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La tornata elettorale del 12 ottobre in Bosnia Erzegovina non ha portato a sorprese eclatanti. Tutto anzi è andato come ampiamente previsto, con una forte affermazione dei partiti etnici (serbo, croato e bosgnacco) a discapito di quelli interetnici, che ancora faticano a fare breccia in una parte consistente dell’elettorato. Facciamo il punto in 3 sorsi.

1. ELEZIONI GENERALI – Le elezioni hanno coinvolto sia il livello centrale che le due entità di Federazione di Bosnia-Erzegovina e di Republika Srpska. Le formazioni interetniche, come detto, non riescono a trovare stabilità. A tal proposito, il crollo del Partito socialdemocratico (Socijaldemokratska Partija Bosne i Hercegovine, SDP BiH) dal 26,07% del 2010 all’attuale 9,45%, è stato mitigato solo parzialmente dalla buona performance della neonata formazione interetnica del Fronte democratico (Demokratska fronta, DF) arrivato al 15,33%. Ciò a dimostrazione di come la componente etnica rimanga ancora l’argomento chiave della vita politica, e non solo, per garantirsi un facile successo. La bassa affluenza alle urne (54% degli aventi diritto), inferiore persino a quella registrata nel 2010 (56%), è testimonianza di un completo scollamento tra la popolazione e una élite politica incapace di fare il proprio dovere. Anche per questo i pochi che si recano alle urne preferiscono eleggere qualcuno che almeno rappresenti i loro interessi etnici.

2. FORMAZIONE DEL NUOVO GABINETTO – A differenza di quanto accadde nel 2010, quando per la creazione del Governo centrale si dovettero attendere sedici mesi, la minor frammentazione parlamentare e la pressione da parte delle Istituzioni estere (su tutte l’Unione europea) lasciano pensare che i tempi questa volta saranno più brevi, e si potrà avere un esecutivo entro la prossima primavera. A tal proposito il 4 novembre si sono trovati a Sarajevo per un primo incontro preliminare i rappresentanti del Partito d’azione democratica (Stranka Demokratske Akcije, SDA) e quelli dell’Unione democratica croata di Bosnia ed Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ) per ragionare su un’ipotesi di coalizione di governo, nella quale sarà certamente coinvolto anche il Partito democratico serbo (Srpska Demokratska Stranka, SDS). Nonostante i buoni propositi e gli annunci che si rincorrono su giornali e televisioni, sembra chiaro che ci si appresti ad assistere a una nuova spartizione di poltrone tra soggetti che hanno come unico obiettivo politico la perpetuazione dell’immobilismo istituzionale, dal quale dal 1995 traggono linfa vitale per la loro sopravvivenza. Soprattutto per questo ultimo punto, in pochi nutrono grandi aspettative sul Governo che verrà.

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3. RISVOLTI FUTURI – Le questioni principali che il nuovo Governo si troverà ad affrontare riguardano:

  • La piena esecuzione alla sentenza Sejdić-Finci (2009), con cui la Corte dei diritti dell’uomo di Bruxelles invitava la Bosnia Erzegovina a modificare la Costituzione per garantire uguaglianza di diritti anche ai cittadini non appartenenti alle etnie serbe, croate e bosgnacche.
  • Il risanamento dell’economia del Paese, questione di particolare importanza dopo che le inondazioni di maggio hanno messo alle corde il sistema produttivo.

Un eventuale insuccesso (o sarebbe meglio dire certo) dell’esecutivo nell’attuare le riforme testé annunciate potrebbe avere una ripercussione negativa sulla popolazione bosniaca. Le rivolte di febbraio 2014 sono state solamente il primo sintomo di un malessere ben più profondo che attraversa entrambe le entità, senza distinzione etnica, e che potrebbero ritornare con maggiore veemenza nella prossima primavera.

Valentino De Bernardis

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più
I tre candidati che hanno ottenuto i seggi della presidenza a tre sono Izetbegovic Bakir del SDA con il 32,86% (rappresentante dei bosgnacchi); Dragan Covic del HDZ con il 52,20% (croato-bosniaco), e Mladen Ivanic del SDS con il 48,71% (serbo-bosniaco)[/box]

Foto copertina: Anosmia

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