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La vittoria dei repubblicani (GOP – Grand Old Party) non è dovuta unicamente a fattori di politica estera, anche se il cambio di maggioranza al Senato potrebbe influenzare le scelte dell’Amministrazione in ambito internazionale negli ultimi due anni di mandato del Presidente Obama. Si rende necessario vedere se e come questa influenza verrà esercitata.

RISULTATI PREVEDIBILI – Le elezioni di medio termine hanno visto il Partito repubblicano protagonista di un sonoro successo. I repubblicani sono riusciti a mantenere e incrementare la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e prendere il controllo del Senato. Alla Camera il GOP ha una maggioranza di 243 a 178 (con 14 seggi ancora da assegnare in Louisiana) e al Senato i repubblicani subentrano in Alaska, Montana, South Dakota, Colorado, Iowa, Arkansas, West Virginia e North Carolina (con la Louisiana ancora da assegnare), portando a una nuova maggioranza di 53 a 46, in attesa del voto di dicembre nello Stato della Louisiana. Tenendo conto delle dovute eccezioni, le elezioni americane non vedono generalmente come questione prioritaria la politica estera. Gli argomenti più discussi durante queste settimane di campagna elettorale riguardavano perlopiù gli aspetti interni politici, economici e sociali e, solo in seconda battuta e come arma squisitamente elettorale, la posizione americana nel contesto globale. Su The National Interest, Carafano ha riassunto le critiche alla politica estera di Obama riducendo le opzioni prese in considerazione dal Presidente a tre: invadere chiunque, isolarsi completamente e, quella scelta da Obama secondo Carafano, «don’t do stupid things», rifacendosi a un’indiscrezione uscita nei mesi scorsi dalle stanze della Casa Bianca. Non si è avuto però da parte repubblicana una proposta alternativa valida per ciò che concerne la lotta allo Stato Islamico, il confronto con la Russia e i rapporti con la Cina e l’Europa, tutto ciò a indicare una mancanza di interesse dell’elettorato americano per gli affari internazionali.

QUANTO INCIDE IN POLITICA ESTERA UN CONGRESSO REP E UN PRESIDENTE DEM – Il sistema politico-istituzionale statunitense è strutturato in maniera tale che la politica estera sia una materia trattata tanto dal potere esecutivo (il Presidente e la sua Amministrazione), quanto dal potere legislativo (il Congresso). Il Congresso è costituito dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato, i quali hanno prerogative leggermente differenti, con il Senato che gioca un ruolo predominante in ambito di politica estera rispetto alla House of Representatives, non essendo quello americano un sistema bicamerale perfetto. È interessante analizzare il rapporto tra Presidente e Senato per quanto riguarda la politica estera, ora che proprio il Senato è passato in mani repubblicane e lo sarà fino alla fine del mandato obamiano. Seguendo lo schema regolamentale delle ripartizioni dei poteri, in materia di politica estera, tra Congresso e Presidente, vengono individuate 12 funzioni, sei delle quali attribuibili al Presidente e sei al Congresso. Per quanto riguarda il potere esecutivo, il Presidente ha la possibilità di rispondere a eventi esterni, quali sfide e minacce agli interessi americani, avanzare proposte legislative, utili per sostenere le proprie politiche, negoziare e firmare trattati internazionali, anche se la ratifica di questi spetta al Senato, stabilire le priorità e la direzione della politica estera del Paese tramite dichiarazioni unilaterali e di intenti, gestire quotidianamente gli aspetti propriamente esecutivi delle disposizioni congressuali e, infine, portare a termine azioni indipendenti in ambito internazionale, soprattutto in caso di emergenze per cui si renda necessario un intervento rapido e risoluto. Il Congresso invece ha il potere di influenzare gli aspetti della politica estera americana con risoluzioni e dichiarazioni che promuovano gli interessi statunitensi o nuove politiche da adottare, stabilire obiettivi, programmi e linee guida di politica estera, esercitare una pressione legislativa sul Governo, costringendolo a perseguire o cambiare alcuni aspetti delle politiche intraprese o da intraprendere, in particolare negandone il finanziamento, ratificare o meno i trattati negoziati dal potere esecutivo, condizionare le scelte di governo tramite contatti informali e, infine, fungere da controllore politico tramite inchieste, interrogazioni, etc…
Di tutti questi modi di intervenire nella formazione e nell’orientamento della proiezione statunitense sullo scenario internazionale, alcuni potrebbero risultare problematici nel caso in cui Presidente e Senato non siano in sintonia sulle questioni da affrontare. Obama potrebbe trovarsi in difficoltà soprattutto nell’ottenere i fondi per finanziare gli interventi militari all’estero (sia in termini generali con il budget della Difesa sia per situazioni particolari che coinvolgano comunque il Pentagono) e le concessioni di aiuto che sono alla base del soft power americano, come quella negata (in parte) all’Egitto subito dopo la caduta del regime militare o i fondi negati per trasferire alcuni detenuti dalla struttura di Guantanamo. Inoltre i trattati internazionali vengono negoziati e firmati dal Presidente, ma è necessaria la ratifica del Senato (con la maggioranza dei 2/3) perché entrino in vigore nell’ordinamento federale. Più in generale le maggiori difficoltà si avranno nel mediare le proposte legislative del Governo e i tentativi di cambio di rotta da parte del Congresso, per mantenere una politica estera equilibrata e coerente con le linee di indirizzo generali. Su questo punto Obama ha già teso una mano verso il Congresso per chiedere una collaborazione nell’interesse generale del Paese. 

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Obama mostra un’espressione di insoddisfazione prima della conferenza stampa ufficiale post-elezioni

NON È UN PROBLEMA (SOLO) DI OBAMA – Per molti analisti queste elezioni di midterm sono state un fallimento per Obama e il segnale che negli ultimi due anni del suo mandato dovrà cercare di correggere gli errori, anche in politica estera. Il Presidente però non si era esposto più di tanto per questa tornata elettorale. In primo luogo sei anni di mandato tendono a logorare il consenso presidenziale, e Obama, molto attento alle dinamiche elettorali, ne era perfettamente consapevole. Secondariamente in diversi Stati tradizionalmente conservatori gli stessi democratici hanno cercato di prendere le distanze dalle questioni relative alla Casa Bianca, basti pensare alla candidata democratica del Kentucky (sconfitta a ogni modo dal nuovo probabile leader della maggioranza al Senato, McConnell), la quale si è rifiutata di rivelare pubblicamente se avesse votato o meno per Obama alle ultime presidenziali. Infine non si è posto abbastanza l’accento sul ruolo svolto da Hillary e Bill Clinton in queste elezioni di medio termine, secondo una formula consolidata per cui prima ci si spende per le elezioni di midterm e, due anni dopo, si corre come candidato Presidente. Si sono impegnati con la loro macchina elettorale e in prima persona, specialmente in Stati come Arkansas, Iowa, Florida e Kentucky senza ottenere risultati né alla Camera, né al Senato, un dispendio di fondi ed energie che potrebbe incrinare la corsa vittoriosa di quella che, da più parti, è stata già indicata come il primo Presidente donna della storia statunitense. Nonostante sia difficile fare previsioni da qui al 2016, tenendo conto che anche nelle elezioni del 2010 i repubblicani conquistarono la Camera per poi perdere le presidenziali del 2012, potrebbe essere Hillary Clinton, più che Obama, a uscire zoppicante da queste elezioni.

Davide Colombo

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