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Nella seconda parte dell’intervista al giornalista Stefano Grazioli, in evidenza c’è il ruolo geopolitico della Russia, la cui rinnovata potenza trae le basi dalla grande ricchezza in termini di risorse energetiche

Ecco la  seconda parte dell’intervista (Cfr. Gazprom Nation) al giornalista Stefano Grazioli, autore freelance per testate svizzere e italiane, occupandosi soprattutto di Russia e Asia Centrale e che recentemente ha dato alle stampe “Gazprom nation”, in cui racconta in maniera approfondita e rigorosa la Russia di Putin e l’Asia centrale post sovietica del nuovo “great game”, attraverso la sua esperienza di corrispondente e le parole dei protagonisti. Dopo aver parlato dell’economia, ora le domande vertono sul ruolo di Mosca sulla scena internazionale.

I rapporti tra UE e Russia nel mercato energetico si basano oggi su una mutua dipendenza. Un eventuale inserimento della Cina rischierebbe di mettere in crisi questo equilibrio?

 

“Innanzitutto a molti non è chiaro che la dipendenza tra UE e Russia sia simmetrica. Bruxelles ha bisogno di Mosca e viceversa, nel senso che se l’Europa non può fare a meno del gas russo, la Russia ha bisogno della tecnologia occidentale e del mercato europeo. Al Cremlino non si possono bere il petrolio o lasciarlo in cantina a invecchiare. Messo questo in chiaro, è ovvio che la sete energetica della Cina dovrà in qualche modo essere soddisfatta: Pechino si sta già muovendo da tempo non solo verso la Russia, ma anche con i vicini dell’Asia centrale, dal Turkmenistan al Kazakistan. La sfida sulle risorse del Caspio è partita da un pezzo, anche se in Europa ce ne si sta accorgendo solo ora. Sperando che non sia troppo tardi. Personalmente sono convinto che sia intenzione del Cremlino non spostare troppo l’asse verso est, a Mosca sono molto pragmatici.” 

 

Oltre al ritiro del progetto di scudo missilistico vede altri segnali di un possibile nuovo corso nelle relazioni USA-Russia?

 

“I punti di attrito tra Washington e Mosca sono molto meno dei punti sui quali si può e si deve collaborare. La nuova guerra fredda non esiste: basta parlare di Iran, Afganistan, terrorismo internazionale, non proliferazione nucleare e si evidenziano grandi temi in cui Usa e Russia hanno interessi comuni. Molto dipende non tanto dal Cremlino, ma dalla Casa Bianca. Mosca non ha avuto e non ha molto spazio di gioco: nel decennio di Eltsin è rimasta passiva e immobile, sotto Putin ha ripreso un ruolo internazionale, ma quasi esclusivamente di reazione. Washington faceva una mossa, Mosca reagiva. In un futuro mondo multipolare, secondo la dottrina del Cremlino, gli Stati Uniti dovranno rinunciare al ruolo guida e bisognerà arrivare a una concertazione dove diversi attori agiscono se non all’unisono, almeno senza calpestarsi troppo i piedi.”  

 

I rapporti UE-Russia, oggi improntati a una realpolitik e fondati quasi esclusivamente sui reciproci interessi economici, non rischiano di minare la coesione interna dell’Unione, già di per sé labile, in particolare tra vecchi e nuovi membri?

 

“Non essendo l’UE coesa non c’è appunto nulla da minare. Piuttosto bisogna cercare le soluzioni per evitare il disfacimento: e qui l’asse trainante Berlino-Parigi ha molto da dire. L’Unione dovrà in qualche modo trasformarsi per non restare succube di se stessa e incapace di reagire alle sfide, non solo energetiche, del futuro. La via è ovviamente quella del compromesso e del pragmatismo. A soli vent’anni dalla caduta del Muro sarebbe assurdo pensare di avere un’Europa che parla a una voce sola, ma guardando quanta strada si è fatta si può capire come in realtà il nuovo cammino non sia certo più difficile del vecchio.” 

 

Gli stessi legami economici non rischiano di incrinare anche l’asse atlantico? Per fare un esempio concreto, pensiamo al caso dei recenti accordi siglati per il progetto South Stream, alternativo al progetto Nabucco, che sembra ad oggi segnare il passo.

 

“Non penso. Prendiamo il caso tedesco: la Germania è l’esempio di come si possano coltivare ottime relazioni, non solo economiche, sia con la Russia che con altri Paesi dello spazio postsovietico e restare solidi alleati degli Usa. Come si fa? Chiamiamola realpolitik, sano pragmatismo, buon senso. Si tratta insomma di trovare la via di mezzo. Su Berlino e Mosca pesavano fino a vent’anni fa le ombre del passato, oggi sono grandi partner non solo commerciali. E al Kanzleramt nessuno pensa certo di voltare le spalle alla Casa Bianca.”

 

Non crede che l’abitudine di Gazprom di assumere come sponsor per i suoi progetti importanti figure politiche occidentali come Schröder (ma risulta che anche Prodi abbia rifiutato un’offerta analoga) costituisca il tentativo di esportare un modello poco trasparente di commistione tra potere politico ed economico?

 

“Gazprom non è una filiale russa delle Dame di San Vincenzo. Fa business, vuole guadagnare e cerca le migliori connections. Mi risulta che lo stesso facciano Bp, Exxon, Eni, Gaz de France e tutti gli altri colossi energetici del mondo. Naturalmente fa rumore se l’ex cancelliere tedesco Schröder entra nel board di Northstream (che ricordo è metà russa e metà tedesca e lui ovviamente rappresenta gli interessi germanici), ma è strano che quando ad esempio Lord Robertson, ex segretario generale della Nato entra in quello di British Petroleum, nessuno dica niente. A Mosca in fatto di commistione tra potere politico ed economico non hanno inventato nulla, hanno solo preso esempio da quello che succede da altre parti. La forma è forse un po’ più grossolana, ma la sostanza è la stessa. O le varie sorelle sparse qua e là non hanno nulla a che spartire con il potere politico?” 

 

Il nuovo Great Game rende ancora più instabile una zona di per sé incandescente. Come evidenziato anche nel suo libro questa situazione è controproducente per tutte le superpotenze coinvolte, crede che questo porterà a un accordo tra esse sulla via energetica, in sostanza a un “raffreddamento” dello scontro?    

 

“È inevitabile. E andrà di pari passo con la necessità di fare ricorso in maniera sempre maggiore e ovunque a energie alternative.”

 

Negli anni precedenti si sono verificati una serie di cambi di regime sotto la spinta delle cosiddette "rivoluzioni colorate" nell'area di influenza russa. Questa spinta si è definitivamente esaurita? Cosa vuol dire questo: che lo scontro tra le sfere d'influenza americana e russa nell'area ex Urss si è risolta a favore di Mosca?

 

“Come detto prima: Mosca per una decina d’anni non ha potuto che assistere immobile all’espansione statunitense nello spazio post-sovietico. Le promesse fatte all’inizio degli anni novanta di non allargamento della Nato sono andate presto del dimenticatoio della Casa Bianca. Al Cremlino il rospo non è andato giù e dopo l’offensiva disastrosa dell’amministrazione Bush ora con Obama c’è una pausa di riflessione. La Russia con Putin è ritornata protagonista in Asia centrale, dove i legami e le vedute sono forti e comuni. La guerra nel Caucaso è stata un segnale che Washington doveva darsi una calmata. Ma la partita non è finita. Anche perché la Cina non sta certo a guardare.”

 

Jacopo Marazia

16 novembre 2009

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Jacopo Marazia

Mi chiamo Jacopo, da 30 anni circa ho i piedi infilati nelle pantofole del mio salotto meneghino e la testa sempre altrove (grazie internet!). La storia e la politica internazionale sono state prima la mia passione e poi oggetto di studio all’Università Statale, dove mi sono laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee. Europa, Russia e Balcani sono le aree geografiche che ho studiato più approfonditamente, mentre pirateria moderna, politiche energetiche e di sicurezza sono le questioni che ho seguito con più attenzione. Lavoro come copywriter presso un’agenzia di comunicazione. Mi piace disegnare e ogni tanto lo faccio anche per il Caffè. Scrivere, disegnare, fare video e grafica: il Caffè rappresenta per me un’ottima occasione per sperimentare nuovi modi per comunicare meglio contenuti di qualità. Hope you enjoy!

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