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Oggi i destini del mondo non si decidono tanto con gli eserciti quanto con il controllo della terra e del cibo che essa produce. Oggi il “colonialismo” si fa col trattore

LA CRISI AGRICOLA DEL 2006/2007 -La crisi che fece impennare i prezzi di grano, riso e soia tra il 2006 ed il 2008 sarà ricordata anche come spartiacque per la democrazia globale. Da quel momento in avanti abbiamo assistito alla reificazione della terra, diventata da quasi res nullius a oggetto del desiderio. Di chi? Sostanzialmente di chi aveva un cash flow di rilievo e problemi nello sfamare la popolazione. Quindi Stati, o per meglio dire aziende di Stato, multinazionali, hedge funds. Ma che cosa succede se un pugno di aziende arriva a controllare milioni di ettari coltivabili? La geopolitica non può prescindere da queste considerazioni e da analisi sulla problematica della food security. I “compratori” elargiscono denari e promesse di rivoluzione; dicono che porteranno lavoro, irrigazione, tecnologia. Ma nessuno è in grado di controllare che lo facciano davvero e, peggio, non ci sono strumenti coercitivi né sanzioni in caso di inadempienza.

IL LAND GRABBING, NUOVO COLONIALISMO MONDIALE – Il mondo non ha ancora preso una posizione univoca sul land grabbing; gli “innocentisti” sostengono sia l’unico (l’ultimo?) modo di cercare uno sviluppo delle terre povere, soprattutto pensando all’Africa. E dicono che così si può scatenare una nuova green revolution, capace di portare maggiore produttività. I detrattori parlano di imperialismo agricolo e di nuovo colonialismo, realizzato non più con gli eserciti o i golpe pilotati ma attraverso il controllo del cibo.

Franca Roiatti vuole portare il suo contributo alla discussione in corso. E parte dal giugno 2007 quando gli abitanti di Città del Messico scesero in strada per protestare contro l’aumento del prezzo della tortilla. Era arrivata a costare 1 dollaro, decisamente troppo per chi ne guadagna 4 al giorno, come quasi 50 milioni di messicani. L’aumento fu causato dall’aumento del costo del grano americano; non lo sapevamo ma era in corso una vera rivoluzione. Le scorte mondiali si erano assottigliate, dopo anni di “manica larga”. Il dollaro si era deprezzato e, come sempre avviene, il petrolio era invece cresciuto. Moltissimo. Portando alle stelle il costo dell’energia che nella produzione agricola è la voce più consistente. Il raccolto in Australia fu disastroso e partì la speculazione degli hedge funds che innalzarono la domanda, per stoccare subito, far salire ancora di più il prezzo e rivendere subito dopo. A fronte della scarsa produzione, Russia e Ucraina vietarono l’export. C’erano tutti i presupposti per una crisi mondiale.

[box type=”shadow” align=”alignright” ][/box]IL RUOLO DEI BIOCARBURANTI – Ma la data da ricordare è precedente ed è il 29 luglio del 2005, giorno in cui il Congresso americano diede vita all’Energy Policy Act , stabilendo l’innalzamento della produzione di biocarburanti dal mais. Veniva così meno una bella fetta di produzione, destinata ora ai trasporti in quanto meglio remunerata alle grandi imprese. Anche perché con  il petrolio a 150 dollari al barile un’alternativa era comunque necessaria ed in quel momento finanziariamente sovvenzionata. Popolazioni ridotte alla fame, quindi, per evitare inquinamento al mondo del nord. Anche fronteggiare il già certo aumento della popolazione mondiale non sarà facile; impossibilitato a praticare rimedi malthusiani e spaventato per il costo sociale ed ambientale di una nuova Green Revolution,il mondo è alla ricerca di una soluzione.  E’ questo il processo che portato la terra ad essere una merce come le altre. E’ più sicura, forse più a buon mercato ed infinitamente più strategica di qualunque altro investimento.

LE GRANDI POTENZECina e Arabia Saudita hanno ricoperto ruoli diversi ma estremamente importanti. La prima è riuscita a risolvere problemi interni e curare i propri interessi allo stesso tempo, concludendo importanti accordi con paesi africani (quelli più a buon mercato e dai regimi compiacenti) e ottenendo terre, allevamenti, piantagioni e materie prime in cambio di strade e acquedotti. La seconda era riuscita a diventare esportatore di cereali creando un sistema di pozzi di profondità nel deserto ma ha dovuto desistere per non toccare le già scarse scorte di acqua dolce. E ora fa valere il peso dei petroldollari in giro per il mondo. L’India, che nel 2030 potrebbe superare la Cina a quota 1 miliardo e 600 milioni di abitanti, sta comprando (o affittando; in Africa la terra è per lo più di proprietà statale) parti consistenti di Myanmar, Laos ed in America Latina. Corea del Sud e Giappone mirano all’Africa. Ovviamente le varie potenze sono attente a non intralciare i piani altrui. Siamo ormai in presenza di quello che l’autrice chiama “il Risiko agricolo”.

I PERICOLI E LE CONTROINDICAZIONI – Esiste il concreto pericolo di perdita di biodiversità perché  chi produce all’estero è meno attento alla normativa e chi cede terreno di solito non ha mezzi né interesse per controllare. C’è il rischio che le popolazioni autoctone vengano condannate alla fame per affitti da 12 dollari l’ettaro: la sovranità alimentare, introdotta dal forum di Selinguè in Mali nel 2007 sancisce il principio per cui “tale diritto non può essere fatto valere davanti a un tribunale, ma riafferma la priorità dell’accesso alla terra per famiglie dei piccoli contadini rispetto ai colossi dell’agrobusiness”.

Il primo paese a formalizzare l’esigenza di regolamentare in parte il land grabbing, con un apposito codice internazionale, è stato il Giappone. Durante il G8 de L’aquila il premier Aso ha rivendicato per il proprio Paese tale ruolo,  essendo lo stato nipponico il primo importatore netto di derrate alimentari del mondo. Nel novembre 2009 al summit Fao venne formalizzato l’impegno a redigerlo, sulla base di principi generali vincolanti per chi li accetterà. Non si prevedono tempi brevi per la sua realizzazione. Speriamo che non sia troppo tardi.

Andrea Martire

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Andrea Martire

Appassionato di America Latina, background in scienze politiche ed economia. Studio le connessioni tra politica e sociale. Per lavoro mi occupo di politiche agrarie e accesso al cibo, di acqua e diritti, di made in Italy e relazioni sindacali. Ho trovato riparo presso Il Caffè Geopolitico, luogo virtuoso che non si accontenta di esistere; vuole eccellere. Ho accettato la sfida e le dedico tutta l’energia che posso, coordinando un gruppo di lavoro che vuole aiutare ad emergere la “cultura degli esteri”. Da cui non possiamo escludere il macro-tema Ambiente, inteso come espressione del godimento dei diritti del singolo e driver delle politiche internazionali, basti pensare all’accesso al cibo o al water-grabbing.

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