Non c'è due senza tre: Evo Morales è ancora Presidente della Bolivia
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Evo Morales è di nuovo Presidente. La Bolivia per la terza volta rinnova la fiducia al suo leader, in carica dal 2005. Gran parte del merito è della crescita economica senza precedenti e dei cambiamenti in campo sociale raggiunti sotto la guida del presidente indigeno.

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Evo Morales, Presidente in carica fino al 2020.

LA VITTORIA – Terminano senza grandi sorprese le elezioni presidenziali in Bolivia, decretando per la terza volta consecutiva la vittoria di Evo Morales. Il carismatico leader del Movimiento al Socialismo (MAS), al Governo dal 2006, anche questa volta sembra non avere rivali e si aggiudica la presidenza con oltre il 60 % delle preferenze. Complice un’opposizione rissosa e frastagliata, che non è riuscita a imporre un’unica candidatura e un progetto alternativo, lo scenario politico boliviano resta immutato. Morales ottiene così il suo terzo mandato, una conferma che porta il leader del MAS alla conquista di due terzi dei seggi in Parlamento e a un consenso ampiamente condiviso con la vittoria in otto Dipartimenti su nove. L’appoggio del Dipartimento di Santa Cruz, motore economico del Paese e bastione dell’opposizione, rende merito alla crescita economica senza precedenti degli ultimi anni. Quando assumerà il suo terzo incarico, il prossimo 22 gennaio, Morales compirà dieci anni al Governo e diventerà il Presidente che per maggior tempo ha guidato il Paese sin dalla sua indipendenza nel 1825. Nulla, per ora, sembra opporsi al carisma del leader indigeno che rappresenta la rivincita di un’intera classe sociale.

OPPOSIZIONE – La Bolivia, trainata dai successi di Morales in campo economico e sociale, rinnova la fiducia al suo Presidente decretando un verdetto amaro per i partiti di opposizione. La mancanza di una reale alternativa e di uno scenario politico credibile hanno reso la vita facile al Governo in carica. Il leader di Unidad Demócrata, Samuel Doria Medina, pur ottenendo un risultato sopra le attese pre-elettorali, si ferma al 24,5% dei consensi, mentre l’ex-Presidente Jorge Tuto Quiroga della Democrazia cristiana ne ha ottenuti poco più del 9%. Gli altri candidati, Juan Del Granado del Movimiento sin Miedo e Fernando Vargas del Partido Verde, terminano la sfida con un consenso poco sopra il 2,5%. Probabilmente neanche una virtuale alleanza avrebbe messo in discussione il Presidente del “popolo”, forte di un consenso del 61%.

CRITICHE – Un vero e proprio trionfo per Morales, ma a che prezzo? Molti sono i dubbi e le critiche mosse, sia sulla legittimità della sua candidatura, sia su com’è stata condotta la campagna elettorale. Gli scettici lamentano un’opinione pubblica imbrigliata dal potere del Presidente, che ha potuto contare su fondi governativi, promuovendo una campagna elettorale iniqua e che ha messo a tacere i media critici nei suoi confronti. La trasparenza del voto è stata garantita dalla presenza dei delegati Unasur, e per la prima volta hanno potuto partecipare i residenti all’estero, circa il 7% della popolazione. Quello che preoccupa di più, però, è l’eventuale riforma costituzionale promossa dal MAS, che vorrebbe eliminare il limite dei due mandati previsti ora dalla Carta. Il rischio è di portare alla deriva uno dei cardini delle democrazie mature: l’alternanza al potere. La ricetta di Morales finora sembra funzionare benissimo e le critiche mosse nei suoi confronti sono surclassate dagli elogi del Fondo monetario internazionale (FMI) per la sua condotta economica. Nel frattempo il presidente rassicura il popolo dichiarando al quotidiano El Deber che vorrebbe lavorare come cameriere quando smetterà di fare il Presidente, non prima del 2020.

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Morales con il suo popolo.

LO SVILUPPO – Il merito del successo di Morales è legato soprattutto alla crescita economica che sta vivendo il Paese e al conseguente miglioramento delle condizioni di vita. Il suo Governo in nome del “popolo” ha portato enormi progressi in campo sociale, garantendo da prima delle Istituzioni stabili e poi il riconoscimento e la tutela delle minoranze. Il lungo percorso, avviato dalla promulgazione della Costituzione del 2009, prevede un vastissimo programma di riforme sociali che ha sradicato l’analfabetismo, quadruplicato il salario minimo e dimezzato la povertà e la povertà estrema. Il cambiamento sociale è stato permesso dal boom economico che ha conosciuto il Paese negli ultimi anni (il 6,8 % di variazione del PIL lo scorso anno secondo i dati del FMI), rendendo la Bolivia uno degli Stati con la crescita più alta della regione. La scelta di nazionalizzare le risorse naturali, erodendo il guadagno delle imprese multinazionali, e gli alti prezzi delle materie prime e degli idrocarburi hanno favorito ingenti guadagni, comportando diversi benefici: la disoccupazione è diminuita negli ultimi anni, arrivando al 6,5% nel 2013, con un tasso d’inflazione del 5,7% nello stesso periodo.

IL FUTURO – Il popolo boliviano non ha potuto che dar nuova fiducia al Presidente che promette di perseguire l’obiettivo di ridistribuire il reddito nazionale e di aumentare il potenziale produttivo della Bolivia in ambito regionale. Ambizione data dalle enormi riserve naturali non ancora sfruttate di cui il Paese dispone, sia gas, sia litio, ma che molto dipenderà dalla capacità di Morales di coniugare la retorica socialista con il capitalismo di Stato. La Bolivia, come molti Stati dell’aerea, è legata alle esportazioni di materie prime (quelle di gas rappresentano il 54% del totale), pertanto l’obiettivo futuro sarà di attrarre investimenti produttivi. Il cammino però è lungo: la Bolivia rimane ancora uno dei Paesi più poveri del subcontinente e permangono annosi problemi, come il lavoro minorile, la scarsa produttività e un’economia informale molto diffusa. La strategia di Morales al momento è vincente, ma la sua prossima e più grande sfida forse sarà amministrare la sua egemonia e individuare chi avrà la capacità di guidare il MAS dopo il suo ritiro.

Annalisa Belforte

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Un chicco in più

In politica estera Morales mostra tutta la sua avversione nei confronti dell’Alleanza del Pacifico, la proposta d’integrazione commerciale regionale avanzata da Messico, Colombia, Perù e Cile, per la privatizzazione di settori basici come l’acqua, le telecomunicazioni e l’energia elettrica. Conferma, così, la sua vicinanza all’ideologia del socialismo del XXI secolo sostenuta dall’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA). Pur supportando le premesse politiche-ideologiche dell’Alleanza, Morales è riuscito a ottenere risultati ben diversi da quelli raggiunti dalla messa in pratica venezuelana. La Bolivia ha dimostrato un’accorta gestione del bilancio dello Stato, che gli ha permesso di accumulare la quantità di riserve monetarie (il 48%) più alta del mondo in rapporto al PIL. Il Venezuela, invece, pur con il sostegno di un’economia basata sull’esportazione di petrolio, vanta tassi d’inflazione altissimi, stock di valuta estera al minimo da oltre un decennio e il timore di un possibile default.

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Foto: theglobalpanorama,

Foto: Kris Krug,

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