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lunedì 6 Aprile 2020
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    Unione Europea, investire per tornare a crescere

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    Il nuovo presidente della Commissione Juncker ha presentato un ambizioso piano di investimenti per 315 miliardi di euro nel prossimo triennio. Sarà efficace per rilanciare la crescita in Europa? Se il fine è quello giusto, i mezzi potrebbero non bastare.

    PERCHÈ GLI INVESTIMENTI? – Gli investimenti sono una componente fondamentale del Prodotto interno lordo (PIL). Hanno effetti immediati nel creare occupazione, in particolar modo quelli in opere infrastrutturali: posti di lavoro non solo connessi all’opera in via di realizzazione, ma anche nell’indotto. Inoltre, nel lungo periodo il potenziale degli investimenti infrastrutturali può essere ancor più elevato, perché tali opere possono eliminare dei “colli di bottiglia” nelle reti energetiche, di trasporto e delle telecomunicazioni, contribuendo a ridurre i costi e ad accrescere l’efficienza.

    L’EUROPA NE HA BISOGNO – Se le ragioni elencate nel paragrafo precedente vi sembrano sufficienti per riconoscere l’importanza degli investimenti per la crescita economica di un Paese, vi stupirete probabilmente a scoprire che in Unione europea, rispetto al 2007, gli investimenti sono calati del 15%, per un totale di 430 miliardi di Euro in meno. È uno degli effetti peggiori della crisi economico-finanziaria, che ha ridotto notevolmente la disponibilità di liquidità nel breve periodo e, al fine di prevenire altre bolle speculative, ha reso la regolamentazione finanziaria molto più stringente. Il risultato è che oggi in Europa ottenere capitale abbondante, specialmente dalle banche, per operazioni di lungo periodo è difficile. Così come è complesso ottenere supporto pubblico per investimenti infrastrutturali, in un contesto dove molti Governi sono quasi “alla canna del gas” e le regole del Fiscal Compact hanno dato priorità al risanamento fiscale, invece che a una spesa pubblica ragionevolmente favorevole alla crescita.

    CHE COS’È IL PIANO JUNCKER? – Se ne parlava da mesi, annunciato a più riprese anche dal presidente del Consiglio Matteo Renzi nelle vesti di Presidente di turno dell’UE per il secondo semestre 2014, e alla fine è arrivato. Mercoledì 26 novembre il nuovo Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha presentato al Parlamento il nuovo Piano di investimenti, che aspira a realizzare interventi per 315 miliardi di euro nel triennio 2015-2017. Sembrerebbe finalmente una mossa decisa dell’UE a favore della crescita dopo anni di austerity. A ben vedere, però, le cose non stanno proprio così: le risorse “fresche” messe sul piatto dalla Commissione sono “solo” 21 miliardi. Che poi, tanto freschi non sono: si tratta per 16 miliardi di denaro spostato all’interno del bilancio dell’Unione, e per i restanti 5 di capitali messi a disposizione dalla Banca europea degli investimenti (BEI), che sarà un attore fondamentale per l’erogazione dei fondi e la scelta dei progetti da finanziare. Questi “denari” confluiranno in un fondo, denominato European Fund for Strategic Investment (EFSI), e faranno da seed capital (capitale “germoglio”, in gergo i soldi che servono per avviare qualcosa) per i progetti che saranno scelti. Ma, allora, da dove arriveranno i 295 miliardi mancanti all’appello? La Commissione confida nell’afflusso massiccio di capitali privati e anche nella partecipazione degli Stati, dato che, per i progetti con il marchio EFSI, il denaro pubblico investito non verrà conteggiato ai fini del Patto di stabilità. I criteri con cui saranno scelti i progetti non sono ancora del tutto chiari: si sa però che verrà data priorità a quelli destinati a migliorare le infrastrutture di rete e che avranno un impatto transnazionale maggiore. L’Italia si è dimostrata tra i Paesi più attivi, presentando una “lista dei desideri” molto ricca: i progetti che il nostro Governo punta a far finanziare ammontano a 87,1 miliardi. Non male, contando che non vi saranno ripartizioni proporzionali tra i 28 Stati membri.

     

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    Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea

    FUNZIONERÀ? – I dubbi sul “Piano Juncker” sono relativi essenzialmente all’effettiva capacità di generare le risorse promesse. L’iniziativa della Commissione si propone di suscitare un “effetto leva” di 1 a 15: in altre parole, per ogni euro messo a disposizione dall’UE, ci si aspetta di poterne generare altri 15 grazie ai capitali dei privati e degli Stati nazionali. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo un mare di incognite: perché gli investitori privati – non solo aziende, ma soprattutto i cosiddetti “investitori istituzionali” come fondi di investimento, pensionistici e assicurativi – dovrebbero trovare conveniente mettere i loro soldi in queste opere? Ogni investimento è considerato tanto più appetibile quanto più grande è il rendimento che esso fa fruttare. Eppure, la BEI tradizionalmente partecipa in progetti caratterizzati da un rischio basso o nullo – e quindi, anche da un rendimento non elevato. Si teme dunque che l’ambizione di colmare un gap di quasi 300 miliardi con un capitale di partenza davvero misero si rivelerà alla fine priva di fondamento e il piano di investimenti rischi di essere un “flop”.

    C’È CHI SI OPPONE? – Molti Paesi, in particolare l’Italia, hanno auspicato per mesi l’adozione di tale piano di stimolo per l’economia. Vi sono però alcune eccezioni: una di queste è la Germania. Nonostante Angela Merkel abbia giudicato positivamente i dettagli presentati da Juncker, l’economia tedesca ha un tasso di investimenti troppo basso, eppure potrebbe, e dovrebbe, fare di più su questo fronte. Berlino ha i conti pubblici a posto e le infrastrutture tedesche avrebbero bisogno di essere ammodernate. Inoltre, stimolare la domanda interna favorirebbe il riequilibrio della bilancia dei pagamenti, che oggi registra un surplus troppo elevato che ha finito per danneggiare altri Stati come Italia e Spagna. In conclusione, l’Europa ha un grande bisogno di tornare a crescere se non vuole essere condannata a un periodo di stagnazione indefinitamente lungo. Gli investimenti sono un motore necessario e che dà effetti nel lungo periodo. Lungimiranza: ecco ciò di cui ha bisogno l’UE per ripartire. Il piano Juncker ha diversi punti che non convincono, ma è un primo passo verso una strada nuova e giusta. Lo capiranno tutti?

    Davide Tentori

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    Un chicco in più

    Ecco il video della presentazione del piano investimenti da parte di Juncker al Parlamento europeo.

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    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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