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Negli ultimi mesi il prezzo del greggio è diminuito di circa il 30%, mettendo in allerta le economie latinoamericane dipendenti dalle esportazioni di petrolio. Messico e Venezuela hanno richiesto senza esito una diminuzione della produzione durante il vertice straordinario dell’OPEC. Quale sarà l’impatto sull’economia di questa decisione? LA CADUTA – Il prezzo del petrolio è caduto da alcuni mesi in una spirale al ribasso che ha portato le quotazioni a livelli simili a quelli registrati durante la crisi finanziaria del 2008. Nei giorni scorsi la quotazione del barile Brent ha sfiorato i 77 dollari, mettendo in allarme i Paesi produttori. Le cause sono diverse, a incidere maggiormente non sono i fattori geopolitici contingenti, come la crisi in Ucraina e la complicata situazione in Medio Oriente, ma le leggi economiche. La scarsa crescita dell’economia mondiale, in particolare il rallentamento in Cina ed Europa, si è tradotta in una diminuzione della domanda accompagnata da una maggiore produzione e dai prezzi concorrenziali del petrolio derivato da fonti non convenzionali (shale oil). L’eccesso di offerta ha portato così a una progressiva riduzione del prezzo del greggio che potrebbe protrarsi nel breve e medio periodo. Si stima che le quotazioni del barile Brent si attesteranno sui 70 dollari almeno fino al 2016. In tal caso l’impatto nelle economie dei Paesi che contano sul petrolio per la tenuta del proprio bilancio pubblico, come Messico e Venezuela, non sarà indifferente. LA RISPOSTA – Una pronta reazione è arrivata dalla convocazione di un vertice straordinario dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) cui hanno partecipato anche Paesi non membri. Durante l’incontro, svolto a Vienna, Venezuela, Messico e Russia hanno cercato di trattare con i rappresentati degli Stati arabi per limitare la produzione, in modo da calmierare le quotazioni di greggio attraverso la riduzione dell’offerta. Come previsto, l’incontro non ha portato a un improvviso cambio di rotta e si è stabilito di mantenere il limite di produzione di 30 milioni di barili al giorno, fermo da dicembre 2011. La risposta dell’OPEC è di lasciare il mercato libero di trovare il proprio equilibrio tra domanda e offerta, una decisione che potrebbe porre in difficoltà le economie latinoamericane. Infatti, il giorno successivo la quotazione è scesa di un ulteriore 8%, con il Brent sotto i 72 dollari e il WTI sotto i 68 dollari. Embed from Getty Images RIDUZIONE DELLE ENTRATE – Non c’è aspetto della politica, dell’economia e della società venezuelana che non dipenda dal petrolio: il 95% delle esportazioni, infatti, è rappresentato dall’oro nero, unica fonte di valuta estera. Per questo Caracas ha fatto pesanti pressioni durante il vertice OPEC chiedendo di mantenere elevate le quotazioni di greggio, necessarie per il pareggio di bilancio dello Stato. Secondo le proiezioni del Fondo monetario internazionale (FMI) l’economia venezuelana sarà in recessione per i prossimi due anni e le stime indicano la necessità di un prezzo di vendita del greggio di circa 120 dollari a barile per colmare il deficit fiscale superiore al 15% del PIL. Inoltre, si stima che le entrate del Governo quest’anno potrebbero diminuire di 10 miliardi di dollari, mettendo in seria difficoltà i conti pubblici. Anche il Messico rischia di avere forti perdite a causa delle basse quotazioni. Le entrate dello Stato messicano dipendono per il 30% dalle esportazioni di petrolio e se non avviene un’inversione di tendenza, il Paese vedrà ridotte le sue entrate di circa 1 miliardo di dollari il prossimo anno. CONSEGUENZE – Il rischio maggiore per il Venezuela è di vedere drasticamente ridotte le entrate di valuta estera, necessarie a garantire l’importazione di beni e a pagare il debito contratto sui mercati internazionali. Il Paese, infatti, pur avendo ingenti riserve energetiche, a causa di mancate politiche di diversificazione è costretto a importare notevoli quantità di beni di consumo e alimentari. Il Governo venezuelano potrebbe così ricorrere a una nuova svalutazione della moneta, ponendo i livelli d’inflazione a limiti insostenibili: secondo il FMI per il 2015 si prevede oltre il 65%. La crisi del modello di economia rentier avrebbe conseguenze anche nella gestione del programma d’integrazione regionale e negli accordi di cooperazione nel settore energetico, come quello con Cuba. Tale situazione rende al Paese bolivariano quasi impossibile perseguire la propria politica di assistenza sociale e l’effetto a catena generato dal calo delle rendite petrolifere lo pone in seria difficoltà finanziaria. Seppur diversi economisti scongiurino il rischio default, le conseguenze potrebbero ricadere tutte sulla popolazione. In Messico, invece, oltre alla riduzione delle entrate statali derivanti dalle vendite del greggio, un duro colpo potrebbe arrivare dal calo degli investimenti esteri. In un periodo per nulla favorevole, il Governo messicano ha avviato un processo di liberalizzazione del settore energetico, varando una riforma per ampliare gli investimenti nel settore petrolifero. L’attrazione d’investimenti dipende per gran parte dal prezzo di vendita del petrolio e il Messico, che con questa manovra sperava in un aumento di due punti percentuali di PIL, potrebbe rivedere le sue attese. Le limitazioni finanziarie e tecnologiche della Pemex, la compagnia petrolifera di Stato, hanno reso necessario l’intervento privato per gli investimenti in estrazione da acque profonde. Il rischio è che con la caduta dei prezzi nel corto e medio periodo tale attività, dato l’elevato costo iniziale, non sia finanziariamente redditizia. Tutto dipenderà dalla capacità contrattuale del Governo messicano, che per ora è in mano agli investitori. Per entrambi i Paesi, nel breve periodo la situazione può essere gestita ricorrendo alle riserve finanziarie, ma nel futuro potrebbe dipendere esclusivamente dalle decisioni in sede OPEC e dalla volontà dell’organizzazione di perseguire una politica liberista.

Annalisa Belforte

[box type=”shadow” align=”alignleft” ] Un chicco in più Il petrolio Brent, scambiato al London International Petroleum Exchange è il riferimento mondiale per il mercato del greggio e determina il 60% del prezzi sul mercato. Il termine Brent indica un petrolio molto leggero, risultato dell’unione della produzione di 19 campi petroliferi situati nel Mare del Nord. Malgrado una produzione limitata, il Brent serve da petrolio grezzo di riferimento a livello mondiale. WTI è l’acronimo di West Texas Intermediate (conosciuto anche come Texas Light Sweet), un tipo di petrolio greggio usato come parametro di riferimento per i contratti future al New York Mercantile Exchange. [/box] Foto: Minale Tattersfield Roadside Retail,
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