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A quasi quattro anni da quando il vento della protesta ha sfondato i confini del piccolo Regno, in Bahrein si sono svolte lo scorso 22 novembre le elezioni per i quaranta membri della Camera bassa del Parlamento. Pochi sembrano essere i progressi lungo l’itinerario di concordia nazionale, mentre manifestazioni e disordini non sono mai cessati del tutto. OGGI: LE ELEZIONI PARLAMENTARI – Recentemente in Bahrein si sono svolte le elezioni per la nuova composizione del Majlis Annawab o Camera dei deputati, essendo invece il Majlis Asshura, l’Assemblea consultiva, nominata direttamente dal regnante. In realtà, solo sei candidati sono stati eletti, per gli altri 34 si è atteso il 29 novembre. Le opposizioni già in piazza dal 2011 hanno boicottato le elezioni, motivando la scelta col fatto che, a detta della testa di serie sciita al-Wafaq, il Governo continua a ignorare le legittime richieste del popolo. Nonostante la diserzione degli oppositori al monarca, tuttavia, l’affluenza è stata inaspettatamente più elevata del previsto, con il 51,5% degli aventi diritto. Ventidue le candidate, nessuna di queste tra gli eletti al primo turno. IERI: LE PROTESTE MAI SOPITE – Dal 17 febbraio 2011, data delle prime violenze del potere contro i manifestanti nel distretto finanziario di Manama, la frattura tra la maggioranza sciita e più in generale un’ampia porzione di cittadinanza e la Monarchia non si è mai sanata. Spesso dimenticate dai mass media occidentali e dalle potenze alleate dell’Arabia Saudita, le proteste in Bahrein erano e sono in realtà tra quelle dotate di maggiore organicità e delle richieste più puntuali. In modo pressante, per esempio, si reclama la possibilità di elezioni pienamente democratiche per l’intero Parlamento e la cessazione dello strapotere di Sheikh Khalifa Bin Salman al-Khalifa, Primo Ministro dall’indipendenza (1971) e zio del sovrano Hamed Ben ‘Isa al-Khalifa, in carica dal 1999, due anni prima che l’Emirato diventasse un Regno. A tali richieste si sono aggiunte nel corso del tempo quelle attinenti al rilascio dei prigionieri politici, tra i quali si annoverano anche attivisti di organizzazioni non governative. L’elemento più importante che rende il caso del Bahrein irriducibile a quelli degli altri Stati di Nord Africa e Medio Oriente che in questi anni sono stati al centro di proteste e cambi di potere è però la composizione confessionale del Regno. Embed from Getty Images Manifestanti in Bahrein invitano a boicottare le elezioni I sunniti al-Khalifa, imparentati coi regnanti sauditi, governano infatti una popolazione che è per il 70% sciita. Le cariche pubbliche, ma anche i ruoli chiave in alcune grosse imprese private, vengono riservati ai sunniti. Nonostante le apparenti aperture dell’attuale sovrano, fautore a suo dire di una Monarchia realmente costituzionale e di un accrescimento delle garanzie per i diritti degli sciiti, il conflitto non si è mai sopito e l’atteggiamento concreto del Regno, che negli anni ha riempito le carceri di sciiti accusati di operare per conto dell’Iran, non ha placato gli animi. La fase apicale delle proteste, coincidente con l’anno 2011, ha provocato circa quaranta morti, tutti civili, centinaia di feriti e, secondo Nabil Rağab, attivista del Centro per i diritti umani del Bahrein, il 7% della popolazione è stato arrestato negli ultimi tre anni, mentre centinaia sono state le denunce di abusi e torture. Il potere, sostenuto nel 2011 dalle truppe dei Paesi del Golfo, ha represso le proteste duramente. Ciononostante, i disordini della società civile hanno intimorito un Regno che non ha potuto comprare con il benessere economico il quietismo sociale. Emblematico delle angosce degli al-Khalifa fu ad esempio la demolizione del Pearl Roundabout di Manama, luogo simbolo delle proteste, che venne distrutto già il 18 marzo 2011, ovvero circa un mese dopo l’inizio dei disordini. A oggi invece, uno dei fattori annoverabili tra le risorse monarchiche è l’assegnazione strumentale della cittadinanza. In una prospettiva di lungo periodo, infatti, essa potrebbe rappresentare uno strumento di sunnizzazione della società non trascurabile. Attraendo migranti provenienti da Pakistan, Sudest asiatico e Paesi arabi, la composizione confessionale potrebbe subire modifiche. A ciò si aggiunga l’impiego della cittadinanza come dispositivo atto ad acquisire lavoratori altamente qualificati e talenti in professioni quali quelle artistiche e sportive, come dimostra il caso del marocchino Rashid Ramzi, che regalò al Bahrein l’oro nei 1.500 metri alle Olimpiadi di Pechino dopo aver ricevuto la cittadinanza nel 2002. In quell’anno in realtà, Ramzi si era trasferito in Bahrein per entrare nelle Forze Armate del Regno, e proprio questo aspetto costituisce il rovescio della medaglia nella strategia politica sottesa alla concessione della cittadinanza. Essendo tanto diffusa la pratica di reclutare nell’esercito cittadini non indigeni, infatti, le forze di sicurezza sono largamente percepite dall’opinione pubblica come mercenarie e inaffidabili, facilmente penetrabili da infiltrazioni estere ideologiche e concrete. Non è dunque un caso se negli ultimi mesi alcuni giornalisti e attivisti bahreiniti sono stati arrestati per aver dichiarato che molti cittadini del Regno poi unitisi all’ISIS vengono da Istituzioni per la sicurezza. Embed from Getty Images Il celebre Dawwar al-Lulu, la Rotonda della Perla. Simbolo delle proteste del 2011, fu subito abbattuto dal Governo DOMANI: DEMOCRATIZZAZIONE E RIVALITÀ TRA ARABIA E IRAN – Quel che è certo è che i prossimi sviluppi in Bahrein non debbano essere sottovalutati. Pur con la sua estensione estremamente ridotta (circa 700 chilometri quadrati) e l’esigua popolazione (650mila abitanti), il Regno è oggi di importanza crescente per una ragione fondamentale: rappresenta l’unico terreno di scontro diretto tra le sfere di potere sunnita e sciita, che, a parte in Libano dove in ogni caso lo scenario è del tutto differente, continuano ad rivaleggiare su fronti terzi e non all’interno di uno stesso Stato sovrano. Il piccolo Bahrein è da sempre considerato dagli al-Saud come un loro prolungamento. Confinante proprio con la regione più ricca di pozzi petroliferi, le ragioni delle ingerenze politiche e militari saudite risultano evidenti. Lo Stretto di Hormuz è un’altra fondamentale ragione per la quale risulta imperativo per il Consiglio di cooperazione del Golfo mantenere un Bahrein stabile e sunnita. Attraverso questo braccio di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e, sebbene oggi l’Iran sia Rouhani e non Ahmadinejad, le minacce dell’ex Presidente di un blocco dello Stretto sono ancora troppo recenti per essere dimenticate. Il parziale raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Stati Uniti, di cui il mondo è stato testimone negli ultimi mesi, non trova invece nel caso Bahrein uno dei propri scenari. Gli USA hanno infatti interesse nel lasciare campo libero ai Sauditi per il mantenimento della propria influenza sul Paese confinante, dove sono tra l’altro dislocati i contingenti della Marina statunitense impiegati nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. Tuttavia, se da un lato è molto probabile che la speciale attenzione dei vicini sulle vicende bahreinite non cali, dall’altro lato sul futuro delle tensioni interne fare previsioni risulta più difficile. Il Bahrein ha riserve di petrolio per oltre 124 milioni di barili ed è tra gli Stati più ricchi al mondo, eppure questo,a differenza (per ora) della vicina Arabia Saudita, non è stato sufficiente a placare le istanze democratiche dei cittadini. La famiglia reale dovrà necessariamente affrontare le spinte sottese a tali istanze e trattare con trasparenza il tema dei diritti umani. Finora poco si è fatto, se si pensa che il sistema giudiziario è tuttora in mano ai membri della Casa regnante e che nessuno degli ufficiali di sicurezza accusati di tortura dal 2011 a oggi è stato processato.

Sara Brzuszkiewicz

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più Sul Bahrein è stato realizzato da Al-Jazeera un documentario dal titolo significativo, Bahrain: Shouting in the dark. [/box]
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Sara Brzuszkiewicz

Sono nata nel 1988 e ho cominciato a conoscere il mondo molto presto grazie a due folli amanti dei viaggi, i miei genitori. Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale nel 2010 ed in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale nel 2012, sono junior researcher su Nord Africa e Medio Oriente alla Fondazione Eni Enrico Mattei e dottoranda in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano. Nutro una smisurata passione per la lingua araba, una delle più ricche al mondo, e per la cultura arabo-musulmana in tutte le sue forme: dalla storia alla cucina, dalla geopolitica alla letteratura, dall’attualità alla danza orientale. Appena ho potuto, per migliorare il mio arabo o per piacere personale, ho viaggiato tra Egitto, Marocco, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Oman. Cittadina del mondo troppo sensibile, mi lego per sempre ad ogni luogo vissuto, che poi è immancabilmente difficile lasciare.

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