Scontri a Bengasi
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Tra i confini che un tempo delimitavano il regime di Gheddafi si sta giocando da alcuni mesi una partita sanguinosa e cruenta tra islamisti e laici, polarizzando il campo, con il rischio che possa sfociare in una guerra civile con ripercussioni sull’equilibrio regionale. 

POLARIZZAZIONE LIBIA – Il territorio che una volta delimitava il potere incontrastato del Rais Gheddafi, la nazione di Libia, paese con importanti risorse energetiche che da sempre ha visto il concentrarsi di interessi esteri, statuali e non, è oggi di sicuro il Paese, tra quelli situati nella sponda sud del Mediterraneo, che più di tutti non è riuscito a tramutare in concretezza gli stimoli, le ambizioni e i desideri derivanti dalla Primavera Araba. Ad oggi il territorio libico è incredibilmente disunito, costretto ad una polarizzazione che vede in campo due forze politico/militari. Questa polarizzazione inizia a comporsi dopo la caduta del Rais, con la tacita decisione di lasciare la spartizione e il controllo di parte sostanziale del territorio in mano alle milizie, invece di iniziare fin da subito a costituire uno Stato unitario. Questa polarizzazione a due blocchi è andata via via acuendosi, a causa della cattiva gestione del Governo di transizione e degli eventi avvenuti nell’ultimo anno. In particolare la crescente influenza politica islamista, le elezioni del 25 giugno che hanno sancito la vittoria dei liberali, il tentato colpo di Stato da parte delle forze secolariste con a capo l’ex generale Haftar, nonché la decisione della Corte Suprema del 5 novembre che ha dichiarato illegittimo l’atto di indizione delle elezione del 25 giugno e annullato il Governo di Al Thinni, ha innalzato il livello dello scontro tra le forze islamiste insieme alle milizie di Misurata e le forze secolariste e anti islamiche con a capo Haftar.

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Fig.1 – Edificio danneggiato dai combattimenti tra fazioni nella cittadina di Az Zawiyah, il 16 novembre

ISLAMISTI VS. SECOLARISTI – Le forze islamiste sono partite in netto svantaggio, essendo politicamente relegate, nella composizione del governo di transizione dal 2012 e alle politiche del 25 giugno, alla minoranza legislativa. Grazie alla loro unitarietà però sono riuscite a bloccare spesso e volentieri le azioni dei vari organi istituzionali. Appartengono a questo polo anche le milizie di Misurata e l’organizzazione Ansar Al-Sharia, da poco catalogata dagli USA come gruppo terroristico. Dall’altra parte si collocano le milizie anti islamiste presenti sul territorio, le forze laiche istituzionali e l’ex esercito gheddafiano, guidato dall’ex generale Haftar. Nei mesi di febbraio-marzo, due eventi hanno determinato una maggior concretezza: il primo è il tentativo di colpo di Stato da parte di Haftar chiamato “rivoluzione di San Valentino”, mentre il secondo è l’escalation di violenza avuta a Bengasi il mese successivo che diede inizio, proprio in quella città, agli scontri tra i secolaristi guidati da Haftar e gli islamisti. Per capire bene fin quanto la polarizzazione in Libia sia radicale è sufficiente sapere che, fino alla sentenza della Corte Suprema, esistevano due Governi, uno formale e uno informale,  uno guidato da Al Thinni, e con sede a Tobruk per ragioni di sicurezza, il secondo era quello istituito da Alba Libica, cartello sotto al quale sono riunite le milizie di Misurata e di Tripoli, con a capo Omar Al Hassi.

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Fig.2 – Sostenitori di Ansar al-Sharia durante una manifestazione

AUMENTO DELL’INSTABILITA’ REGIONALE – Questo quadro è alimentato anche dalla divisione esistente nell’ormai frastagliato scenario regionale. La polarizzazione interna ha coinvolto anche attori esterni, i quali costantemente ormai da qualche tempo sostengono le parti in lotta, Qatar e Turchia a favore degli islamisti, mentre Arabia Saudita e Egitto sostengono i secolaristi. Sicuramente uno degli obiettivi islamisti, con derivazione sunnita, è quello di affermare la propria supremazia politica dopo l’avvento della Primavera Araba nell’area nordafricana oppure, a seconda della visione, considerando la situazione egiziana e tunisina, il mantenimento di una certa visibilità politica, nell’unico Paese ancora non stabilizzatosi dopo il fenomeno arabo. Ma la partita che si sta giocando a livello regionale e che può determinare dinamiche molto più grandi è un’altra. La possibile vittoria degli islamisti libici, i quali hanno ottimi rapporti con Ansar Al-Sharia – lo stesso gruppo che ha riconosciuto il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi – andrebbe a determinare un notevole rafforzamento dell’Islam sunnita radicale e metterebbe in grave difficoltà tutta una serie di attori statali, tra i quali Arabia Saudita e Israele, che oggi hanno un grande peso nel mantenimento dell’equilibrio mediorentale, seppur precario. Il paradosso che risulta curioso da questa situazione è che il mondo occidentale, Stati Uniti in testa, sta cercando di definire un’alleanza di qualche genere con quelli che ieri erano i suoi nemici (Iran in particolare) e contenere quei soggetti che ieri erano suoi alleati, ovvero proprio quegli islamisti sunniti.

SCENARI FUTURI – Per come si presenta, la situazione libica è di difficile soluzione. Tre sono le ipotesi. La prima è che le parti in campo trovino un accordo per poter andare nuovamente alle elezioni e continuare la transizione verso la democrazia. Questo scenario, considerando l’acutezza dello scontro in atto, ha possibilità di realizzazione molto esigue. Senza un soggetto terzo che faccia da intermediario, salvaguardi i civili innocenti e apra una nuova strada di dialogo, un’unione spontanea sembra irrealizzabile.
La seconda ipotesi è un intervento, con o senza l’uso della forza, da parte della comunità internazionale. Questa visione però non è ben vista dal fronte islamico, in quanto non si fida degli attori statali occidentali, convinto che questo possa agevolare i secolaristi.
La terza ipotesi è che il confronto continui a salire di intensità, si arrivi ad una guerra civile che determini una volta per tutte quale visione e cultura deve prevalere in Libia. Questo scenario, per quanto cruento, sembra il più pragmatico. Ma questa prospettiva, per le ragioni di cui sopra, non alletta affatto la comunità internazionale, in quanto una possibile vittoria islamista, che al momento sembra essere in vantaggio, non sarebbe vista di buon grado dagli attori occidentali. Ragion per cui ad oggi un intervento della comunità internazionale sembra l’ipotesi più probabile, anche se osteggiato da non poche resistenze.

Daniele Gallina

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Ansar Al Sharia – E’ stato catalogato di recente dagli Stati Uniti come gruppo terroristico, è uno degli attori principali del conflitto libico, la sua città di origine è Bengasi, anche se ad oggi la sua roccaforte è Derna, ad est del Paese. Di recente Ansar Al Sharia è stato definito a “geometria variabile”, ovvero fuori dal normale schema classico dei gruppi jhiadisti, soprattutto per le modalità di applicazione della Da’wa, e una certa adattabilità nel corso degli anni alla situazione libica.

Per chi volesse approfondire i temi trattati consigliamo la lettura del policy brief Un piano per la Libia di Arturo Varvelli, membro del nostro Comitato Scientifico.

Consigliamo inoltre, sulle nostre pagine:

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