Veduta aerea della città di Kobane, protagonista di un sanguinoso confronto fra curdi e islamisti
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I curdi, etnia negletta per buona parte della comunità internazionale, hanno guadagnato visibilità e prime pagine dei media affrontando accanitamente lo Stato Islamico (IS). Analizziamo e spieghiamo come si svolgono i combattimenti e qual è il loro impatto sulla geopolitica della regione.

GEOMETRIE VARIABILI – Lo scontro fra lo Stato Islamico da una parte e formazioni peshmerga siriane e irachene dall’altra rappresenta un conflitto fra attori non-statali su un territorio sottratto al controllo statale siriano e iracheno. Un conflitto di per sé asimmetrico, ma che, per le tattiche e le scelte strategiche operate, presenta elementi di simmetricità tra le forze. In effetti, nonostante il decadimento del controllo dello Stato, il territorio curdo che l’IS assedia viene protetto da milizie locali e Forze Armate sempre meno dipendenti dai rispettivi Governi centrali: il PYD (Partito dell’unione democratica) e il KRG (Kurdistan Regional Governmentamministrano di fatto la porzione di territorio su cui insistono in sostituzione delle amministrazioni siriana e irachena nella gestione di beni e servizi (per quanto possibile). In Siria tale territorio, in seguito al ritiro delle forze siriane verso sud, si era ampliato nei mesi scorsi, prima della nuova offensiva dello Stato Islamico che mirava e mira a riempire quello spazio lasciato libero dal Governo di Damasco.
I combattenti dello Stato Islamico, abituati a tattiche di incursione veloce e alta mobilità, si sono trovati di fronte al primo nemico che, nella regione, difende il territorio palmo a palmo e quindi costringe i jihadisti a ingaggiar battaglia. Ciascuno dei due schieramenti è riuscito a mettere in difficoltà l’avversario con le proprie tecniche, che hanno costretto i rispettivi combattenti a subire le tattiche dell’avversario, cui non erano abituati. Vediamo punti di forza e vulnerabilità degli attori in campo.

LO STATO ISLAMICO – Lo Stato Islamico schiera complessivamente tra i 30mila e i 45mila uomini, a seconda delle stime. Il territorio sul quale queste forze sono distribuite è molto vasto e comprende parte della Siria e dell’Iraq. Le milizie a disposizione vengono raramente usate come massa critica, preferendo tattiche che esaltino semplicità di esecuzione e velocità. Si muovono in brigate o gruppi di consistenza molto varia, a seconda dell’obiettivo assegnato e dell’importanza del comandante, il quale rappresenta un vero e proprio capo carismatico. La consistenza media va dalle poche centinaia di uomini alle 1.200-1.500 unità. La relativa esiguità delle formazioni ne esalta ulteriormente le capacità di spiegamento rapido e la mobilità strategica in teatro. Queste peculiarità rendono difficile il tracciamento dei loro movimenti, anche con l’ausilio di assetti pregiati come aerei da ricognizione, satelliti o drones. Infatti le formazioni-obiettivo cambiano spesso direzione e velocità, disperdendosi repentinamente in caso di attacco aereo.
Ci sono alcuni chiarimenti doverosi nello spiegare cosa sia esattamente sotto il controllo dell’IS e in che modo. In effetti, le carte tematiche che oggi illustrano l’area su cui lo Stato Islamico insiste mostrano perlopiù un’area omogenea, però mal rappresentano i rapporti politici locali, che sono invece la chiave del successo dello schieramento di al-Baghdadi. Lo Stato Islamico non ha mai avuto il controllo capillare del territorio e forse non lo persegue, perlomeno al momento (e a dispetto delle dichiarazioni dei suoi leader). I combattenti islamisti tendono a non fermarsi per lunghi periodi nello stesso posto, che viene però visitato periodicamente una volta sconfitte le eventuali resistenze (non solo militari). Essi spadroneggiano nelle aree in cui non ci siano più nemici da combattere, ma di fatto non amministrano in maniera coerente il territorio preso. Il legame principale con la dimensione territoriale è dato dall’alleanza tra lo Stato Islamico e le realtà tribali. I villaggi e le città i cui potentati locali si sono alleati con al-Baghdadi fungono da capisaldi logistici ed elementi di separazione territoriale tra le zone sotto controllo islamista e gli Stati siriano e iracheno. L’eccezione a questo sistema di connivenza tra i soggetti che sovvertono l’ordine statale è rappresentata dalle aree petrolifere, che l’IS controlla direttamente e difende, gestendo la vendita in nero del petrolio. Infatti i pozzi, che rappresentano i pochi obiettivi strategici statici dello schieramento islamista, sono stati oggetto prioritario dei raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, se da una parte la distruzione dei pozzi taglia una fonte di guadagno ai movimenti islamisti, dall’altra distrugge un ulteriore pezzetto dell’economia locale. Ciò mette l’IS nuovamente in posizione di vantaggio relativo, poiché il gruppo ha altre fonti di approvvigionamento di denaro (ne parleremo in maniera più estesa in contributi ad hoc del Caffè) – non da ultimo quello proveniente dalle banche cittadine saccheggiate – e quindi una posizione di grande forza in una regione ogni giorno più povera. Per esempio, il fatto che lo Stato Islamico paghi uno stipendio ai propri combattenti (si stima una media di 250 dollari al mese in Siria) e ne assista economicamente le famiglie in caso di morte ha rappresentato un’ulteriore attrattiva in un contesto nel quale il venir meno dell’ordine statale ha significato – comunque la si voglia mettere – il degrado totale delle attività economiche che sfamavano le famiglie siriane e nord-irachene. Non solo religione ed estremismo, quindi, ma capacità di pianificazione e sfruttamento delle leve economiche.

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Fig.1- Il vessillo jihadista dello Stato Islamico sventola sulla collina prospicente Ain al-Arab/Kobane

Passando in rassegna l’equipaggiamento, le forze di al-Baghdadi dispongono di un’ampia gamma di armi leggere e portatili (fucili d’assalto, mitragliatrici medie e pesanti, sistemi controcarro, mortai medi, missili terra-aria spalleggiabili) e di un discreto numero di armi campali pesanti (mortai pesanti, mitragliere, lanciarazzi campali, qualche pezzo di artiglieria, qualche decina di veicoli meccanizzati). L’arsenale islamista si è notevolmente arricchito negli ultimi mesi grazie ai successi ottenuti in Iraq. La vittoria di alcuni scontri contro le forze governative ha permesso ai combattenti di al-Baghdadi di predare diversi mezzi delle forze irachene, che si sono aggiunti al tradizionale parco di pick-up e autocarri. Per ironia della sorte, buona parte di quei mezzi provenivano dagli stock che gli Stati Uniti avevano destinato proprio al rafforzamento delle forze dell’Iraq. La preda bellica non rappresenta però la principale provenienza della gran quantità di materiali su cui lo Stato Islamico ha messo le mani. All’inizio delle ostilità tra IS e Iraq il Governo di al-Maliki, strutturalmente debole, peccò d’indecisione e inconcludenza, al punto che, quando i jihadisti avanzarono in territorio iracheno, l’esercito e le altre forze di sicurezza si trovarono senza ordini e impossibilitati a prendere l’iniziativa. Di conseguenza diversi comandanti sul campo ripiegarono sulla stessa tattica usata durante le due guerre del Golfo, quando la catena di comando crollò lasciando le truppe sul campo senza direttive. Applicando il principio di economia delle forze, i soldati iracheni della Provincia di Anbar – e successivamente delle Province vicine – hanno occultato mezzi e materiali e si sono dileguati. Lo sfaldamento del tessuto sociale iracheno sunnita e la connivenza di alcune realtà tribali con lo Stato Islamico ha comportato però una falla grave nella gestione della situazione e tali depositi sono stati “scoperti” e saccheggiati dall’IS, che dispone oggi di veicoli MRAP (Mine-Resistant Ambush Protected) e di qualche modello meccanizzato (inclusi carri T-55 e T-72). Questi mezzi, impiegati al momento opportuno nelle battaglie principali, possono fungere da game changer, per far pendere la bilancia a favore delle brigate jihadiste.

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Fig. 2 – Pick-up con le insegne dello Stato Islamico in pattugliamento

I PESHMERGA – La consistenza totale delle forze curde viene stimata tra gli 80mila e i 150mila uomini (secondo alcuni molti di più) distribuiti su un fronte lungo oltre mille chilometri tra Siria e Iraq, di larghezza variabile e di difficile definizione. I peshmerga difendono il territorio da essi reclamato come Kurdistan e sul quale hanno impostato una difesa stanziale. Tale assetto risulta spesso penalizzante per i peshmerga, che raramente hanno avuto modo di far valere la superiorità numerica sullo Stato Islamico a causa della dispersione delle forze. I curdi patiscono la mobilità dell’IS, il quale può concentrare invece energie consistenti su un solo punto del fronte e causarne la rottura. La difesa curda è infatti prevalentemente statica ed è legata al territorio da difendere, anche se con eccezioni importanti tra i peshmerga iracheni, meglio equipaggiati, e quelli siriani, meno forniti di mezzi e materiali. Ciononostante i curdi si sono rivelati un osso duro per lo Stato Islamico, e non hanno fino a oggi perso nel cuore del proprio territorio. In effetti, la capacità dell’IS di aprire delle brecce nella linea curda viene di solito contenuta, in un secondo momento, dalla profondità della difesa, la quale crea un continuo attrito delle forze attaccanti, assottigliandone la consistenza e logorandole fino a far perdere loro l’iniziativa. Impossibilitate a rinnovare l’attacco, le forze islamiste devono spesso ritirarsi o comunque riorganizzarsi per non farsi costringere a una battaglia di posizione, nella quale i guerriglieri peshmerga della vecchia guardia sono invece maestri.
Diverso è l’esito delle campagne che i combattenti curdi hanno intentato al di fuori del loro territorio di provenienza, ad esempio nella Provincia di Anbar, in Iraq, o nel Nordovest siriano. La loro scarsa capacità di manovra, dovuta talvolta all’esiguo numero di mezzi a disposizione, si è rivelata fatale. Emblematico l’esempio di Kobane, una specie di enclave curda in territorio prima amministrato da Damasco, che, ritiratosi l’esercito siriano, è rimasta alla mercé dello Stato Islamico, isolata. I curdi avevano già provato a collegare la regione di Kobane al proprio fronte in seguito al vuoto lasciato da Assad, ma sono stati costretti a indietreggiare e rinunciare a rifornire logisticamente le truppe ivi asserragliate, le quali hanno tuttavia imposto il proprio ritmo di combattimento alle ondate islamiste, resistendo alacremente e scoraggiando gli assedianti, ogni giorno più logorati (pagando però un pesante prezzo in vite umane).
Per i peshmerga la difesa così radicale del territorio è importante perché, contrariamente allo Stato Islamico, essi difendono la propria popolazione. Da tale territorio traggono altresì le risorse per alimentare le loro comunità e sostenere le operazioni militari (petrolio e commercio). A differenza dello Stato Islamico, i curdi amministrano direttamente il territorio e garantiscono, per quanto possibile, i servizi di base, incluse scuole, ospedali e amministrazione civile. Questo accade sia in Siria, dove i curdi hanno ottenuto – più o meno ufficiosamente – una non-belligeranza con Assad in cambio di autonomia, sia in Iraq, con il Governo regionale che è cresciuto di importanza dopo la défaillance di Baghdad all’offensiva dell’allora ISIS.
Nello sforzo complessivo dei peshmerga contro lo Stato Islamico menzione a parte merita la campagna aerea internazionale in loro favore guidata dagli Stati Uniti. Per i curdi il supporto aereo alleato è molto utile e gli assetti della coalizione ben si completano con le forze curde. Dove i curdi riescono a forzare i jihadisti ad accettare la battaglia, le fluide forze di al-Baghdadi sono costrette a “materializzarsi” e prendere posizione, assumendo così un assetto vulnerabile agli attacchi aerei. Senza l’operato dei peshmerga a terra la campagna aerea sarebbe pressoché fallimentare a causa della fluidità delle forze islamiste. Infatti, lontano dai confini del Kurdistan, dove non ci siano forze in grado di costringere l’IS a dar battaglia (e resistere un tempo ragionevole), i bersagli paganti diventano molto rari, considerando anche il costo di una sortita aerea, che surclassa di gran misura le perdite materiali inflitte – si pensi a una sortita da milioni di dollari (intelligence, carburante, bombe guidate, ecc.) che spesso abbatte solo uno sparuto gruppetto di uomini e qualche pick-up. Queste le argomentazioni che, unite alla constatazione della scarsa mobilità strategica curda, fanno propendere alcuni strateghi statunitensi per un’eventuale operazione di terra.

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Fig. 3 – La bandiera curda sventola su una garitta e un mezzo ex-esercito iracheno

Infine, per passare in rassegna l’equipaggiamento, è necessario distinguere tra fronte iracheno e fronte siriano. In Iraq, il Governo regionale curdo ha ereditato mezzi ed equipaggiamenti dell’esercito regolare e disponeva già, al momento delle prime schermaglie, di una propria milizia. Un paio di divisioni di peshmerga erano poi in fase di transizione per l’incorporamento organico nell’esercito iracheno, ma la dissoluzione di quest’ultimo all’arrivo dell’ISIS li ha fatti tornare tra i curdi, con materiali bellici al seguito. L’esercito del PDK è quindi discretamente equipaggiato e mobile, dispone di mezzi motorizzati (veicoli tattici, autocarri, mezzi blindati) e meccanizzati (trasporti truppe, carri, veicoli speciali), nonché di abbondante armamento leggero e pesante (artiglieria inclusa). I curdi iracheni sono stati gli unici a tentare un’offensiva di riconquista delle città perse nelle prime frasi concitate dell’attacco dell’ISIS, nelle quali l’effetto sorpresa fu massimo. L’utilizzo dei mezzi a disposizione non è stato però ottimale a causa del descritto approccio statico alla battaglia. I meccanizzati di concezione sovietica (PT-76, T-72, BRDM-2, BMP-2) sono stati snaturati nelle modalità di impiego e sono stati usati come “bunker semoventi”, ruolo che mal si adatta a sistemi d’arma ottimizzati per fornire grande volume di fuoco a velocità di manovra sostenuta, a scapito proprio della protezione. Questa e altre gravi carenze tattiche hanno portato a sconfitte quando si è ingaggiata battaglia campale, soffrendo peraltro la capacità avversaria di disimpegnarsi e colpire ai fianchi. Parallelamente si è degradata anche la possibilità di mantenere il controllo delle linee di comunicazione, con la conseguente difficoltà ad aiutare i combattenti siriani, che si trovano ora sotto pressione. La difesa a oltranza ha inoltre logorato gli equipaggiamenti e intaccato gli stock di munizioni, ormai in rapido deperimento.
La situazione in Siria è però più critica. L’equipaggiamento dei peshmerga è rimasto in buona sostanza leggero e adeguato a un contesto di guerriglia, più che a campagne contro formazioni organizzate. Qui più che altrove il divario fra i potenti mezzi di cui lo Stato Islamico è venuto in possesso e il modesto parco a disposizione dei peshmerga è stato evidente. I curdi hanno tenuto, ma hanno dovuto rinunciare a qualunque velleità di espansione nelle ultime settimane. Anche le scorte di armi leggere e munizioni si deperiscono rapidamente, a causa dell’intensificarsi dei combattimenti. Armi comunque arretrate e non adeguate a fronteggiare formazioni sempre meglio organizzate e coordinate. La campagna aerea ha aiutato, ma la situazione campale è critica. Gli aiuti promessi dai Paesi europei sono arrivati lentamente e solo in parte, a causa dell’ostruzionismo turco (i Paesi europei hanno cautamente evitato di atterrare o di aviolanciare direttamente in Siria). Inoltre, i quantitativi di armi e munizioni inviati da Paesi come Italia o Germania, che agli occhi del cittadino europeo comune potrebbero apparire ingenti, sono in realtà esigui in un contesto dove si combatte quotidianamente e 3-4 milioni di munizioni da mitragliatrice, ad esempio, finiscono in pochi giorni. Rimane inoltre il problema annoso della scadente mobilità – nessuno ha inviato mezzi da trasporto e combattimento, vitali – che rallenta le operazioni di rinforzo dei centri via via colpiti e limita l’operato curdo in difesa degli abitati e dei loro dintorni. Per migliorare in questo settore, i curdi siriani si sono perfino ingegnati a blindare autocarri e trattori con piastre d’acciaio, ma l’impatto che assetti così rudimentali hanno sulle operazioni è ovviamente limitato.
Infine, i curdi del PKK turco, che pure hanno tentato di soccorrere i fratelli siriani e iracheni, hanno modificato di poco la situazione generale delle forze, con piccoli gruppi di combattenti di rinforzo e qualche rifornimento che riescono a permeare la frontiera turca, dalla quale i corazzati di Ankara continuano soltanto a guardare.

Marco Giulio Barone

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Foto: quapan

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