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Nell’ultimo decennio l’industria dell’olio di palma è entrata nel mirino di ONG come Greenpeace, WWF e Oxfam, che hanno invocato l’introduzione di regole e standard per una produzione sostenibile. I loro sforzi hanno portato alla creazione della Roundtable for Sustainable Palm Oil, un’associazione alla quale partecipano alcuni tra i principali attori del settore (coltivatori, raffinatori, clienti, istituti finanziari e ONG). L’interazione tra questi soggetti ha prodotto una serie di conseguenze non previste che complicano notevolmente la discussione sulla sostenibilità.

(Rileggi qui la prima parte)

L’ANTEFATTO – Alla fine degli anni Novanta l’industria dell’olio di palma venne fortemente attaccata sui media internazionali a seguito dei massicci disboscamenti della foresta vergine messi in opera nel Sudest Asiatico per estendere le piantagioni. Dal 2004 Greenpeace e altri gruppi ambientalisti hanno cercato di boicottare l’uso di questa commodity attaccando i suoi principali clienti (multinazionali come Unilever e Procter&Gamble) mediante campagne di “distruzione” dei loro brand più famosi. Le provocatorie rivisitazioni in chiave ambientalista delle pubblicità del sapone Dove e della barretta Kitkat hanno avuto un enorme successo in rete.

RSPO E L’OLIO DI PALMA SOSTENIBILE – Questi violenti attacchi portarono nel 2004 alla creazione dell’RSPO (Roundtable for Sustainable Palm Oil), con lo scopo di negoziare una strategia comune e specifici standard che rendessero la catena produttiva “sostenibile”. Mentre i coltivatori si impegnavano a non estendere le piantagioni a danno della foresta e delle comunità locali, gli altri attori si obbligavano a raffinare, finanziare e acquistare solo olio “certificato”, cioè prodotto secondo gli standard concordati. A seguito delle massicce pressioni esercitate da ONG ambientaliste, alcuni Paesi europei, come l’Olanda e la Francia, hanno imposto l’acquisto di olio certificato RSPO a tutte le compagnie che operano nel loro territorio. Inizialmente i produttori, intimiditi dalle campagne denigratorie in Europa, accolsero l’iniziativa con favore, ritenendo che il maggior costo della nuova catena produttiva si sarebbe tradotto almeno in parte in un sovrapprezzo al consumatore per l’acquisto di olio certificato, un po’ come succede con il cibo biologico.

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TUTTO BELLO MA… – L’RSPO definisce una catena produttiva “sostenibile” sulla base di otto principi generali (ad esempio trasparenza, rispetto dell’ambiente, rispetto dei lavoratori), ma di cosa si tratta in pratica? Dopo numerose interviste siamo riusciti a capire che il concetto di sostenibilità può declinarsi in molte sfumature, tanto che ognuno finisce per interpretarlo come ritiene più opportuno. Nel caso dell’olio di palma si tratta di ottenere rese maggiori dalle piantagioni già esistenti, intensificando lo sfruttamento della terra oggi disponibile. In linea di principio il tutto sembra ragionevole e ispirato a ideali positivi, ma in pratica L’RSPO ha creato molti problemi. Maggiori rese si possono ottenere in due modi: progettando semi geneticamente modificati oppure aumentando l’utilizzo di fertilizzanti chimici. È evidente che il maggior costo delle procedure sostenibili costituisce un disincentivo ai forti investimenti in ricerca e sviluppo necessari per selezionare nuove sementi e molti coltivatori scelgono di acquistare più fertilizzanti, che nel lungo periodo danneggiano i terreni.
Un secondo problema sta nel fatto che non c’è differenza di qualità tra olio certificato e non. La differenza sta solo nel modo in cui viene prodotto e ciò genera difficoltà in termini di tracciabilità e premio al consumatore. Specialmente in l’Indonesia, dove il territorio è frammentato, le infrastrutture spesso inadeguate e circa il 40% della produzione nelle mani di piccoli produttori, l’implementazione degli standard di sostenibilità si è rivelata molto complessa. Inoltre, garantire un premio all’olio “green” è un obiettivo altrettanto difficile da raggiungere, visto che il vantaggio dell’olio di palma risiede nella convenienza del prezzo rispetto ai sostituti di pari qualità. In Europa i consumatori fronteggiano la crisi e non sembrano disposti a spendere di più per prodotti che sono percepiti di qualità medio bassa, ma non mettono in pericolo gli orangutan, mentre i mercati emergenti come India e Cina non sono ancora sensibili ai problemi dell’ambiente e dei diritti umani. Il risultato è che il costo della sostenibilità ricade sulle fasi produttive a monte. Quello che doveva essere uno sforzo collettivo per l’introduzione di uno standard universale si è trasformato in un canale privilegiato per i soggetti più ricchi dell’industria, che, avendo le risorse per assorbire questi maggiori costi, possono accedere a determinati mercati senza che la loro reputazione venga intaccata.

CHI HA GUADAGNATO DI PIÙ DALLA SOSTENIBILITÀ? – Al primo posto ci sono le grosse compagnie che da una decina d’anni vengono attaccate dagli ambientalisti infuriati. Mentre al secondo ci sono proprio questi ultimi. Le tre più grosse società di coltivazione e trading che operano nel settore dell’olio di palma su scala globale, Sime Darby, Wilmar e Golden Agri Resources controllano più della metà dei volumi prodotti e fanno parte di RSPO. La possibilità di applicare uno standard dai contenuti non molto chiari ha reso queste compagnie ancora più potenti: se vuoi vendere il tuo olio devi produrre secondo le loro regole e ciò ha fatto sì che molti piccoli produttori si trovassero strozzati e indebitati, non avendo le risorse per adattare i processi ai nuovi criteri. Queste compagnie hanno rinforzato il loro ruolo d’intermediari assicurandosi la domanda dei consumatori europei e negli ultimi anni hanno introdotto requisiti aggiuntivi per aumentare la tracciabilità dei fornitori esterni alle piantagioni sotto il loro diretto controllo. Le grosse ONG internazionali come Greenpeace e WWF, facendo leva su maggiori risorse e dimestichezza con i media occidentali sono state le prime a essere coinvolte nell’implementazione delle pratiche sostenibili nelle diverse piantagioni. Oltre ad avere la possibilità di influenzare l’architettura dell’industria, i loro staff beneficiano di lauti contratti di consulenza, pagati proprio da “mostri” come Wilmar e GAR.

Valeria Giacomin

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Un chicco in più

Il cibo “sostenibile” è uno degli argomenti più caldi degli ultimi mesi. Insieme all’agricoltura sostenibile sarà il tema principale di Expo 2015. L’industria dell’olio di palma dovrebbe trovare ospitalità all’interno del padiglione malese, mentre l’Indonesia non fa parte della lista ufficiale dei partecipanti.

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Valeria Giacomin

Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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