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In un periodo in cui l’antisemitismo nel Vecchio Continente sembra aver raggiunto il picco storico dagli anni Trenta-Quaranta, risulta importante scoprire e analizzare anche quelle che sono le derive più radicali che ha preso l’ebraismo, al fine di stimolare una migliore intercomprensione sociale e di scongiurare risposte violente al trend corrente. 

LA TENDENZA EUROPEA – Il 2014 ha conosciuto un incremento esponenziale delle ostilità verso Israele, e per riflesso verso gli ebrei, che non si verificava da decenni. Belgio, Francia, Italia, Ungheria e Germania sono gli Stati in cui più si sono verificate aggressioni e dove maggiori sono le discriminazioni ai danni delle comunità ebraiche. Tra le tante cause annoverabili, è senza dubbio di primaria importanza quella relativa allo scontro fra Palestina e Israele. Mai come nell’ultimo episodio del conflitto, quest’estate, l’Europa si è indignata di fronte alle azioni di Israele e alla sua politica di occupazione. Un tempo difesa dalla sinistra europea, che oggi è invece portavoce delle richieste umanitarie palestinesi, la comunità ebraica europea è rimasta senza protettori, se non, paradossalmente, alcuni partiti di destra conservatrice che, ostili all’emigrazione dai Paesi arabi, vedono in Israele un avamposto occidentale che difende i valori e gli interessi europei. Anche il boom del fondamentalismo islamico in Europa ha contribuito a inasprire il clima, diffondendo sentimenti antisemiti culminanti a volte in azioni esemplari, quali l’attentato al Museo ebraico di Bruxelles, perpetrato dal jihadista di ritorno Mehdi Nemmouche. In un contesto più generale di settarizzazione e ripresa delle tradizioni, gli ebrei europei, sentendosi alienati e sottorappresentati, sono finiti col rimarcare la loro segregazione identitaria. Questo ha contribuito a consolidare ulteriormente una fallacia logica che in Europa si stenta a superare: quella per cui si tende a sovrapporre israeliani ed ebrei. Nel migliore dei casi spaventate, ma più generalmente traumatizzate e offese, alcune comunità ebraiche stanno ripensando la loro permanenza in Europa e il loro modello di convivenza sul territorio.

IL FONDAMENTALISMO EBRAICO – Generalmente quando si parla di fondamentalismo ebraico è bene considerare che il fenomeno ruota attorno a un concetto chiave: quello della terra. Da qui è possibile operare subito una importante divisione, di carattere ideologico, fra il fondamentalismo filo-israeliano e quello antisionista. Diverse comunità ebraiche residenti in Europa e Nord America, infatti, si trovano in linea di collisione con le politiche e il mainstream teologico israeliano. Alcuni gruppi ultraortodossi, ad esempio, ritengono intollerabile una commistione delle leggi divine (evincibili da Torah e Talmud) a quelle degli Stati di diritto. Per questo, essi sono stati a lungo nemici del sionismo, giudicando la volontà di potenza una forma di idolatria. Un esempio di gruppo fortemente antisionista è oggi rappresentato dai Sikrikim (o sicari), un’organizzazione terroristica che, residente a Gerusalemme, conta circa un centinaio di membri attivi. Sono invece sionisti alcuni gruppi provenienti dal fondamentalismo ebraico cosiddetto radicale: un esempio storico conosciuto è quello dell’Irgun Zvai Leumi (Organizzazione militare nazionale), che operò durante il mandato britannico sulla Palestina, adottando il terrorismo come modus operandi. 

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Una manifestazione di Neturei Karta a Londra, in cui fu chiesto agli Stati Uniti di fermare l’appoggio a Israele

EBRAISMO ESTREMISTA IN EUROPAFocalizzandoci sulla galassia ebraica europea, rilevante ai fini di questo articolo, è possibile tracciare l’identikit di due comunità fondamentaliste che presentano i tratti identitari più marcati. Provenienti da un ambiente di ispirazione antisionista, i Neturei Karta, il cui gruppo fu istituito nel 1938 in Palestina, sono volontariamente emigrati in massa verso Regno Unito, Belgio e Austria (oltre che Stati Uniti) dopo aver subito, sostengono, violenze dalle frange sioniste. Oppositori delle politiche israeliane e spesso a favore dei palestinesi, i Neturei Karta credono che la terra d’Israele debba essere abitata dalle diverse comunità che hanno storicamente occupato quel territorio, e che l’unica forma legislativa implementabile sia di emanazione diretta dal Talmud. Essi rifiutano l’etichetta di fondamentalisti, ritenendo di attenersi semplicemente ai testi sacri. Anche gli Haredim (studenti di teologia) sono in buona parte antisionisti. In Europa, essi si trovano soprattutto in Regno Unito, Francia, Svizzera e Austria, per un totale di circa 80mila individui. Ultraortodossi e conservatori, i loro membri sono spesso a forte rischio segregazione a causa dei loro costumi marcatamente intransigenti. Gli Haredim si reputano il modello ideale di comunità ebraica, e trovano fonte di attacchi nella stessa Israele laica, che ne critica l’estremismo. Le frange antisioniste del gruppo basano il loro rifiuto di Israele sul concetto, espresso nel Talmud, di non ritorno nella terra promessa sino alla venuta del Messia.

SCENARI DI CONVIVENZA – Gli ebrei appartenenti a gruppi fondamentalisti sono una piccolissima minoranza. A differenza di altri estremismi di matrice religioso-politica, il fondamentalismo ebraico presente in Europa non sembra essere oggi organizzato in cellule operative che abbiano sposato la pratica violenta. Eventuali azioni coercitive o terroristiche sono quindi lasciate al singolo individuo o a piccoli gruppi privi di una rete o di un network formale. Vi sono però alcuni casi di collegamento fra gruppi europei e cellule terroristiche israeliane, quali quello esistente fra i già citati Neturei Karta e i Sikrikim. Bisogna tenere presente che gli ultimi attacchi di matrice ebraica avvenuti in Europa risalgono agli anni Novanta, e furono per la maggior parte ai danni di movimenti neo-nazisti tedeschi. Sono, al contrario, molto maggiori i casi di attacchi verso collettivi ebraici. Infatti, nonostante il carattere spesso antisionista delle comunità ebraiche europee più isolate, l’antisemitismo europeo si scaglia contro una figura mediana e standardizzata di ebreo, che è visto dai gruppi antisemiti attraverso il grossolano stereotipo di simpatizzante verso Israele e volontariamente ai margini della società di cui è membro ospite e non parte integrante. Modelli di convivenza efficiente possono prevedere programmi di conciliazione e avvicinamento fra comunità, così come programmi di reintegro e cooperazione comunitaria per individui che hanno mostrato atteggiamenti e pratiche violente verso l’ebraismo e vice versa. A livello più alto, gli stessi partiti politici dovrebbero stemperare le escalation di tensione tramite valutazioni meno pre-determinate ideologicamente, mentre non va scordato il ruolo che l’islamismo radicale gioca nei quartieri più multietnici, dove spesso risiedono e convivono comunità ebraiche e islamiche di origine straniera.

Marco Arnaboldi

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ] Un chicco in più

Durante l’ultima conferenza organizzata dall’EJC (European Jewish Congress), è stata ribadita l’importanza di sviluppare politiche di sicurezza sociale per contrastare il preoccupante rafforzamento, soprattutto in Nord Europa, di movimenti neo-nazisti.

Un ottimo sito per monitorare i fenomeni antisemiti nel mondo è l’archivio del CFCA (Coordination Forum for Countering Antisemitism).

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Marco Arnaboldi

Ventiquattro anni, saronnese, mi sono laureato in Relazioni Internazionali (studiando anche la lingua araba) presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sui combattenti europei impegnati in Siria. Sono stato Visiting Student a Siviglia e a Gerusalemme, attualmente frequento una specialistica in Politiche Internazionali. Ho lavorato come analista presso un’azienda di security consultancy, oggi collaboro con alcuni istituti di ricerca e diverse testate italiane. I miei temi di analisi sono il Medio Oriente, l’Islam politico, il jihadismo e l’home-grown terrorism. Da ultimo, curo un sito sul Jihadismo targato IT (www.jihadistanblog.blogspot.com).

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