia presso le Autorità locali competenti. 

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STACCA UN ASSEGNO, PONI FINE A UNA GUERRA – Il fulcro del dilemma sulla privatizzazione della pace resta: fino a dove la comunità internazionale è disposta a spingersi per portare la pace?
Sebbene persista lo zoccolo duro di coloro i quali si scagliano in assoluto contro l’impiego di società militari e di sicurezza private in operazioni umanitarie, di peacekeeping e peace enforcement, d’altro canto si ingrossano le file di coloro che ne valutano più i benefici dei difetti. Tra questi, Doug Brooks, Presidente dell’International Peace Operations Association (IPOA), che nella pubblicazione Write a cheque, end a war (2000) solleva una questione: «Se il denaro privato può riuscire dove le nazioni del mondo non arrivano, contribuendo a porre fine alla crisi umanitaria nel continente africano, perché non utilizzare questa risorsa?». E ancora, l’ex sottosegretario delle Nazioni Unite, Sir Brian Urquhart, considerato il padre fondatore del peacekeeping, che nel 1998 recitò all’Ottawa Citizen: «In un mondo perfetto non avremmo bisogno di loro o non li vorremmo. Ma il mondo non è perfetto».
In un mondo perfetto, forse, non avremmo bisogno neanche delle organizzazioni umanitarie e delle stesse Nazioni Unite, che sono state fondate dalle ceneri della guerra più distruttiva della storia umana. Eppure esistono. Esistono i conflitti, esistono le società militari e di sicurezza private e gli attori che operano nel campo umanitario, dalle quali queste sono impiegate. Bisogna riconoscerne l’esistenza, fare una scelta ed eventualmente eliminare quella voluta mancanza di trasparenza e responsabilità che ne determinano la posizione ambigua, perché per al momento queste attività si stanno svolgendo nella zona grigia che è stata lasciata nell’incertezza.

Martina Dominici

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Martina Dominici
Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

 

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