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A novembre si terranno le elezioni per il rinnovo del Congresso statunitense: con l’apprezzamento del Parlamento e del presidente Obama ai minimi storici, riusciranno repubblicani e democratici a portare la gente alle urne? Come cambieranno le maggioranze al Senato e alla Camera dei Rappresentanti?

MIDTERM – Le elezioni parziali statunitensi, note anche come midterm elections, si svolgono ogni due anni, giusto alla metà del mandato sia del Presidente, sia del Congresso, in modo da eleggere o rieleggere, a seconda dei casi, 34 governatori degli Stati, 33 o 34 dei 100 membri del Senato e tutti i 435 rappresentanti alla Camera. Mentre ogni Stato è rappresentato da due senatori, i parlamentari della Camera sono eletti in base alla popolazione degli Stati: maggiori gli abitanti, maggiore il numero di deputati scelti. La California, per esempio, con i suoi 39 milioni di abitanti, elegge 53 deputati, mentre Alaska, Delaware, Montana, North e South Dakota e Vermont uno soltanto.

Risultati delle elezioni generali del 2012. In rosso gli Stati repubblicani, in blu quelli democratici
Risultati delle elezioni generali del 2012. In rosso gli Stati repubblicani, in blu quelli democratici

LE RECENTI ELEZIONI – Quando Obama venne eletto Presidente degli USA nel 2008, il suo Partito democratico ebbe anche il controllo della Camera, con un totale di 275 deputati, contro i 178 dei repubblicani, mantenendo la maggioranza assoluta già ottenuta sin dalle elezioni parziali del 2006. Tuttavia, i democratici non riuscirono a ripetersi nel 2010 (193 a 242) e nel 2012 (201 ai 234). Da allora la Camera è in mano al Grand Old Party repubblicano. La sconfitta dei democratici in quelle midterm ha coinciso in particolare con le difficoltà riscontrate dall’economia a stelle e strisce, con un tasso di disoccupazione che aveva toccato il 9,9% nel 2010, nonché con la disillusione dell’opinione pubblica statunitense per la gestione dell’Amministrazione Obama sia degli affari interni, che della politica estera. A gravare, in particolare, la percezione della fine del primato americano nel mondo, l’emergere della Cina, la rinascita della Russia di Putin e l’azione in risposta a vicende quali la Primavera araba, la guerra in Siria e l’uccisione dell’ambasciatore statunitense a Bengasi, poco prima delle elezioni generali del 2012. Insomma, non fosse stato per il Senato, dove il partito democratico conserva la maggioranza sui repubblicani, il presidente Obama si sarebbe trovato privo di ogni sostegno istituzionale per portare avanti le promesse fatte sotto gli slogan «Yes We Can» e «Forward».

QUALE STRATEGIA PER OBAMA? – Per le midterm di quest’anno, il 4 novembre, oltre a trentotto posti da governatore, sono in ballo anche trentasei sedie da riempire nel Senato, oltre ai 435 scranni della Camera. Partendo con una maggioranza di 55 a 45, pare che i democratici possano ottenere 21 senatori. Tuttavia, ci sono dieci Stati che, secondo la CNN, potrebbero essere contrassegnati in rosso (il colore dei repubblicani), cioè Alaska, Arkansas, Colorado, Iowa, Louisiana, North Carolina, New Hampshire, Michigan, Virginia e West Virginia, da sommarsi a Montana e South Dakota. Oltre al recupero della maggioranza alla Camera, Obama e il suo partito puntano anche alla conservazione del controllo del Senato.
Per Obama non è quindi facile elaborare una vera e propria strategia per la conquista dell’intero Congresso, come avvenuto tra 2008 e 2010. Per di più, in alcuni casi i candidati democratici evitano accuratamente di essere accostati al Presidente, soprattutto negli Stati conservatori come Kentucky e Texas. In Kentucky, per esempio, la candidata democratica Alison Grimes, che sfiderà il leader dei repubblicani al Senato, ha recentemente dichiarato in un video messaggio «Io non sono Barack Obama», con riferimento alla diversa visione sul controllo delle armi. In Texas, invece, la cosiddetta rising star democratica Wendy Davis, candidata a governatrice, nonostante sia considerata in svantaggio da un sondaggio per CBS e New York Times di Yougov rispetto al repubblicano Greg Abbott (36% a 54%), si rifiuta di accettare ogni sostegno da Obama. Detto ciò, la strategia del Presidente pare proprio essere l’assenza di strategia. In altre parole, lasciar fare a ogni candidato ciò che vuole, soprattutto negli Stati a maggioranza repubblicana.

La first lady Michelle Obama
La first lady Michelle Obama

IL RUOLO IMPRESCINDIBILE DI MICHELLE – Le questioni politiche per le quali i candidati del Partito democratico tendono spesso al distacco completo dal Presidente sono diverse, a cominciare dal controverso piano di Obama per il controllo delle armi, approvato a New York (dove è stato adottato a gennaio il NY Safe Act, che applica alcune restrizioni), ma contrastato in Texas e Virginia, laddove la lobby della National Rifle Association è vigorosa. Allo stesso modo, il basso tasso d’approvazione di Obama costituisce un problema per i candidati che, invece, lo vorrebbero accanto per dare risalto alle loro proposte sia al Congresso, sia negli Stati. Da parte sua, Hillary Clinton, che gode dell’ampio sostegno dell’opinione americana anche in vista dell’elezione generale del 2016, ha sostenuto la campagna dell’attuale governatore della Virginia, Terry McAuliffe, in carica da gennaio 2014. Se da un lato, con il gradimento intorno al 40%, Obama pare non avere un buon margine di manovra, dall’altro lato il Presidente ha comunque in mano una risorsa che potrà svolgere un ruolo da game changer factor, la first lady Michelle Obama, che vanta un apprezzamento record da parte del pubblico americano, donna dal carisma indiscutibile, nonché ottima oratrice e promotrice di programmi per la salute dei bimbi e delle famiglie USA. Mentre c’è chi specula che Michelle si starebbe già preparando per succedere a Hillary Clinton nel dopo-2016, presentandosi come candidata a senatrice nello Stato dell’Illinois, la first lady è la persona adatta per parlare al cuore delle donne americane, poiché, ancora secondo la CNN, saranno loro che potranno decidere le sorti di tanti canditati al Congresso, dato che votano democratico per ben il 52%, contro il 41% degli uomini.

UN VOTO CRUCIALE PER LE RIFORME – Le prime midterm dopo lo scandalo NSA saranno davvero uno spartiacque sia per la politica estera in generale – ulteriori misure contro l’ISIL dovranno essere approvate dal nuovo Congresso, – sia per ciò che resterà dell’Amministrazione Obama. Dalla riforma delle armi, alla sistemazione del dipartimento per gli Affari dei veterani, recentemente colpito da uno scandalo che ha portato alle dimissioni del segretario Eric Shinseki, passando per la riforma della giustizia e per il nodo cruciale delle leggi sull’immigrazione. Dopo un voto in Senato del giugno 2013, infatti, il testo bipartisan per la riforma sull’immigrazione è stato bloccato alla Camera, mossa che ha costretto Obama a prendere in considerazione un executive order nel caso in cui la Camera stessa non prendesse atto dell’iter. Stimando in circa dieci milioni, a maggioranza latinoamericani, le persone che ne trarrebbero un vantaggio immediato, il presidente Obama ha rimandato l’ipotesi dell’executive order a dopo le midterm, una mossa politica in attesa che la nuova maggioranza democratica al Congresso abbia un buon distacco dalla compagine repubblicana. Tra riforme interne e sfide in politica estera, il Congresso che uscirà da queste midterm impartirà la forma finale al mandato del primo Presidente afroamericano del mondo libero.

Issau Quintas Agostinho

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Issau Quintas Agostinho

In pellegrinaggio per il mondo dall’Angola, ho svolto un’esperienza Erasmus Mundus a Roma, dove mi sono laureato in Relazioni Internazionali e Studi europei presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza”, con una tesi sulla democratizzazione del mio Paese d’origine. La  passione verso la geopolitica, la sociologia delle Relazioni internazionali, la politica internazionale, gli USA, il diritto dell’Unione Europea e i corsi e ricorsi della democratizzazione in Africa mi hanno portato a iscrivermi al Dottorato di ricerca in Studi politici e Storia delle Relazioni internazionali della “Sapienza”, con il solo scopo di mettere a confronto la mia capacità di fare nelle vicende accademiche internazionali. Collaboro anche con alcuni giornali angolani.

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