Soldati ECOWAS in addestramento, in collaborazione con l'U.S. Army
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Le missioni di pace della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) sorpassano quelle delle Nazioni Unite: ecco i motivi del loro successo e le sfide in una regione marcata da carenze nel processo di Statebuilding.

ONU VS. ECOWAS – In un ambito in cui le Nazioni Unite di certo non brillano per efficienza e trasparenza, l’ECOWAS si è mostrata capace di condurre prontamente massicce operazioni per mettere fine a guerre civili e promuovere accordi di pace. Gli elementi del suo approccio al peacekeeping spingono a chiedersi chi assumerà la leadership per le missioni di pace nella regione.
Negli anni dei grandi fallimenti delle missioni di pace delle Nazioni Unite, l’ECOWAS ha definito il proprio approccio al peacekeeping con un bilancio sorprendentemente positivo. Dalle prime missioni in Liberia negli anni Novanta all’ultima in Mali nel 2013, l’Organizzazione ha mostrato la volontà politica necessaria per riportare la pace in Paesi puntellati da guerre civili e instabilità politica.[box type=”shadow” align=”alignright” width=”150″ ]LE MISSIONI DI ECOWAS DAL 1990 A OGGI
1990 – Liberia (ECOMOG)
1997 – Sierra Leone (ECOMOG)
1999 – Guinea Bissau (ECOMOG)
2003 – Liberia (ECOMIL)
2003 – Costa d’Avorio (ECOMICI)
2005 – Guinea Bissau
2007 – Guinea
2013 – Togo
2013 – Mali (AFISMA) [/box]
Le Nazioni Unite non sono rimaste estranee alla regione, inserendosi spesso nella strada tracciata dalle truppe ECOWAS nel portare avanti missioni di peacebuilding. Le due Organizzazioni si sono quindi spesso completate nelle funzioni, creando per la prima volta una collaborazione tra l’ONU e un’Istituzione regionale in materia di peacekeeping. Dall’UNOMIL, la prima operazione in Liberia, fino alla missione MINUSMA in Mali, questa collaborazione non si è rivelata priva di sfide e di domande sulla concomitanza di missioni di due Organizzazioni sullo stesso territorio.
Confrontando le strutture di entrambe, risulta una somiglianza a un forum collegiale piuttosto che a un Governo super partes che vincola i Paesi. Sono gli Stati membri che compongono il Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’Autorità dell’ECOWAS a prendere la decisione di lanciare una missione, ma l’Organizzazione regionale ha superato quella internazionale in materia di interventi in Africa Occidentale. Le Nazioni Unite hanno tuttavia giocato un ruolo importante soprattutto nel processo di costruzione della pace dopo il termine delle ostilità. In questo si sono rivelate complementari all’ECOWAS, la quale si è mostrata carente sotto quest’aspetto. Così le missioni ONU seguirono quasi cronologicamente a quelle dell’ECOWAS, monitorando per esempio l’osservanza di un accordo di pace o la preparazione delle elezioni. Nel 2000 l’UNASMIL sostituì l’ECOMOG in Sierra Leone, UNMIL sostituì l’ECOMIL al termine della seconda guerra civile liberiana e l’UNOCI sostituì l’ECOMICI nel 2003 in Costa d’Avorio.

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I Presidenti di Gambia, Togo, Sierra Leone e Guinea presenziano ad un summit ECOWAS, il 27 febbraio 2013

ORIGINI E POLITICA DI ECOWAS – Creata nel 1975 con lo scopo di promuovere la cooperazione economica in Africa occidentale, l’ECOWAS rappresenta una delle forme più ambiziose di integrazione regionale, e ciò nonostante il passato coloniale dei Paesi che compongono la regione. A poco più di un decennio dalla loro indipendenza, un gruppo di Stati, ancora ben lontani da minimi standard democratici e di sviluppo, si è dotato di un ambizioso meccanismo di sicurezza che ha realizzato operazioni militari di successo. Un’analisi del peacekeeping ECOWAS aiuterà a comprendere i fattori di questo successo quasi inaspettato, viste le difficoltà riscontrate dall’ONU nello stesso campo.

La copertina del nostro caso-studio completo, scaricabile al link sottostante.
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Oltre alle motivazioni umanitarie, le ragioni dietro a questa forte volontà politica sono sia interne sia legate alle dinamiche politiche e di sicurezza nel continente. Spicca l’importanza attribuita alla pace e sicurezza per lo sviluppo economico della regione, considerate priorità comuni a tutti gli Stati membri, per la maggior parte neo-democrazie o Stati autoritari minacciati dall’instabilità politica. Tale consenso, assieme alla volontà di intervento della Nigeria, l’aspirante egemone regionale, contribuirono a superare la tradizionale divisione tra Paesi francofoni e anglofoni, dovuta al passato coloniale della regione.
In un contesto perlopiù tralasciato dalla comunità internazionale al termine della Guerra Fredda e ben lontano dal cosiddetto “Asse del male” all’inizio del nuovo millennio, gli Stati dell’Africa occidentale capirono che non potevano contare su un aiuto esterno per risolvere i problemi di sicurezza e governance della regione. Benché alcuni Stati occidentali siano intervenuti, come la Gran Bretagna in Sierra Leone nel 2000 e il Portogallo assicurando supporto logistico in Guinea Bissau, essi hanno giocato un ruolo secondario nel meccanismo di sicurezza regionale che si sta ancora evolvendo. Da alcuni anni l’ECOWAS sta tentando di aumentare le proprie capacità di prevenzione e peacebuilding, ma l’operazione in Mali ha confermato ancora la separazione tra le funzioni portate avanti dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione regionale.
Oggi, circa 25 anni dopo il lancio dalla prima missione ECOMOG, possiamo vedere come la regione abbia tracciato la propria via verso lo sviluppo, aprendo allo stesso tempo nuove prospettive di cooperazione tra l’ONU e le Organizzazioni regionali. Una cooperazione non scontata che assume talvolta connotati di competizione, e che induce a chiedersi come influenzerà i loro rispettivi ruoli nella pace e sicurezza in Africa occidentale.

Dorothy Sabet

Lo studio completo può essere scaricato qui gratuitamente, compilando il form con la tua e-mail. Questo paper inaugura la serie I Quaderni del Caffè, brief papers dedicati ai casi-studio. In particolare, il progetto editoriale dell’autrice segue la borsa di studio da lei conseguita per la partecipazione alla summer school Engaging Conflict, tenutasi a Torino dal 7 al 18 luglio 2014, supportata da Il Caffè Geopolitico.

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[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

L’Africa occidentale ha una popolazione di circa 300 milioni di persone e, nonostante presenti una crescita annuale del PIL del 6% circa, la metà di esse vive al di sotto della soglia di povertà. Si tratta quindi di una regione con molte potenzialità e contraddizioni che presenta un panorama politico, geografico e culturale molto variegato. L’agricoltura rappresenta più di un terzo del PIL, pur richiedendo il 60% della forza lavoro e, secondo le stime, il tasso demografico crescerà del 100% tra il 2010 e il 2050. L’insicurezza alimentare è quindi un problema presente nella regione in quanto, nonostante goda di abbondanti fiumi che procurano accesso all’acqua, l’agricoltura rimane principalmente tradizionale e irrigata dalle piogge stagionali.
I Paesi che compongono l’Africa Occidentale appartengono a zone geografiche diverse e sono tutt’altro che omogenee in termini di clima, paesaggio e vegetazione. Mali, Burkina Faso, Senegal e Niger si trovano nel Sahel, una fascia climatica a metà tra l’area arida del deserto del Sahara e quella della savana sudanese, più fertile e meno affetta dalla desertificazione. Il resto dei Paesi è distribuito nella regione del golfo di Guinea, caratterizzato da clima equatoriale e ricchezza di idrocarburi.

Video – Conferenza del Woodrow Wilson Center sul ruolo dell’ECOWAS per l’integrazione economica dell’Africa occidentale

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Foto: US Army Africa

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Dorothy Sabet

Laureanda magistrale in Scienze Internazionali a Torino, ho conseguito una laurea triennale ed un master a Sciences Po Bordeaux nell’ambito di un programma binazionale. A partire dalla redazione della mia tesi triennale sulla riforma del Consiglio di Sicurezza, mi sono orientata verso l’universo delle Nazioni Unite dove ho effettuato due tirocini nell’ambito del crimine e della giustizia internazionali e dei diritti umani. La mia tesi magistrale riguarda il Peacekeeping e la protezione dei Diritti Umani. Credente nelle immense potenzialità latenti nell’ONU, sono anche consapevole delle sue gravi mancanze nell’affrontare le sfide di un ordine internazionale in declino.

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