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Piattaforma mobile per l'HQ-9 cinese

Turchia, il dibattito sulla difesa missilistica antiaerea

Miscela Strategica – Ha suscitato un vivace dibattito la decisione iniziale della Turchia di dotarsi di un sistema missilistico di difesa antiaerea di concezione cinese. Dopo le reazioni e le proteste da parte degli Stati Uniti e della NATO sembra che ora Ankara abbia cambiato idea.

UNA POSIZIONE STRATEGICA – Sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Turchia è stata protagonista delle questioni strategiche dello scacchiere europeo. Da quando ha aderito alla NATO nel 1952, il Paese si è trovato in posizione avanzata sia per quanto concerne il Mar Nero, grazie al controllo degli stretti strategici del Bosforo e dei Dardanelli, sia per il teatro mediorientale (il Paese confina con Siria, Iraq e Iran). La Turchia ha sempre dedicato una notevole attenzione alle proprie Forze Armate, dotandole di mezzi moderni e sfruttando al massimo gli Stanag (Standardization Agreement – Accordo per la standardizzazione) sui sistemi d’arma e le produzioni in loco di questi ultimi.

SCHIERAMENTI DEI PATRIOT – Nel corso di numerose crisi internazionali nell’area, la Turchia ha richiesto, e ottenuto, lo schieramento di batterie di missili Patriot statunitensi come ausilio per la protezione del territorio da attacchi aerei e missilistici. L’ultimo di questi casi si è verificato dopo lo sconfinamento di alcuni caccia siriani che hanno colpito posizioni all’interno del confine turco. La richiesta dello schieramento dei Patriot è sempre stata accordata nonostante il Governo di Recep Tayyip Erdoğan (in passato come Primo Ministro, ora come Presidente della Repubblica) abbia spesso negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi militari per operazioni militari dirette (per esempio contro l’Iraq di Saddam Hussein e contro lo Stato islamico). Lo schieramento di difese missilistiche in territorio turco è funzionale, per la NATO e per Washington, alla protezione dell’Europa da eventuali futuri lanci di missili balistici da parte dell’Iran.

UN PROPRIO SISTEMA DI DIFESA – Ankara ha deciso di dotarsi di un proprio sistema di difesa missilistica antiaerea e antimissile, per non dipendere dai Patriot USA e per dare alle proprie industrie la possibilità di costruirne i componenti, seppur su licenza straniera. Quest’ultimo è stato uno dei requisiti principali del bando per il procurement, assieme al tetto massimo di 4 miliardi di dollari di budget e agli aspetti riguardanti le prestazioni. Alla gara d’appalto hanno aderito in tre: il consorzio Lockheed Martin/Raytheon con il Patriot PAC-3, la cinese China Precision Machinery Import-Export Corporation (CPMIEC) con il suo HQ-9 e il consorzio Eurosam con il SAMP/T. Inizialmente (settembre 2013), la Turchia era orientata alla scelta del sistema cinese, poiché rispondeva a tutti i requisiti del bando, ovvero possibilità di trasferimenti tecnologici e produzione su licenza in loco, costo totale di 3,4 miliardi di dollari (inferiore ai 4 miliardi di tetto massimo) e prestazioni adeguate alle esigenze di difesa turche. Inoltre, Ankara aveva subito escluso l’acquisizione del Patriot, poiché da un lato il suo costo eccedeva il budget massimo stanziato, dall’altro c’era la necessità dell’approvazione preliminare del Congresso USA all’esportazione del sistema. Alcuni precedenti, poi, non giocavano a favore degli Stati Uniti, come l’esitazione nel vendere e nel consegnare ad Ankara gli aerei AEW&C (Airborne Early Warning and Control – Sistema aereo per l’allarme lontano e il controllo). Per la Cina, vendere l’HQ-9 alla Turchia costituirebbe il più ingente contratto d’esportazione della Difesa e il primo in assoluto nell’area NATO.

Il premier turco Erdogan incontra il presidente cinese Xi Jinping

IL SISTEMA HQ-9 – Sviluppato dalla Cina, l’HQ-9 (abbreviazione di Hongqi-9) è in grado di inseguire e intercettare aerei, missili da crociera, missili aria-terra e missili balistici tattici (a medio-corto raggio). Il sistema, i cui studio e sviluppo sono cominciati nei primi anni Novanta, incorpora tecnologie cinesi, dell’S300 russo e addirittura del Patriot USA. Questo grazie all’acquisto di diversi S-300 da Mosca e, secondo alcune fonti, a un Patriot arrivato in Cina via Israele. A confermare il sospetto dell’utilizzo di tecnologie statunitensi vi è il sistema di tracciamento e guida dell’HQ-9 verso il bersaglio, “molto simile” a quello del missile USA nella versione PAC-2. Il raggio utile massimo del sistema è di circa 200 chilometri.

LA REAZIONE DEI PAESI NATO – L’iniziale decisione turca di acquisire l’HQ-9 cinese ha scatenato diverse reazioni di preoccupazione nei Paesi della NATO. Le questioni sollevate riguardano i problemi d’integrazione del sistema cinese nella catena di comando e controllo dell’Alleanza (specialmente per il sistema di riconoscimento amico/nemico – IFF, Identification Friend or Foe) e le implicazioni dell’accesso della Cina a conoscenze concernenti il funzionamento del sistema di difesa antiaerea e antimissile NATO. L’azienda CPMIEC ha inoltre subìto sanzioni da parte del dipartimento di Stato USA poiché ritenuta responsabile di politiche di proliferazione. Approvando il National Defense Authorization Act del 2014, Washington è andata oltre, inserendo una norma che impedisce l’uso dei propri fondi nella NATO (decisivi per il funzionamento della stessa) per integrare l’HQ-9 nel sistema di difesa dell’alleanza. Le misure degli USA e le proteste della NATO hanno portato il Governo turco a rinviare più volte la scelta definitiva sul sistema da acquisire, dando tempo a Lockheed Martin/Raytheon e Eurosam di riorganizzarsi.

Missile Patriot in fase di lancio.

LA TURCHIA CAMBIA IDEA – Il sintomo del cambiamento di rotta da parte del Governo turco è stata la rimozione, nel marzo 2014, del sottosegretario per l’Industria della Difesa Murad Bayar, principale sostenitore dell’iniziativa di acquisizione del sistema cinese. Il consorzio Lockheed Martin/Raytheon non ha sostanzialmente modificato la sua offerta iniziale per il Patriot PAC-3, lasciandola sopra i 4 miliardi di dollari e con poche garanzie di trasferimenti tecnologici. Eurosam ha invece colto l’occasione, abbassando il costo del SAMP/T e portandolo ai livelli della proposta della CPMIEC. Erdoğan ha giustificato i colloqui con Eurosam sulla base di una modifica dell’offerta cinese, che avrebbe ridotto notevolmente la disponibilità alla produzione in loco del sistema e ai trasferimenti tecnologici e d’informazioni. Secondo la Reuters, il neo Presidente della Repubblica turca avrebbe così dichiarato alla fine del vertice NATO dell’8 settembre scorso: «Sono emersi dei disaccordi con la Cina riguardo alle questioni della fabbricazione congiunta e dei trasferimenti tecnologici durante i negoziati per il sistema di difesa missilistica». In conclusione, allo stato attuale, Eurosam sembra essere il favorito nella gara per il procurement turco, con la Cina in secondo piano e Washington praticamente fuori dai giochi.

Emiliano Battisti

Un chicco in più

Gli Stanag della NATO sono accordi che definiscono processi, procedure, termini e condizioni comuni per tecniche ed equipaggiamenti militari tra gli Stati membri dell’Alleanza. Ciascun Paese che li ratifica deve poi implementarli presso le proprie Forze Armate. Gli scopi principali sono: uniformare la logistica (in modo tale che un’unità di un membro NATO possa utilizzare i depositi e i rifornimenti di qualsiasi altro membro) e facilitare l’interoperabilità tra i sistemi. Gli Stanag sono poco meno di 1.300 e sono redatti in lingua inglese e francese.

 

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