Incontro tra Orbán e Putin nel gennaio 2014
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Il 2014 è stato un anno ricco di soddisfazioni diplomatiche ed elettorali per il premier ungherese Viktor Orbán. La crisi ucraina non ha infatti danneggiato la proficua cooperazione energetica tra Budapest e Mosca, mentre le elezioni politiche ed europee della scorsa primavera hanno riconfermato saldamente il suo partito Fidesz alla guida dello Stato ungherese. Ma il futuro economico dell’Ungheria resta incerto e l’ascesa del partito ultranazionalista Jobbik spinge il premier verso scelte politiche rischiose e potenzialmente controproducenti.

TRA MOSCA E BRUXELLES – Il 22 settembre scorso, durante una visita ufficiale a Budapest, i vertici di Gazprom hanno riconfermato le quote di gas invernali per l’Ungheria, promettendo anche un maggiore coinvolgimento del Governo ungherese nella futura costruzione del gasdotto South Stream. Per il premier Viktor Orbán i risultati di tale visita rappresentano un indiscutibile successo diplomatico: il suo Paese continuerà infatti ad accumulare significative scorte energetiche per la stagione fredda, garantendo il riscaldamento regolare di circa 4 milioni di case, mentre il prossimo sviluppo di South Stream dovrebbe comportare un ulteriore incremento delle quote annuali di gas ricevute da Gazprom, superando la cifra record di 6 miliardi di metri cubi registrata nel 2013. L’Ungheria esce quindi relativamente indenne dalla ripercussioni economiche della crisi ucraina, premiando la scelta di Orbán di non allinearsi con il resto della UE contro la Russia di Putin. Una scelta che ha posto l’Ungheria contro gli altri membri del gruppo di Visegrád, soprattutto la Polonia, e che ha rafforzato l’immagine negativa in Occidente del Governo di Budapest, visto come un regime personalistico dalle tendenze illiberali. In realtà, Orbán ha sostanzialmente accettato le sanzioni europee contro Mosca, congelando di fatto la costruzione di un nuovo impianto nucleare a Paks sostenuta dalla compagnia russa Rosatom. Budapest ha anche evitato di chiedere nuovi prestiti alla banche russe colpite dalla sanzioni occidentali, accettando il rinvio o il rallentamento di altri ambiziosi progetti infrastrutturali, soprattutto nel settore ferroviario. Nonostante questo rispetto formale delle decisioni di Bruxelles, Orbán ha comunque mantenuto relazioni estremamente cordiali con il Governo russo, criticando spesso le azioni dell’esercito ucraino nel Donbass e aprendo negoziati diplomatici con Mosca per ottenere un allentamento dell’embargo agroalimentare russo contro la UE. Pochi giorni dopo la visita della delegazione di Gazprom a Budapest, il Governo ungherese ha anche deciso unilateralmente di bloccare le proprie forniture di gas all’Ucraina, provocando la reazione indignata di Stati Uniti e Polonia. Il provvedimento è stata preso ufficialmente per motivi tecnici e le Autorità ungheresi hanno promesso di riprendere le forniture nel 2015. Molti hanno però legato il fatto ai recenti accordi russo-ungheresi in materia energetica, accusando Orbán di sostenere la politica aggressiva del Cremlino in Ucraina.

NESSUNA ALTERNATIVA – Il premier ungherese non sembra comunque turbato da queste accuse, proseguendo imperterrito nella sua politica di “apertura” verso la Russia e le principali potenze emergenti dell’Asia. Orbán considera infatti chiuso il processo di integrazione dell’Ungheria in Occidente, segnato dagli scandali politici e finanziari degli anni Duemila, e guarda con crescente interesse agli esperimenti di “democrazia illiberale” avviati da Putin in Russia e da Erdogan in Turchia, considerandoli come un modello positivo per la ricostruzione dello Stato ungherese dopo la grave crisi economica del 2009. Non a caso l’Ungheria ha assunto un ruolo prevalentemente passivo in ambito NATO, mantenendo le proprie spese militari a livelli minimi, e ha anche mostrato una certa ostilità verso l’OSCE, difendendo polemicamente le proprie misure restrittive sulla libertà di stampa e la propria campagna contro le ONG straniere operanti a Budapest. Negli ultimi tempi persino i toni ufficiali del Governo verso la UE sono diventati apertamente ostili, con i principali slogan elettorali di Fidesz, il partito di Orbán, diretti costantemente contro «i burocrati di Bruxelles» e la loro presunta mancanza di rispetto per la volontà del popolo ungherese.
Tali slogan euroscettici hanno consentito a Orbán di vincere facilmente le elezioni politiche dello scorso aprile, ottenendo oltre il 44% dei consensi e una maggioranza parlamentare di 133 seggi (su 199 stabiliti dalla nuova Costituzione ungherese del 2012). Nessun’altra forza politica è stata in grado di impensierire seriamente Fidesz, con la coalizione di centro-sinistra Unità bloccata intorno al 25% dei suffragi e rapidamente disintegratasi all’indomani della sconfitta elettorale. Solo il Partito ultranazionalista Jobbik ha ottenuto un successo significativo, portando in Parlamento ben 23 deputati, ma è ancora lontano dal rappresentare una seria minaccia al predominio elettorale di Fidesz. Alle successive elezioni europee di fine maggio le cose sono andate addirittura peggio per le forze politiche anti-Orbán, incapaci di controbattere efficacemente alla retorica nazionalista del Governo: il Partito socialista di Attila Mesterházy ha infatti perso circa il 7% dei voti, ottenendo uno dei peggiori risultati elettorali della sua storia recente, mentre la Coalizione democratica dell’ex premier Ferenc Gyurcsáni ha conquistato solo 2 seggi sui 22 disponibili per la delegazione ungherese a Strasburgo. Anche Jobbik ha subìto una piccola battuta d’arresto, a tutto vantaggio di Fidesz, che ha conquistato ben 12 seggi all’Europarlamento rinforzando le fila del Partito popolare europeo guidato da Manfred Weber.
I risultati di queste due tornate elettorali parlano dunque chiaro: non c’è nessuna reale alternativa politica a Orbán in Ungheria, lasciando libero il suo Governo di proseguire tranquillamente la propria strategia diplomatica di avvicinamento alla Russia e il proprio controverso “approccio nazionale” alla democrazia. Una sapiente alternanza di misure censorie e pressioni informali ha anche consentito a Fidesz di neutralizzare le voci critiche su stampa e televisioni, restringendo ulteriormente i margini di manovra dei suoi oppositori interni. Nonostante le frequenti critiche di UE e OSCE, Orbán può quindi dormire sonni tranquilli, forte di un considerevole supporto elettorale e di un sistema mediatico tendenzialmente filo-governativo. L’assenza di rivali diretti all’interno di Fidesz conferma questo generale senso di sicurezza, rendendo la figura dell’attuale Primo Ministro quasi “insostituibile” per il futuro politico dell’Ungheria.

 

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Fig. 1 – Il parlamentare ungherese Elod Novak, del partito ultra-nazionalista Jobbik, brucia un vessillo dell’Unione europea nel corso di una manifestazione

FRAGILITÀ ECONOMICA – Tuttavia la leadership di Orbán potrebbe essere meno salda di quanto si crede. Anzitutto, l’ascesa politica di Jobbik minaccia potenzialmente il bacino elettorale di Fidesz nelle principali aree urbane del Paese. Cavalcando il risentimento nazionalistico di molti ungheresi per le politiche di Bruxelles, il Partito di Gábor Vona ha infatti guadagnato parecchi consensi in città come Budapest e Miskolc, uscendo dalle proprie tradizionali roccaforti rurali e catturando le simpatie di una buona fetta dell’elettorato moderato ungherese. Non solo, la difesa ossessiva da parte di Jobbik dei diritti delle minoranze ungheresi all’estero – «minacciati» dalle politiche «discriminatorie» dei Paesi ospitanti – ha spesso costretto Orbán a prendere iniziative avventate in politica estera, nel tentativo di preservare la propria immagine interna di “patriottico difensore” del popolo ungherese in Europa. Tali iniziative, come le frequenti visite di rappresentanti governativi presso le comunità ungheresi in Ucraina e Romania, hanno infatti provocato le reazioni furiose dei vicini regionali di Budapest, mettendo a rischio la cooperazione energetica e commerciale dell’Ungheria con questi Paesi. Nel caso dell’Ucraina esse hanno anche provocato il parziale isolamento dell’Ungheria nel gruppo di Visegrád, danneggiando uno dei principali pilastri della politica europea di Orbán.

Tasso di disoccupazione nelle varie contee ungheresi (fonte: Geoindex.hu)
Tasso di disoccupazione nelle varie contee ungheresi | Geoindex.hu

La pressione politica di Jobbik rischia quindi di spingere Orbán su strade pericolose a livello internazionale, indebolendo la posizione dell’Ungheria nel contesto europeo. Un rischio che Budapest non può affatto permettersi, vista l’estrema fragilità della propria economia, ancora convalescente dopo la pesantissima recessione del 2009 (-6,8% del PIL). Nonostante le promesse elettorali di Fidesz, il settore bancario nazionale resta infatti molto debole, cosicché le aziende sono private di prestiti vitali per il rilancio delle loro attività, mentre il tasso di disoccupazione viaggia ancora intorno al 10%, spingendo molti ungheresi a emigrare in Germania o nel Regno Unito. Negli ultimi mesi si è visto finalmente qualche segnale di ripresa, soprattutto a livello di produzione industriale, ma la situazione rimane difficile, con Budapest seriamente dipendente dai finanziamenti esterni della UE. Quest’anno, dopo lunghi negoziati, l’Ungheria riceverà infatti oltre 21 miliardi di euro da Bruxelles per rilanciare la propria crescita economica e riformare settori chiave come quello ittico e agricolo, aprendoli agli investimenti di altri Paesi europei. Una mossa che costringe le Autorità ungheresi ad accettare passivamente le politiche di integrazione economica e bancaria della UE, smentendo di fatto la retorica nazionalistica del Governo Orbán. Anche la tanto vantata “apertura” verso Oriente non sembra dare i frutti sperati, con un aumento piuttosto modesto degli investimenti russi e cinesi in Ungheria. Inoltre il riavvicinamento diplomatico di Budapest con l’Azerbaijan ha provocato la reazione ostile dell’Armenia, compromettendo le ambizioni economiche ungheresi nel Caucaso. A dispetto dei recenti successi elettorali, il futuro politico di Orbán resta quindi incerto e precario, sospeso tra i sogni di autonomia nazionale e la dura realtà dello stretto legame economico con i «burocrati di Bruxelles».

Simone Pelizza

[box type=”shadow” ]Un chicco in più

Lo scorso luglio Orbán ha esposto le linee guida del proprio Governo durante una visita nella città romena di Baile Tusnad. Una versione integrale in inglese del suo discorso è disponibile qui. [/box]

Foto: European People’s Party – EPP

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