Puoi leggerlo in 4 min.

In Messico diventa finalmente operativa la riforma energetica varata a dicembre dello scorso anno e fortemente voluta dal presidente Enrique Peña Nieto. Un cambio di passo che consentirà a nuovi operatori, sia locali che stranieri, l’ingresso nel mercato messicano dell’energia, mettendo fine al monopolio della Pemex. Si prospettano grandi vantaggi economici, ma anche il rischio di perdere il controllo sulle ricchissime risorse del Paese. 

reforma constitucional mexico foto
La presentazione della riforma energetica nel 2013

LA RIFORMA – Con la promulgazione delle leggi di attuazione il Governo messicano inaugura il nuovo corso della politica energetica del Paese, all’interno dell’ambizioso programma di riforme lanciato da poco più di un anno. La definizione dei cambi legislativi e regolatori consentiranno l’ingresso di nuovi operatori nel mercato. Termina così il monopolio della compagnia petrolifera di stato Pemex, che gestisce il settore degli idrocarburi in via esclusiva dal 1938. Le aziende pubbliche e private, infatti, potranno operare in un regime di libera concorrenza e partecipare ai diversi segmenti del settore attraverso la stipulazione di contratti profit-sharing. Investimenti privati saranno attesi nelle diverse fasi d’individuazione, estrazione, raffinazione e distribuzione di petrolio e gas, mentre rimane esclusa la vendita al dettaglio. Il Messico cerca di soddisfare il bisogno di un clima di competizione economica, di attrazione di capitali e competenze che garantiranno sia efficienza nel settore, sia sviluppo, soprattutto economico, per il Paese. Non di secondaria importanza è la modernizzazione del settore elettrico prevista dalla riforma: anche in questo caso enti privati potranno supportare la produzione al fine di garantire una maggiore offerta di elettricità a minor costo.

OBIETTIVI – La strategia adottata mira essenzialmente a ottenere investimenti privati, dai quali ci si aspettano molteplici benefici. In particolare il Messico potrà assicurarsi una maggiore produzione di gas e petrolio, rispettivamente del 40% e 20%, che oltre a ridurre i prezzi al consumo porterà vantaggi per la crescita economica. Se la riforma sarà attuata correttamente, secondo stime del Governo il PIL crescerà di un punto percentuale in più nel 2018 e due nel 2025, rispetto a quanto previsto finora. Le aziende straniere non porteranno solamente un enorme flusso di denaro, bensì anche la tecnologia necessaria per modernizzare la compagnia nazionale in settori specifici in cui trova difficoltà a operare. La promessa è trasformare Pemex in una delle maggiori compagnie mondiali, che allo stato attuale, a causa di diversi fattori come il calo della produzione, i debiti e i diversi scandali di corruzione, sembra navigare in cattive acque. Altro obiettivo è ridurre le tariffe dell’energia elettrica grazie alla partecipazione di enti privati, pur mantenendo sotto il controllo dello Stato il Sistema elettrico nazionale e la rete di trasmissione e distribuzione. Il Messico tenta di avviare un percorso di sviluppo differente da quello osservato negli ultimi decenni, un cambiamento di portata storica per l’economia messicana, da cui ci si attende la creazione di posti di lavoro e la riduzione dei costi energetici per le imprese e le famiglie, con un aumento del benessere dei cittadini.

reforma constitucional mexico foto
La Pemex, compagnia petrolifera di stato messicana

INVESTIMENTI – Il punto cruciale dell’emendamento costituzionale è la concorrenza tra aziende private e di Stato. Nonostante l’opposizione di sinistra stenti a crederci, lo Stato manterrà la proprietà degli idrocarburi nel sottosuolo attraverso la Petroli messicani (Pemex) e la Commissione federale dell’elettricità (CFE). Il vero motore della riforma, però, rimane l’attrazione d’investimenti esteri. Questi dovranno intervenire per colmare il gap tecnologico e d’infrastrutture della Pemex in alcuni settori, tra cui quello delle esplorazioni in acque profonde, ma anche nel settore dell’estrazione di gas e petrolio dalle rocce di scisto e in quello dei pozzi maturi. La Pemex, oltre a non avere gli strumenti necessari all’estrazione, non è in grado di assicurare adeguate quantità di prodotti raffinati, costringendo il Paese a importare il 33% del gas consumato e il 49% di benzina e diesel. Quale sarà il flusso di denaro che il settore energetico sarà in grado di attrarre e soprattutto dove? Ernesto Marcos, economista ed ex direttore finanziario della Pemex ha azzardato alcune ipotesi. Secondo le sue stime il Messico può contare su un totale di 161 miliardi di dollari provenienti da investimenti privati ​​entro il 2020. Il flusso di denaro arriverà in maniera lenta e graduale, considerato che l’estrazione in acque profonde, i problemi legati alla sicurezza del Golfo del Messico e la carenza di infrastrutture rallenteranno l’attività estrattiva, mentre in un primo momento saranno concentrati verso i pozzi maturi e la rete di gasdotti. Ci si attende anche una drastica riduzione della corruzione, che da decenni caratterizza le relazioni economiche e politiche dalla Pemex, ma il gioco di potere che ruota intorno al mercato energetico difficilmente lascia presagire un immediato cambio di rotta.

CONTRO – Messa in questo modo, la questione sembra andare a esclusivo vantaggio dell’economia messicana: analoghe esperienze di liberalizzazione del settore energetico, come in Brasile e in Colombia, indicano un effetto moltiplicatore dell’investimento supplementare con un rapporto di almeno uno a uno sul PIL. Vi sono però opinioni di analisti che non convergono con gli obiettivi e le attese del Governo messicano. Tra questi l’esperto di geopolitica Alfredo Jalife Rame, che ha osservato come in realtà la Pemex non versi così in cattiva salute come fatto intendere dai suoi dirigenti. Il crollo della produttività, sceso da 3,5 milioni di barili al giorno a 2,9, in realtà non è un dato allarmante considerate le enormi riserve del Messico. Secondo Jalife Rame le difficoltà di accesso alle acque profonde possono essere ovviate con una politica d’investimento dello Stato in know-how e tecnologia. Affidando tutto alle compagnie straniere il rischio è di mettere nelle loro mani le risorse messicane, concedendo loro un maggior controllo politico ed economico sul territorio. Il timore, così come la critica proveniente dall’opposizione politica, è che la riforma sia un compromesso tra il presidente Enrique Peña Nieto e imprese e Governi stranieri. Anche altri analisti ritengono che la riforma energetica risponda in qualche modo agli interessi degli Stati Uniti, i quali, facendo leva sul Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico (in vigore dal 1994), cercano di controllare le ingenti riserve dei propri vicini. Uno strumento attraverso cui gli USA e le compagnie petrolifere americane potrebbero cercare di arginare l’ondata di sinistra e contenere il nuovo blocco sudamericano creatosi attraverso processi d’integrazione – Mercosur, Unasur, CELAC, ALBA – nei quali il ruolo delle risorse energetiche è fondamentale per la rinascita della regione e la collocazione sullo scacchiere internazionale. Gli Stati Uniti avrebbero l’interesse a mantenere il controllo sul “cortile di casa”, strategico per la penetrazione nel subcontinente, oltre che per contenere l’avanzata economica cinese e l’ondata migratoria. Infatti nonostante la crescita economica (per la verità negli ultimi anni non più così brillante), il Messico è ancora caratterizzato da alti tassi di violenza e diseguaglianza sociale e la povertà diminuisce molto lentamente.

Annalisa Belforte

[box type=”shadow” align=”alignleft” ]

Un chicco in più

Tra i vari progetti messi in campo dagli Stati Uniti per esercitare una maggiore influenza nel continente americano vi è l’ALCA (Area di libero commercio delle Americhe). Nata nel 1994, la sua finalità era creare una zona d’integrazione economica dell’intero continente, dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Il progetto però non ha mai preso piede: l’ondata progressista sud-americana ha opposto dopo breve una forte resistenza all’integrazione economica, consapevole del fatto che essa fosse una leva di dominio statunitense. Il tavolo delle trattative è saltato in maniera definitiva per decisione dei Paesi membri del Mercosur più il Venezuela durante il vertice del Mar del Plata. [/box]

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

3 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome