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Il soft-power, ovvero l’utilizzo della cultura e di altre pratiche diverse dall’uso della forza, è una maniera molto efficace per ottenere influenza geopolitica in altri Paesi. Si tratta di una tecnica adottata anche dalla Cina, che attraverso la diffusione della lingua negli altri Paesi del sud-est asiatico cerca di agevolare la propria penetrazione politica ed economica. Vediamo come funzionano queste dinamiche attraverso l’intervista a Frank-René Lehberger, sinologo e analista politico

 

“Promuovere l’insegnamento cinese come lingua straniera è di importanza strategica per diffondere la lingua e la cultura cinese in tutto il mondo, per migliorare la comprensione e l’amicizia reciproca così come la cooperazione economica e culturale  e gli scambi tra la Cina e gli altri paesi, per elevare l’influenza della Cina nella comunità internazionale”.

 

Questo non sembra essere solo un breviario introduttivo sull’insegnamento della lingua cinese all’estero diffuso dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica popolare cinese, è molto di più. È un progetto strategico di esercizio del soft power, il cavallo di battaglia della nuova diplomazia culturale di Pechino. La lingua veicola le idee, i costumi, i valori di un Paese al di fuori dei confini nazionali, facilitando il confronto interstatale e consolidando, o creando ab origine, nuove aree di cooperazione non solo culturale ma anche economica e politica. Si sa, la cultura contraddistingue sempre una grande potenza, e mai nessun altro Paese come la Cina, nei suoi 5000 anni di civiltà, ha saputo sfruttare questa risorsa così sapientemente, esercitando la propria influenza sui paesi vicini e lontani. Per capire appieno il potenziale del Zhongguo Ruan Shili, il soft power cinese e la forza della fascinazione della cultura e della lingua del Paese di Mezzo, abbiamo interpellato un esperto del settore, Frank-René Lehberger, sinologo e calligrafo. Attraverso una puntuale analisi storica delle esperienze pregresse della Cina, René ci ha prospettato le criticità e i punti di forza della strategia di Pechino e del suo soft power in Asia sud-orientale.

 

D. Frank René, lei ritiene che la promozione della lingua cinese all’estero sia uno degli strumenti che Pechino utilizza per esercitare il soft power?

R. Gli Istituti Confucio hanno lo scopo di diffondere il soft power cinese, convincere gli stranieri della superiorità culturale della Cina e accrescere la conoscenza del cinese all’estero. Questi sono tutti aspetti della propaganda “esterna” della Cina.  Ufficialmente, i 300 o giù di lì Istituti Confucio offrono la possibilità di apprendere la lingua, la cultura, l’arte e la storia della Cina, e operano sotto una struttura no-profit, l’Ufficio del Consiglio internazionale della lingua cinese o Hanban. Che questa è una entità di grande importanza politica diventa chiaro dopo aver ascoltato il discorso del 2004 del promotore della propaganda cinese e membro del Comitato permanente del Politburo del PCC, Li Changchun.” Secondo lui gli Istituti Confucio sono, testualmente: “una parte importante dell’organizzazione della nostra propaganda all’estero”. Come tali devono essere strettamente allineati con il dipartimento di propaganda del PCC (Zhongxuan bu). Nella Repubblica Popolare Cinese (RPC; qui per amor di chiarezza Hong Kong, Macao e Taiwan escluse) la propaganda non è solo pubblicità piatta o una sorta di “pubbliche relazioni aziendali per lo Stato”, ma una questione di vita o di morte per il PCC. Inoltre l’Hanban fa parte di un programma strategico elaborato per neutralizzare ciò che resta del soft power “democratico” di Taiwan all’estero. Taiwan ha collaudato un sistema di lingua cinese conosciuto come Guoyu, il più serio concorrente dell’Hanban. Per quasi 60 anni, la maggior parte dei cinesi d’oltremare (Huaqiao) in tutto il mondo hanno appreso il Guoyu e hanno adoperato nelle scuole delle loro comunità per lo più materiali didattici forniti dal Ministero della Pubblica Istruzione di Taiwan.

 

D. La migrazione e la diffusione della lingua cinese hanno contribuito a costruire una immagine positiva del Paese di Mezzo. Come descriverebbe la dimensione geopolitica di queste due variabili a fronte del crescente soft power della Cina nei paesi del sud-est asiatico?

R. Inizio con il ricordare che il Sud-Est asiatico è molto vario. Grandi ondate di migranti cinesi sono arrivate nel Sud-est-asiatico tra la fine dell’epoca Ming (17 ° secolo) e il 1950, da luoghi davvero disparati linguisticamente, come lo Yunnan, il Guangxi, Hainan, il Guangdong, il Fujian, il Zhejiang. I migranti, per lo più poveri o  commercianti, dopo essersi stabiliti nelle città portuali del sud-est asiatico si impegnarono soprattutto nel commercio con le loro terre d’origine e formarono corporazioni, triadi o società (Gongsi). Pertanto, nel contesto del Sud-Est asiatico non è corretto parlare di lingua cinese (il Putonghua si è diffuso tra i cinesi solo dopo il 1950), quanto piuttosto di una miriade di complicati dialetti del sud della Cina. Ancora oggi, i discendenti dei primi migranti cinesi nel Sud-est-asiatico parlano soprattutto il loro dialetto locale. Per loro il dialetto era ed è ancora un modo per dimostrare la loro identità culturale, diversa e separata da quella indigena. Inoltre, il dialetto era spesso usato come mezzo di comunicazione segreta, per proteggere loro e le loro attività commerciali in un ambiente reputato ostile. La Repubblica di Singapore (l’unico paese a maggioranza cinese e di lingua cinese nel mondo dopo la Cina), è il primo paese nel sud-est asiatico che ha attivamente incoraggiato l’eliminazione dei dialetti cinesi in favore del Putonghua, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Malesia nel 1965.  In Thailandia, dove il 10% dei cittadini è di etnia cinese, l’immagine della Cina è abbastanza positiva e le successive ondate di migranti cinesi sono state assimilate facilmente nella società thailandese, anche attraverso il riadattamento dei cognomi cinesi.  Al contrario, in paesi come l’Indonesia, la Malesia, il Myanmar e il Vietnam, prevale la sinofobia. Prendiamo ad esempio il Vietnam, con un passato da stato-vassallo del Paese di Mezzo e per questo portato a risentire del sinocentrismo. Negli ultimi dieci anni il Putonghua è diventato estremamente popolare tra gli studenti e le giovani generazioni vietnamite. Ma questo significa automaticamente che dietro a questi sviluppi c’è l’influenza culturale della Cina? Questa popolarità è esclusivamente di natura pratica: connessa con i crescenti investimenti della Cina e con le buone prospettive di lavoro per gli studenti locali. In quei Paesi, per tutti gli anni ’90, si è sentito di più l’esercizio del soft power di Hong Kong e Taiwan che quello di Pechino. In generale, i circa 600 milioni di persone non cinesi nel Sud-est-asiatico sono molto più interessate a sapere se 1,3 miliardi di cinesi si impegnano o meno in investimenti saccheggiatori, o nello sfruttamento delle risorse naturali, nelle pratiche di lavoro sleali e commerciali intimidatorie, piuttosto che pensare alle scuole di lingua o agli eventi di propaganda gestiti dall’Hanban”.

 

D. Tenuto conto del legame tra la Cina e il sud-est asiatico, crede sia possibile trasformare la diplomazia culturale in influenza politica ed economica?

R. Credo che l’Africa esemplifichi meglio del sud-est asiatico il successo della diplomazia culturale cinese. Essenzialmente perché la grande maggioranza degli africani non ha alcuna idea chiara sulla Cina. In realtà, questo è piuttosto vantaggioso per la Cina, perché ci sono meno legami storici. Ironia della sorte, i risultati della propaganda cinese nel Sud-est-asiatico sono molto più mitigati, perché quei paesi conoscono i loro vicini cinesi abbastanza bene e i cinesi non hanno bisogno degli Istituti Confucio per spiegare la loro cultura e il loro comportamento. Dal 2007, le élites africane del mondo economico, finanziario e politico e quelle dell’apparato giudiziario, di sicurezza e militare dei rispettivi paesi, sono assoggettate all’intensa offensiva seduttiva della Cina. Ma quelle élites sono naturalmente curiose di quello che la Cina ha da offrire loro e di come queste offerte si differenziano da quelle dell’occidente.

 

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D. Il sinocentrismo e il modello “centro-periferia”. Può spiegare l’importanza della lingua cinese e il segreto della sua attrattiva nel Sud-Est asiatico?

R. Quando si esamina la storia culturale del sud-est asiatico, si scopre che le lingue e la cultura cinese non hanno avuto un grande impatto lì. A parte alcuni antichi regni vassalli nel Nord Vietnam, tutte le altre antiche culture evolute del sud-est asiatico (ad esempio quelle Pagan, Sukhothai, Dvaravati, Lan Xang, Angkor, Champa, Srivijaya, Borobodur, Melayu) sono state molto più influenzate dalla cultura indiana e indù che da quella cinese. Fatta eccezione per il nord del Vietnam, l’influenza cinese si è concentrata principalmente sul commercio, ma il commercio dei prodotti e non delle idee. Molti storici della Cina antica accentuano ovviamente l’importanza della relazione di obbedienza e ammirazione tra i paesi vassalli della periferia del sud-est asiatico “culturalmente inferiori” e il centro, la Cina imperiale, ma è lecito chiedersi se le relazioni siano state esattamente come descritte o siano in realtà meri riflessi di un modo di pensare “politicamente corretto”. Il segreto dell’attrattività attuale cinese è legato all’economia: è il libretto degli assegni cinese, sono gli investimenti nelle grandi infrastrutture o le merci a basso costo e non tanto la lingua di per sé.

 

D. Zhongguo Ruan Shili. In un memoriale Ming (1425) si afferma che nulla è più importante dell’uso della cultura cinese per cambiare le abitudini degli stranieri. Pensa che la Cina ambisca a far divenire il cinese la lingua internazionale del futuro?

R. Durante l’era dei Ming, l’ossessione sinocentrica di “cambiare” (Hua) le abitudini culturali dei popoli vicini in qualcosa di “cinese civilizzato” (Hua) era limitata all’estero. Gli antichi cinesi credevano che esistessero alcuni “luoghi incivili” (Huawai zhi Di), in pratica le terre al di fuori della sfera di influenza sinocentrica, alcuni di loro credevano addirittura che fossero abitati da casi disperati di “semi-umani” (qinshou). Nel 21° secolo, l’idea di trasformare intere nazioni in compiacenti stati confuciani è qualcosa di assurdamente anacronistico. Un segno che il sinocentrismo culturale è morto da tempo è il trionfo dell’ideologia “straniera” del marxismo-leninismo, che dal 1919 ha travolto la Cina e ha radicalmente cambiato le abitudini cinesi. Durante il movimento studentesco nazionalista del 1919, un giovane progressista cinese gridò “Abbasso il confucianesimo”, mentre Mao Zedong più tardi coniò lo slogan iconoclasta: “Abbattere i 4 vecchi ” (PO sijiu) e “criticare Lin Biao e Confucio” (Pilin pikong). Mao ha trasformato il soft power in hard power e distrutto gli ultimi riflessi dell’ordine confuciano nel PCC. Nella Cina di oggi, la vera e propria “cultura cinese” si trova soprattutto nei musei o nei festival folcloristici per i turisti, ma non nella vita quotidiana cinese. Il soft power nella sua forma attuale suona vuoto e l’influenza culturale della Cina sarà molto probabilmente solo di breve durata. Una grande banca statale cinese ha fatto una recente indagine, scoprendo che il 70% della ricca élite cinese oggi è pronta ad emigrare. O quantomeno, i nuovi ricchi cinesi sono intenzionati a farlo in un futuro prossimo, volando verso gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, portandosi via tutto il denaro, decisi a mandare i propri figli ad Harvard, Yale, Cornell, Stanford, Berkeley, Oxford, Cambridge. Non solo io ma anche le élite cinesi sembrano pensare che la lingua del futuro sia solo l’inglese e non l’Hanban. Anche se il Putonghua sta rapidamente diventando più importante, non riuscirà a soppiantare l’inglese come lingua franca internazionale (parlato da circa 1.000 milioni di madrelingua e non madrelingua). La ragione basilare è che l’inglese è la prima o la seconda lingua ufficiale in decine di paesi in tutto il mondo. In confronto il cinese / Putonghua è l’unica lingua ufficiale in soli due paesi asiatici: Cina (inclusa Hong Kong, Macao, Taiwan) e Singapore. Mentre in due paesi musulmani è la lingua semi-ufficiale di una minoranza, politicamente impotente: Malesia (20% di etnia cinese) e Brunei (25% di etnia cinese).

 

M.Dolores Cabras

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Redazione

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