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    Hong Kong: tra proteste e futuro

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    Per Pechino le proteste di Hong Kong sono un problema minore rispetto alla situazione economica in rallentamento, al terrorismo uiguro e alle questioni territoriali nel Mar della Cina. Per Hong Kong, invece la questione è cruciale per tutte le sue implicazioni, dal breve al lungo termine. Quali sono le ragioni delle due parti?

    LA GUERRA DELL’OPPIO – Con la fine della prima guerra dell’oppio nel 1842 Hong Kong entrò a far parte dell’Impero britannico. Nei 155 anni di possesso britannico, ben 28 governatori, nominati dal Governo di Londra, si alternarono nella direzione della città, garantendo la cosiddetta rule of law (preminenza del diritto). In seguito a duri negoziati, Margareth Thatcher si piegò a Deng Xiaoping e garantì la restituzione di Hong Kong al governo di Pechino sotto il principio “one Country, two systems” da applicare per i successivi 50 anni.

    UNO STATO, DUE SISTEMI – Il principio “uno Stato, due sistemi” proposto a Hong Kong guardava con lungimiranza al futuro: se da una parte la città è sottoposta alla sovranità cinese, rappresentata da un contingente militare, allo stesso tempo significative autonomie vengono garantite, quali un sistema legale e politico indipendenti. Al contrario, negli Stati europei si è sempre preferito il principio “uno Stato, un sistema”, come dimostrato dall’unificazione della Germania. Inoltre, nelle intenzioni di Deng Xiaoping, un accordo del genere, se funzionante, avrebbe potuto servire come modello futuro per Taiwan, tentando di allettare il tradizionale nemico con una condizione di ampia autonomia che lo incentivasse a ricongiungersi con la Cina. Quindi la leadership cinese non ha mai voluto affrettare i tempi per risolvere problemi che richiedessero sforzi eccessivi e ha improntato la propria diplomazia sul lungo periodo per godere di massimi benefici con minima esposizione.

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    Suggestivo scorcio di una delle proteste pacifiche di Hong Kong

    L’IMPOTENZA DI HONG KONG – Gli anni Ottanta sono stati l’epoca d’oro di Hong Kong. Grazie al Governo britannico i cittadini poterono godere di una società stabile e ben diretta e allo stesso tempo dei benefici economici dovuti dall’apertura della Cina al resto del mondo. Grazie al suo livello d’internazionalizzazione finanziaria e all’uso della lingua inglese, Hong Kong divenne rapidamente la porta della Cina per tutte le compagnie straniere interessate a fare affari con Pechino.
    La rinascita di Shanghai e delle altre città costiere a statuto speciale ha però messo subito in chiaro che il primato di Hong Kong non sarebbe durato a lungo. Le intenzioni della Repubblica popolare in questo senso sono tra l’altro estremamente chiare: per indebolire l’autonomia di Hong Kong bisogna indebolirne direttamente l’economia. Molte riforme di questi ultimi anni possono essere lette in questo senso, dalla creazione delle free trade zone all’apertura della borsa di Shanghai agli stranieri attesa entro la fine del 2014 per permettere a quest’ultima di surclassare definitivamente Hong Kong. Allo stesso tempo, Shanghai e Shenzhen hanno già superato Hong Kong come traffico marittimo nei loro porti.

    I MOTIVI DELLA PROTESTA – Il Governo cinese ha annunciato che dal 2017 il governatore di Hong Kong (Chief Executive) verrà eletto democraticamente, ma solo a seguito di uno screening dei candidati da parte di Pechino. La paura a livello centrale è la crescita di un partito anti-Cina; la paura degli abitanti di Hong Kong, da cui è nata la protesta, un’amministrazione che non abbia più a cuore la città, ma solo gli interessi di Pechino.
    Inoltre, il cuore del movimento Occupy Central – protagonista delle manifestazioni – crede che il problema nell’avvicinamento alla Cina sia di portata molto ampia. Non si tratta soltanto di una lotta per il futuro democratico del Paese, ma di un contrasto sull’applicazione del sistema capitalistico nelle sue diverse declinazioni, riflessione che coinvolge indirettamente anche i Paesi occidentali. Il sistema con caratteristiche cinesi applicato dal 1979 in Cina è un sistema fondato su deregulation, diritti limitati e capitalismo sfrenato. Le critiche mosse dal movimento sono quindi familiari a quelle di Occupy Wall Street, dove la crescente disuguaglianza tra le classi è uno dei temi principali. Non a caso il 60% del valore della borsa di Hong Kong è legato a imprese cinesi, e gli autori della protesta sottolineano la commistione tra la dirigenza economica di Hong Kong e quella cinese.

    Censura nei social media cinesi sul tema di HK
    Censura nei social media cinesi sul tema di Hong Kong

    OCCUPY CENTRAL – Cosa succederebbe a Hong Kong se i piani di Pechino si realizzassero? In proposito ci sono due teorie: la prima afferma che, essendo il successo economico di Hong Kong legato a doppio filo con la Cina, una modifica del suo sistema legale non impatterà sulla sua realtà economica.
    La seconda, invece, afferma che il successo di Hong Kong sia dovuto alle Istituzioni di stampo liberale lasciate da anni di Governo britannico. Una modifica, seppur minima, nell’amministrazione della città influenzerebbe le decisioni di lungo periodo delle aziende che cercano un hub internazionale in Asia: se il sistema politico e legale di HK diventerà, o verrà percepito, come quello delle altre grandi metropoli cinesi, perché preferire questa città a Shanghai?
    Il movimento di protesta di questi giorni crede esattamente in questa seconda previsione e vede in un ulteriore avvicinamento alla Cina un motivo di declino, piuttosto che un’opportunità.

    I MANIFESTANTI DI OCCUPY – A Hong Kong le tasse sono basse, internet è veloce e l’economia cresce. Tutte ragioni per cui Hong Kong non crea problemi sociali all’Amministrazione, secondo la leadership di Pechino. Quello che la Repubblica popolare ha però ignorato sono i giovani e le loro ambizioni per la città. In una retorica spesso estrema e non condivisa dai più, il movimento di Occupy è riuscito a fare proseliti in tutto il tessuto sociale di Hong Kong grazie al sapiente uso dei social network e alla mancanza di una guida cinese abile a creare un discorso pubblico improntato al Nation building in questi vent’anni.
    È interessante notare come secondo i sondaggi circa metà della popolazione simpatizza con il movimento, mentre l’altra metà, per ragioni ideologiche o di semplice pragmatismo, crede che ogni passo verso la Cina sia importante e inevitabile. Un discorso sulla “dittatura di Facebook” si rende sempre più necessario anche nell’Occidente, per una più sapiente ed esatta lettura dei movimenti di protesta.

    LE PROTESTE IN CORSO – Le proteste degli ultimi giorni sono il risultato di un’azione organizzata dal gruppo di Occupy Central a fine settembre. Quando la polizia ha ordinato ai manifestanti di disperdersi e ha successivamente caricato la folla in tenuta anti-sommossa, la “maggioranza silenziosa” è scesa al fianco dei suoi giovani, polarizzando la questione ancora di più.

    https://www.flickr.com/photos/willy_auyeung/15230805097/in/pool-51035577168@N01
    Una scena dalle proteste di Hong Kong | CC Willy AuYeung

    E ORA? – In questi giorni molti report si sono susseguiti alla ricerca di una risposta sull’impatto delle proteste. Nessuno sembra essere pronto a scommettere sul successo di una delle due parti: Pechino ha deciso di aspettare che le proteste si abbassino di tono, nella speranza di farle sgonfiare da sole senza alcun intervento. D’altro canto, proteste più frequenti e con grande partecipazione impatterebbero negativamente su turismo e vendite al dettaglio, che valgono circa il 10% del PIL. Con un rallentamento dell’economia iniziato già lo scorso trimestre e una fiducia delle imprese (business confidence index) in picchiata, la possibilità di un ultimo trimestre in recessione è concreta.
    Dal punto di vista del movimento di protesta c’è una volontà nel cambiare le modalità di lotta proprio per questo motivo: avere il sostegno dell’opinione pubblica nel complesso, non solo dei giovani, è la chiave per cui entrambe le parti stanno combattendo. La carica della polizia sui manifestanti ha polarizzato il confronto e assicurato, almeno temporaneamente, il vantaggio al movimento. Video degli scontri sono stati trasmessi ovunque nel mondo, garantendo così supporto internazionale al movimento e diminuendo la probabilità di uso della violenza da parte delle forze dell’ordine cinesi. L’eventualità della reazione violenta non è, tuttavia, totalmente da escludere, soprattutto se le proteste riprenderanno vigore.

    CONCLUSIONI – Per Pechino la questione di Hong Kong è sicuramente in secondo piano, nel complesso. Lotta alla corruzione, riforma dell’economia, terrorismo, questioni territoriali e lotte interne nel Partito occupano posizioni decisamente prioritarie rispetto a un cavillo sulla democraticità di Hong Kong. La storia insegna però come questioni considerate minori dai Governi coloniali hanno portato alla nascita di contenziosi di sovranità nelle colonie e hanno spesso aperto la via all’indipendenza. Xi Jinping, dal canto suo, dovrà misurare attentamente le proprie azioni per escludere un’escalation della situazione ed evitare di cadere vittima delle pressioni dell’opinione pubblica mondiale.

    Federico G. Barbuto

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più
    Il 30 settembre il presidente taiwanese Ma Ying-jeou ha espresso il proprio sostegno a Hong Kong, affiancandolo all’appoggio già espresso in questi giorni dai suoi concittadini. Se la situazione di Hong Kong e il principio “one Country, two systems” sono una vetrina per convincere Taiwan a riunirsi con la Cina continentale, la soluzione pacifica delle proteste dovrebbe essere trattata come una questione prioritaria dal Governo di Pechino. [/box]

    Federico G. Barbuto
    Federico G. Barbuto

    Laureato in Scienze Politiche alla LUISS di Roma, dove ho anche conseguito un MA in International Relations, mi sono trasferito in Cina nel 2012 dove ho ottenuto un MA in Economics presso la Renmin University of China. Dopo aver lavorato in una compagnia di investimenti mi sono trasferito prima in Colombia e poi in Belgio, dove lavoro nel mondo dell’UE.

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