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La Tunisia, il Paese che sperimentò i primi focolai di rivolta tramutati e diffusi poi in tutta l’area nordafricana e mediorientale, dopo l’approvazione della nuova Costituzione vede imminenti (26 ottobre e 23 novembre) le tornate elettorali per l’elezione del Parlamento e del capo dello Stato.

L’EREDITÀ DELLA PRIMAVERA ARABA – La Tunisia è stato il primo Paese nordafricano a essere condizionato in maniera consistente dal fenomeno della Primavera araba. Proprio in Tunisia scoppiò quello che molti giornalisti, analisti e governanti chiamarono la “Rivolta dei gelsomini”, sospettando che potesse essere un fenomeno in grado di cambiare le sorti del Nord Africa e avere una forte influenza su tutto il Medioriente. Il primo risultato significativo delle rivolte fu la deposizione del dittatore Ben Ali, che dal 1987 governava il Paese e gestiva in maniera oligarchica l’economia, stravolgendo l’impianto costituzionale vigente. Dopo la caduta di Ben Ali, il potere fu affidato alla guida di un Governo di transizione con l’appoggio dei militari, che portarono il Paese alle elezioni dalle quali derivò l’Assemblea costituente con il compito di redigere la nuova Costituzione. Le prime elezioni “libere” in Tunisia, tenutesi nel 2011, furono seguite con interesse da tutta la comunità internazionale. Ovviamente non furono prive di tensioni, e videro l’affermazione del partito religioso sunnita, referente della Fratellanza Musulmana, che risponde al nome di Ennahda. Nonostante la vittoria del partito islamico, come conseguenza della pluralità politica e delle gravi difficoltà economiche, è stato eletto un Governo che potrebbe essere definito di “larghe intese”, con la partecipazione dei due maggiori partiti laici presenti in Parlamento. Il Governo scaturito dalle urne nel 2011 ha avuto sostanzialmente due obiettivi principali: rimettere in piedi l’economia del Paese e redigere la nuova Costituzione. Per quanto riguarda il primo obiettivo, il Governo ha rafforzato i rapporti soprattutto con gli Stati Uniti e messo in atto una serie di riforme al fine di rivitalizzare il mercato interno e attrarre investimenti esteri, attraverso il supporto e la supervisione del FMI e della Banca mondiale. Per quanto riguarda il secondo obiettivo, dopo un lungo e tortuoso percorso costituente (complicato soprattutto dalle rivendicazioni del fronte islamista) e l’approvazione della nuova Costituzione, tra pochi giorni, il 26 ottobre, ci saranno le elezioni parlamentari che eleggeranno i 217 membri del Parlamento tunisino e, successivamente, il 23 novembre avrà luogo l’elezione per il nuovo capo dello Stato.

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Fig. 1 – La promulgazione della nuova Costituzione, il 26 Gennaio 2014, viene salutata con lo sventolio di bandiere nazionali

COSTITUZIONE E STATO ISLAMICO – La stesura della Costituzione e il rapporto con la possibile influenza del Califfato islamico di al-Baghdadi sono due elementi che caratterizzano – e in qualche modo possono determinare – l’esito del voto nel Paese dei gelsomini. Per quanto riguarda la Costituzione, approvata a inizio del corrente anno, è da sottolineare che essa si basa sulla storia e la cultura del Paese. Infatti, la Tunisia vanta un’esperienza giuridica molto significativa, con il primo documento costituzionale risalente al 1857 e la prima Costituzione sancita nel 1959, un impianto che potremmo definire moderato e innovativo se comparato al resto dei Paesi arabi (si pensi per esempio al diritto di voto per le donne). Questo carattere viene riproposto anche all’interno della nuova Costituzione. La stesura di questa Costituzione, caratterizzata dalla mediazione delle forze parlamentari, è stata votata da 200 parlamentari su 217, consenso che sottolinea la trasversalità e l’elevato sforzo di mediazione attuato dalle forze politiche, primo fra tutti il partito islamico, nel contenimento dell’influenza della sharia all’interno della carta. Per quanto riguarda il fattore Stato Islamico, ovvero la possibilità che i tentacoli del Califfato si estendano all’interno del territorio tunisino (considerata anche la presenza di alcuni gruppi terroristici quali Ansar al-Sharia e al-Qaida nel Maghreb islamico) un’eventuale influenza dell’IS sulle elezioni non è da escludere. Tuttavia, Ennahda ha esautorato i salafiti dal suo movimento e dalle sue politiche, lasciandoli al loro destino e assumendo un ruolo molto più moderato (in relazione, beninteso, al contesto). La stesura della Costituzione, approvata da una maggioranza larghissima e frutto di una convergenza delle forze politiche, ha fatto esprimere soddisfazione al primo ministro tunisino Mehdi Jomaa, che auspica una Tunisia con caratteri moderati e un forte spirito repubblicano. Da sottolineare che questo risultato di politica interna è stato possibile grazie alla partecipazione dello storico e potente sindacato tunisino UGTT, il quale a volte è un soggetto politico molto più determinante dei partiti stessi e senza il quale molte riforme e scelte non sarebbero state possibili.

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Fig 2 – Un islamista tunisino appartenente ad Ansar al-Sharia. Gli estremisti potrebbero essere elemento di disturbo alle prossime elezioni

ENNAHDA E NIDAA TOUNES – Secondo diverse fonti, Ennahda e Nidaa Tounes sono i due partiti protagonisti della imminente tornata elettorale. Il primo è un partito che ideologicamente, più che politicamente, fa riferimento alla Fratellanza Musulmana, in quanto sua costola in origine. Fondato nel 1981 con il nome di Movimento della tendenza islamica (MTI) da Rachid Ghannouchi, leader storico indiscusso, ha patito – come del resto tutti gli altri movimenti legati alla Fratellanza – le repressioni e le messe al bando dei dittatori oggi spodestati dalla Primavera araba. Per contro, la persecuzione da parte di Ben Ali ha provocato un notevole seguito all’interno della popolazione, grazie anche alla capillare struttura propria di tutti i movimenti e partiti derivanti dalla Fratellanza. Come già accennato, la caduta di Ben Ali ha spianato la strada all’affermazione di Ennahda alle elezioni del 2011. Con il contributo degli altri due partiti laici ha formato il Governo, definito «trojka», che ha traghettato la Tunisia fino a queste elezioni, assumendo sempre di più un profilo moderato, tanto da far nascere al suo interno una corrente più radicale – alcune fonti la danno ancora vicino ai salafiti, – la quale è sempre stata contenuta grazie al carisma di Ghannouchi e a una ferrea disciplina di partito.
Opposti alla trojka, i principali movimenti e partiti rimasti fuori da essa si sono fusi sotto la guida dell’allora primo ministro Béji Caïd Essebsi, dando vita al partito Nidaa Tounes. Accusato dagli avversari di riproporre la parte rimasta della nomenclatura e delle politiche di Ben Ali, Nidaa Tounes è un partito di matrice secolarista che si richiama ai fasti dei tempi di Bourguiba, padre della patria, ideatore della Tunisia moderna, riscuotendo maggiore consenso nella parte laica del Paese.  Essebsi è stato consigliere di Bourguiba e, con l’avvento di Ben Ali, ambasciatore in Germania. Nel 1994, con la scadenza del mandato, si è ritirato a vita privata per ricomparire poi alle elezioni del 2011.
Entrambi i partiti hanno giocato e giocano la campagna elettorale sui temi dell’economia. Ennahda, partito più strutturato e con un’ampia componente giovanile, ha attuato una campagna elettorale più capillare e incisiva, mentre quella di Nidaa Tounes sembra più modesta. Il partito islamico, che deve riscattarsi per non aver ancora rialzato l’economia, punta a stimolare gli investimenti esteri e una maggiore occupazione, ma la vera novità sembra essere la possibilità di introdurre nel sistema elementi finanziari islamici, per esempio i sukuk (obbligazioni conformi alla legge islamica).

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Fig 3 – Rachid Ghannouchi durante le fasi finali della campagna elettorale in corso

PRONOSTICO IN BILICO – Chi sarà il vincitore di queste elezioni politiche non è di facile previsione, anche perché i sondaggi esteri non sono stati ammessi. Negli ultimi giorni entrambi i partiti hanno lasciato capire che in caso di necessità un Governo di coalizione sarebbe nuovamente possibile, anche se tutti rigettano la possibilità di costituirlo con l’avversario. In altri termini, gli islamisti negano qualsiasi possibilità di un Governo con Nidaa Tounes e viceversa. Però c’è un fattore di non secondaria importanza da considerare: il partito di Ghannouochi non concorrerà con un proprio candidato per l’elezione del capo dello Stato. Una prospettiva molto probabile è quella che vede Ennahda confermarsi ancora partito di maggioranza relativa in seno al Parlamento, mentre nell’elezione per il capo dello Stato, Essebsi dovrebbe essere il favorito. Infine, anche se al momento non sembrano una minaccia reale, è bene non sottovalutare le azioni e le reazioni dei gruppi terroristici salafiti che provano una “certa simpatia” per il Califfato.  Il Paese dei gelsomini sembra comunque essere destinato a continuare sulla strada della moderazione, vista la compartecipazione alla gestione del potere da parte di forze politiche diverse. Questa strada è stata anche auspicata dal primo ministro uscente Mehdi Jomaa, il quale ritiene che il modello intrapreso dalla Tunisia debba essere considerato anche dagli altri Paesi che hanno vissuto il fenomeno della Primavera araba. L’impostazione tunisina, che innegabilmente ha prodotto dei risultati, almeno in termini di governabilità, suscita tuttavia una questione che resterà aperta: i giovani nordafricani si sono ribellati ai loro dittatori perché ritenevano che la mancanza delle libertà fondamentali fosse anche legata a una prospettiva di sviluppo economico personale che in quel momento era impossibile, in quanto l’economia era gestita da pochi oligarchi in combutta con i Governi e le Istituzioni occidentali. Quelle stesse Istituzioni che oggi hanno finanziato in parte le riforme del Governo di coalizione tunisino e che sembra siano destinate a indirizzarlo anche in futuro. Siamo sicuri che queste nuove relazioni soddisfino le aspirazioni iniziali dei giovani rivoltosi? A questa domanda solo il tempo potrà dare una risposta definitiva. Sicuramente la partecipazione a queste elezioni da parte della popolazione sarà un termometro importante per capire se chi concorre alla gestione del potere stia di fatto prospettando una valida speranza per la popolazione in tal senso.

Daniele Gallina

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

Sukuk – Secondo la Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institution (AAOIFI), l’istituto responsabile delle emissioni degli standard contabili per le Istituzioni finanziarie islamiche, definisce i sukuk come «certificati di equo valore, rappresentanti azioni indivisibili nel possesso di beni (asset) e servizi tangibili, o nel possesso di risorse di un progetto specifico o di una particolare attività di investimento». Le due caratteristiche principali dei sukuk sono la loro emissione legata a un progetto determinato e la conformità alla sharia.[/box]

 

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