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Una buona strategia militare è fondamentale, ma non basta per vincere una guerra. Servono anche soldi e risorse. Vediamo, nel conflitto tra Stato Islamico (IS) e curdi, chi può contare sulle migliori disponibilità materiali.

È QUESTIONE (ANCHE) DI SOLDI – Per vincere una guerra, l’adozione di una strategia efficace che permetta un dispiegamento intelligente delle proprie forze è un aspetto fondamentale. Così come la messa in campo di coraggio e motivazione delle truppe impegnate nelle diverse azioni. Tuttavia, avere a disposizione flussi importanti di denaro – così come il controllo di risorse economiche strategiche – può giocare un aspetto cruciale nel decidere le sorti di un conflitto. Lo stesso ragionamento vale per lo scontro in atto tra le forze del Califfato dell’IS e quelle dei peshmerga, i combattenti curdi che in questa precisa congiuntura giocano il ruolo (non sempre unanimemente riconosciuto) dei “buoni”. I peshmerga tradizionalmente sono conosciuti per il loro valore e il loro coraggio in campo militare. Tuttavia, gli equilibri di questa guerra strana e potenzialmente molto pericolosa sono anche e soprattutto determinati dai finanziamenti ai quali i due schieramenti sono in grado di accedere. Analizziamo dunque come IS e curdi ottengono le risorse per combattere.

IS: DENARO E PETROLIO – Essendo considerato una minaccia di tipo terroristico non solo per il Medio Oriente, ma per l’intera comunità internazionale, l’IS non ha la possibilità di accedere a finanziamenti considerati universalmente “leciti”. L’IS è attualmente riconosciuto come l’organizzazione terroristica più ricca al mondo. È molto difficile tuttavia riuscire a stabilire i fondi di cui dispone il Califfato proclamato da Abu Bakr al-Baghdadi. Una fonte di sostegno molto ingente è arrivata con la presa della città irachena di Mosul: in quell’occasione le truppe jihadiste saccheggiarono 420 milioni di dinari iracheni dalla sede locale della Banca centrale, equivalenti a circa 308 milioni di euro. Una cifra considerevole, ma che non è nulla in rapporto al giro d’affari che lo Stato Islamico starebbe gestendo grazie ai proventi dell’estrazione e della vendita del petrolio. L’IS è riuscito a reclutare esperti, sia in campo amministrativo che ingegneristico, per far funzionare la macchina burocratica nei territori da loro controllati e gli impianti di estrazione, principale fonte di ricchezza della regione. Tutte queste attività avvengono ovviamente sul mercato nero: l’IS venderebbe infatti petrolio illegalmente a un prezzo molto più basso di quello fissato a livello internazionale, in maniera da assicurarsi comunque ingenti profitti in grado di finanziare non solo il sostentamento della propria macchina da guerra, ma anche la gestione di un vero e proprio Stato, attraverso l’erogazione di servizi pubblici. Una domanda che è però rimasta finora senza una risposta definitiva è quella relativa al finanziamento che il Califfato riceverebbe dagli Stati del Golfo, ufficialmente alleati degli Stati Uniti, ma potenzialmente interessati a destabilizzare l’area mesopotamica.  Tuttavia, anche se non esiste alcuna prova in merito al finanziamento del Governo saudita o del Qatar all’IS, è invece dimostrato che privati cittadini in Arabia Saudita abbiano finanziato gruppi ribelli in Siria. Alcune stime del Governo iracheno rivelano che a oggi l’IS potrebbe disporre di circa due miliardi di dollari.

L'area controllata attualmente dall'ISIS
L’area controllata attualmente dall’IS

I CURDI DALLA PARTE DEI ‘BUONI’ – Dall’altro lato, invece, il sostegno ai peshmerga curdi, la principale forza di terra che in questo periodo sta contrastando l’IS, avviene alla luce del sole e da parte della comunità internazionale. Le loro forze in campo, stimate tra le 80mila e le 150mila unità, in questi mesi stanno ricevendo supporto da altri Stati, in molti casi in natura, attraverso la fornitura di armamenti ed equipaggiamenti. Il Parlamento italiano, per esempio, ad agosto ha deciso di inviare ai combattenti curdi una fornitura di 200 mitragliatrici medie e pesanti corredate da mezzo milione di munizioni, 2000 razzi controcarro (RPG7 e RPG9) e 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica (resoconto disponibile qui). Ulteriori forniture e supporto sul campo sono stati annunciati la settimana scorsa dal ministro della Difesa Pinotti. Alcune forniture provengono dal sequestro del carico illegale della nave Jadran Express durante la guerra in ex-Jugoslavia nel 1994, armi ancora perfettamente funzionanti. Sostegno è stato fornito anche da altri Paesi, in primis gli Stati Uniti, che stanno guidando gli attacchi aerei contro l’IS. Supporto materiale è stato fornito da Francia, Germania, Paesi Bassi, Australia, Canada, Regno Unito e da altri Stati più piccoli (per una lista completa, si può consultare questo link).

E L’IRAQ CHE FA? – In Iraq, dove vige una regione autonoma curda, i trasferimenti teoricamente dovuti da Baghdad sono al momento bloccati. La capitale mesopotamica deve corrispondere infatti alla regione settentrionale miliardi di dollari in sussidi, che però sono stati sospesi alcuni mesi fa in seguito a dispute di potere (purtroppo mai sopite). Il difficile stato in cui versano le casse di Baghdad, tuttavia, lascia presagire che il Governo curdo iracheno – l’unico ufficialmente riconosciuto – non riceverà presto queste risorse, che sarebbero preziosissime nel rafforzare la resistenza all’IS attraverso una presenza più efficace sul territorio amministrato.

Davide Tentori

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Un chicco in più

Un milione di dollari al giorno: questa la cifra stimata che l’IS sarebbe in grado di raccogliere. Volete sapere come? Leggete qui.

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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