Una bambina sudafricana
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Una nazione dalle mille opportunità e altrettante contraddizioni che oscilla costantemente tra primo e terzo mondo. A vent’anni dalla fine dell’apartheid, per il Sudafrica è giunto il momento della definitiva maturità. Vediamo quali sono le principali sfide che il paese deve affrontare e quali possono essere le strategie migliori per promuovere uno sviluppo sostenibile che coinvolga l’intera popolazione

L’INFLUENZA DEL PASSATO – Fare i conti con l’eredità storica non è mai facile, soprattutto se questa ha determinato per quasi cinquant’anni lo sviluppo segregato dei gruppi razziali. In Sudafrica, il pluralismo etnico non è mai stato considerato in tutto il suo potenziale e come un enorme vantaggio per la crescita della nazione. Al contrario, esso è sempre stato percepito come una maledizione da esorcizzare. Concretamente, per risolvere questo “problema” nel 1948 il governo del National Party decise di avviare il Sudafrica bianco e il Sudafrica nero su percorsi di sviluppo economico paralleli e differenziati, con il primo che avrebbe dovuto guidare il secondo all’indipendenza, data la sua presunta superiorità. Non sorprende allora che ancora oggi l’economia africana risenta di quella sconsiderata divisione e presenti un carattere sostanzialmente duale, con un’economia sviluppata a base urbana ben integrata nel sistema globale che si contrappone a un’economia a base prevalentemente rurale, fortemente dipendente dalla prima. A ciò si aggiunga il fatto che il Nord e il Sud del Sudafrica presentano diversi gradi di integrazione con le rispettive aree sviluppate e le periferie dell’entroterra. Altrettanto forte è poi l’eredità sociale dell’apartheid. Le divisioni razziali, sebbene dichiarate illegali dal 1994, sono ancora profondamente radicate da un punto di vista psicologico, oltre che fisicamente visibili. I poveri, concentrati prevalentemente nelle aree rurali, continuano a vivere in gruppi separati con stipendi al di sotto del livello minimo di sussistenza e, in molti casi, senza possibilità di accesso all’istruzione scolastica e ai servizi sanitari di base. Per comprendere quanto la popolazione abbia interiorizzato queste divisioni è sufficiente chiedere a coloro che hanno sperimentato sulla loro pelle questo genere di discriminazioni quali desideri abbiano per il futuro. Alcuni non esitano a rispondere che non hanno particolari aspettative a riguardo, poiché non sono abituati a essere padroni della loro vita e del loro destino. Nonostante il Sudafrica debba costantemente fare i conti con la pesante eredità storica, è indubbio che si siano registrati alcuni importanti progressi dalla fine dell’apartheid ad oggi. L’economia metropolitana è diventata sempre più multirazziale e se il Sudafrica è considerato oggi tra i BRICS è soprattutto grazie all’efficienza del suo sistema finanziario e bancario. Inoltre, si sono rivelati fondamentali gli importanti investimenti nel settore delle telecomunicazioni, al punto che in futuro ulteriori progressi non potranno prescindere dall’espansione delle capacità tecnologiche.

ALCUNI DATI STATISTICI – L’economia del Sudafrica rappresenta il mercato più grande dell’Africa Sub-Sahariana, con un PIL pari a un terzo di quello dell’intera regione ed è come tale considerata un partner strategico dalle principali potenze mondiali. L’importante crescita economica degli ultimi vent’anni è da attribuirsi al ridimensionamento del settore primario e secondario, unita al grandissimo sviluppo del terziario, che contribuisce oggi a quasi il 70% del PIL. Tuttavia, è importante sottolineare come il settore minerario incida ancora notevolmente sulla percentuale delle esportazioni del paese, con quasi il 60%. Basti pensare che il Sudafrica è il primo produttore al mondo di platino. La maggior parte della popolazione trova comunque impiego nel settore manifatturiero, dove è l’industria automobilistica a costituire l’attività principale. Il Sudafrica ha comunque risentito notevolmente della crisi finanziaria esplosa nel 2008, con il PIL che ha fatto registrare un valore negativo dell’-1,5% nel 2009. Tuttavia, il paese ha saputo riprendersi negli anni successivi con una crescita media del 3%. Secondo le previsioni della Banca Centrale, questa percentuale dovrebbe mantenersi anche per il 2015.

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Il futuro passa dall’istruzione

SFIDE FUTURE – Sebbene questi dati possano sembrare rassicuranti, la crescita del Sudafrica è rallentata da una serie di problemi strutturali. Il primo, come già detto, è la dualità del sistema economico. L’esistenza di un’ampia economia informale fortemente sottosviluppata comporta che una larga quota della popolazione viva in condizioni di estrema indigenza. In Sudafrica esiste dunque una spaccatura totale tra ricchi e poveri, con un tasso di disoccupazione pari al 24%. Inoltre, una vera e propria classe media ben radicata nel tessuto sociale è ancora in via di sviluppo. Questa è prevalentemente composta dalla popolazione nera, in particolare da coloro che sono riusciti a trarre vantaggio dai programmi di sviluppo lanciati dal governo, primo fra tutti il Black Economic Empowerment (BEE). A ciò si aggiungano la carenza di infrastrutture produttive, una diseguaglianza estremamente accentuata nella distribuzione dei salari e della ricchezza, un tasso di cambio estremamente volatile che crea timori tra gli investitori esteri e, soprattutto, una sistema scolastico che non produce un numero sufficiente di lavoratori qualificati. Per questi motivi, gli esperti concordano nell’affermare che le principali strategie per promuovere uno sviluppo sostenibile che coinvolga la totalità della popolazione sudafricana siano un miglioramento radicale del sistema scolastico e un maggiore coinvolgimento delle comunità. Il Sudafrica investe il 19,5% del suo PIL nell’istruzione, il 78% del quale è destinato alla formazione degli insegnanti. Tuttavia, il problema principale riguarda la scarsa qualità del sistema scolastico, frutto delle divisioni avvenute durante il regime dell’apartheid. Basti pensare che in quegli anni ciascun gruppo razziale riceveva un’educazione corrispondente al tipo di impiego che avrebbe potuto svolgere una volta terminati gli studi. Poiché la popolazione nera non avrebbe mai potuto aspirare a svolgere mansioni di un certo livello, essa non ebbe mai l’opportunità di studiare materie basilari, come la matematica, se non dopo il 1994. Per cui, non sorprende che oggi il Sudafrica occupi l’ultimo posto nella classifica mondiale per quanto riguarda le competenze algebriche. Giusto per fare un esempio, posti di fronte a questo elementare calcolo, 10 x 2 + (6-4) /2= 21, solamente il 53% degli insegnanti ha saputo rispondere correttamente, pur trattandosi di una domanda a risposta chiusa. È dunque lecito chiedersi come si possa fornire un’istruzione di alto livello se mancano competenze basilari. Ovviamente, chi risente maggiormente di queste carenze è quella parte della popolazione che vive nelle aree rurali, dato che la sua mobilità è fortemente limitata e i giovani non hanno l’opportunità di intraprendere un percorso di studi accademico, anche alla luce degli alti costi delle tasse universitarie e del limitato numero di borse di studio disponibili. Il governo ha avviato alcuni progetti per cercare di rompere questo isolamento e porre rimedio a queste carente, tra cui il Rural Education Access Program (REAP), i cui effetti nel lungo periodo dovranno tuttavia essere ancora valutati. Da ultimo, è importante sottolineare il ruolo dei programmi di coinvolgimento comunitario, volti a creare una società realmente plurale in cui ciascun individuo possa avere le stesse opportunità di accesso all’istruzione e al mondo del lavoro. L’aspetto più complicato risiede comunque nell’interiorizzare davvero l’esigenza di un cambiamento radicale rispetto al passato, che vada oltre le differenze etniche e razziali.

CONCLUSIONI – In sostanza dunque, il Sudafrica è un paese dalle enormi potenzialità, ma anche dalle grandissime contraddizioni interne. È difficile prevedere con certezza cosa possa riservare il futuro e come affrontare i problemi strutturali qui presentati, proprio perché ogni programma di sviluppo dovrà inevitabilmente fare i conti con la pesante eredità economica e sociale del passato. Quello che è certo invece è che se non si migliorerà il sistema educativo e favorirà un reale coinvolgimento comunitario non si riuscirà a cogliere nuove opportunità di sviluppo. Dopo tutto, senza conoscenza non vi è futuro.

Mattia Bovi

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più
Il Black Economic Empowerment (BEE) è un programma lanciato nel 2003 dal governo sudafricano per rimediare alle ingiustizie dell’apartheid conferendo a quei gruppi (africani, coloured e indiani) che erano discriminati durante il regime una serie di privilegi economici, tra cui la preferenza data ai candidati che rientrano in queste categorie nell’assegnazione di posti di lavoro a parità di formazione accademica e anni di esperienza. In seguito a numerose critiche esso è stato modificato nel 2007 nel Broad-Based Black Economic Empowerment (BBBEE) che si regolamentare la partecipazione del capitale nell’ambito delle imprese. Molte delle informazioni presentate nell’articolo sono state raccolte direttamente sul posto durante un periodo di studio presso l’Università di Stellenbosch, collocata nel Western Cape. Le foto seguenti sono state scattate dall’autore.[/box]

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Mattia Bovi

Laureato in Lingue e Relazioni Internazionali con una tesi sul ruolo del potere aereo nei conflitti asimmetrici, vince una borsa di studio che gli permette di studiare presso l’Università di Stellenbosch in Sudafrica, approfondendo le dinamiche legate allo sviluppo socio-economico del Paese dalla fine dell’apartheid a oggi.
Le sue principali aree di interesse sono il Medio Oriente, l’Asia Centrale e la Turchia. Ama la fotografia, viaggiare e conoscere nuove culture. Quando non si dedica alla geopolitica, lo troviamo ad arbitrare tornei di tennis a livello nazionale.

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