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Continuiamo a parlare di questo Stato poco conosciuto ma strategico per gli equilibri geopolitici in Asia Centrale. Con l’indipendenza dall’Unione Sovietica, dal 1991 il Turkmenistan ha vissuto attanagliato sotto l’assolutismo del suo Presidente, Niyazov, che reprimeva costantemente qualsiasi tipo di opposizione al potere costituito. A diventare centrali per il progresso di un Paese come questo, sono state le riserve di idrocarburi e gas naturali, rendendolo a pieno titolo attore protagonista nello scenario economico mondiale

UN POTENZIALE INESPRESSO – Fin dalla dichiarazione di sovranità nazionale il Turkmenistan si è ritrovato a affrontare parecchie difficoltà nell’utilizzo e nello sfruttamento del suo potenziale energetico, non potendo quindi diventare competitivo nel mercato mondiale non solo per la carenza di infrastrutture, ma anche per la forte influenza russa nella politica interna, e in particolare per quanto riguarda lo sfruttamento e il controllo della Central Asia-Centre pipeline, che parte dalla capitale Ashgabat e arriva a Aleksandrov Gay. Sulla base degli studi condotti dalla British Petroleum-BP e della Energy Information Administation (EIA), il mar Caspio rimane un’area di fondamentale importanza per la produzione di greggio con 1.9 milioni di barili al giorno, includendo anche la produzione di gas naturale liquido pari al 2% del totale mondiale. Fino al 1994 le esportazioni di gas e petrolio turkmeno dipendevano pesantemente dalla volontà della Russia, nonostante il Paese sia al decimo posto tra i maggiori produttori di gas e petrolio al mondo. Il regime autoritario, la società chiusa di stampo tribale e la mancanza di infrastrutture hanno contribuito ad una caduta netta nello scambio dell’oro nero. Le relazioni tra i due Paesi hanno cominciato a incrinarsi nel 2009 in seguito alle esplosioni di un tratto della pipeline a causa, si sospettò, di scarsa manutenzione. LA LOTTA PER LA PIPELINE – Il potenziale petrolifero del Turkmenistan è stato dapprima di grande interesse per l’Europa, poi la lotta per la pipeline ha iniziato ad essere particolarmente importante anche per Paesi come la Cina e l’Afghanistan. La Cina, per poter proseguire con la sua ascesa economica, avrebbe infatti un grande vantaggio nell'assicurarsi l’accesso alle riserve petrolifere dell’Asia Centrale. Il governo cinese, infatti, ha cominciato ad acquistare petrolio Turkmeno a partire dal 2009, grazie anche all'appoggio dell'attuale Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov. TRANS ASIAN GAS PIPELINE – Il 2010 è stato per la Cina un anno segnato da importanti scelte commerciali e strategiche: il 14 Dicembre è stato firmato ad Ashgabat un accordo per una conduttura di circa 1700 km, la “Central Asia-China Gas Pipeline”. Una volta ultimata nel 2013, il gasdotto porterà oltre 40 miliardi di metri cubi l'anno di gas turkmeno nella regione cinese dello Xinjiang, passando per Uzbekistan e Kazakstan, grazie a un accordo tra la China National Petroleum Corporation (Cnpc) e la KazStroyService. Il costo atteso è di 20 miliardi di dollari. La costruzione della TAGP è stata fortemente appoggiata dagli Stati Uniti: sfruttare i giacimenti petroliferi turkmeni, e quindi investire nel Paese, significa evitare costruzioni di gasdotti tra Iran, Pakistan e India, evitando quindi di rafforzare il ruolo strategico di questi Paesi nel quadro geopolitico mondiale. Nonostante lo sfruttamento della nuova pipeline segni rilevanti cambiamenti nella regione, ci sono ancora aspetti nell’accordo che mettono in forse stabilità e sicurezza sia in Afghanistan che in Pakistan. Il presidente Karzai ha stabilito che a difesa degli 830 km di tratta afgana del gasdotto ci saranno circa 7000 uomini facenti parte delle forze speciali afgane. L’Afghanistan è un Paese poverissimo, prevalentemente agricolo e che vive una condizione interna di conflitto permanente che paralizza le relazioni economiche e commerciali del Paese. Nonostante ciò, riveste un’importanza strategica enorme, come via di transito per gli idrocarburi in altri paesi che lo hanno consacrato ad essere identificato come “la chiave dell’Asia”. L’Afghanistan ha la consapevolezza di essere un Paese di transito, e ora il Paese fa parte dell’accordo SAFTA (South Asia Free Trade Area) e dell’ECOTA (Economic Cooperation Organization Trade Agreement) che ha regolato le esportazioni e le importazioni nel Paese, promuovendo di conseguenza la costruzione di nuove infrastrutture, con il coinvolgimento e il sostegno di diversi Paesi Europei, tra questi anche l’Italia, coinvolti non solo nella costruzione, ma anche nella ricerca, nell’estrazione e nella trasformazione delle materie prime.

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MA LA CINA E' SEMPRE AL VARCO – Recentemente la Cina ha potenziato le relazioni con l’Asia Centrale e, in particolare, il gigante asiatico rivolge le sue attenzioni alle riserve di petrolio e gas turkmene. Nel 2009 il presidente cinese ha acconsentito ad un prestito di 4.1 miliardi di dollari dalla Banca Statale Cinese destinati al miglioramento e all’ampliamento della conduttura trans-caspica. Sempre la Cina ha concesso al Kazakistan prestiti per circa 10 miliardi di dollari per vedere crescere le tre grandi compagnie petrolifere nazionali e per prolungare il gasdotto Kazakistan-Cina. La fortissima necessità di petrolio da parte della Cina per lo sviluppo di tutto il suo complesso industriale ha reso il Kazakistan il paese dell’Asia Centrale strategicamente più importante per l’approvvigionamento di petrolio e gas naturali. L’oleodotto che partendo dal Kazakistan porta petrolio nello Sinkiang è stato costruito dalla China National Petroleum Company e dalla kazaka KazmunayGas grazie ad accordi commerciali conclusi tra i due paesi nel luglio del 2009. In parallelo, continuano le richieste di collaborazione presentate al Turkmenistan, che ha preso impegni sul fronte export per i prossimi dieci anni con Russia, Iran e soprattutto con la Cina. L’attuale situazione geopolitica potrebbe quindi far pensare a una “guerra delle pipeline” dove la Cina continua ad avere un ruolo fondamentale in Asia Centrale, non solo per lo sfruttamento delle risorse petrolifere Turkmene, ma anche per l’intensificarsi dei rapporti con Kazakistan per lo sfruttamento degli idrocarburi. SEMPRE LA VIA DELLA SETA – La via della seta oggi è crocevia per il trasporto delle risorse energetiche, che sono anche risorse economiche, politiche, che sono entrate a pieno titolo nel tavolo di confronto dei grandi della terra. Nonostante le difficoltà legate alla territorialità, il Turkmenistan è un ponte di scambi, un crocevia di interessi geopolitici che condiziona l’economia occidentale e non solo. Lo sfondo di un crescente guadagno ha più volte sedato crisi interne agli Stati e inoltre, ad ogni tentennamento occidentale, che preme per il rispetto dei diritti umani e della libertà della popolazione, subentra la Cina che con il suo potenziale economico, con i suoi investimenti nell’Area, mette a tacere giganti della terra a Oriente e a Occidente. Federica Pani redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Redazione

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