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L’esercizio dell’influenza e del soft power è multiforme, investe la dimensione culturale come quella linguistica, quella tecnologica come quella artistica. Perfino i modelli architettonici, l’intero processo di urbanizzazione, l’organizzazione materiale dello spazio, delle reti e delle strutture, sono assoggettati alla manipolazione territoriale indotta da questa particolare forma del potere, poco manifesta eppure decisiva. Ecco come Pechino sta cercando di imporre il suo dominio nel piccolo, ma importante Laos

 

VIENTIANE, NUOVA CHINATOWN – Vientiane, l’antica capitale del Laos, è un efficace esempio chiarificatore dell’influenza che il potere esercita sull’architettura, quindi della relazione interagente tra politica ed estetica. Se fino a qualche decennio fa a Chantabuli, nel centro della città, si poteva riconoscere senza alcuno sforzo di immaginazione l’impronta architettonica coloniale francese, ora nella periferia nord-orientale di Vientiane è schierato un manipolo di escavatori, pronto a dar battaglia per piallare le basi alle fondamenta della nuova grande Chinatown del Sud Est Asiatico. Piani di sviluppo, joint–ventures, una miriade di progetti assegnati in concessione per 50 anni alla Suzhou Industrial Park Overseas Investment Co e ad un partner laotiano (quota del 5%), sono stati siglati dal governo di Vientiane e da quello di Pechino per lo sviluppo della città e l’urbanizzazione di 1640 ettari di territorio attraverso la costruzione di unità industriali, residenze e abitazioni, negozi e impianti sportivi. La costruzione della “nuova Vientiane”, ricalcata sulle grandi metropoli cinesi, ha sollevato molti interrogativi e destato malumori tra la popolazione laotiana, che non nasconde le diffidenze rispetto all’attuale processo di sinizzazione nel Paese e al nuovo sodalizio strategico sino-laotiano.

 

SINIZZAZIONE DEL LAOS – Le autorità di Vientiane rigettano le accuse di chi sostiene che l’esistenza di una Chinatown laotiana è funzionale agli interessi di Pechino di popolamento della città, mirati a favorire la migrazione cinese e rinforzare la propria influenza politica nel Paese. Non si possono però negare i dati ufficiali resi pubblici dal governo che confermano l’immigrazione di almeno 30000 cinesi nel Laos (o dieci volte tanto, come sembrano indicare i dati effettivi), impiegati nelle numerose opere pubbliche che stanno ricostruendo un volto nuovo alla nazione, ad immagine e somiglianza della Cina. A Boten, una cittadina al confine sino-laotiano, i cinesi non solo hanno edificato il terzo centro commerciale più grande nel Laos, il Lao-Friendship Center, ma hanno anche inaugurato campi da golf, casinò, residenze di lusso, hanno aperto catene di negozi e li hanno forniti interamente di prodotti “made in China”. La città è stata trasformata in una sorta di zona economica speciale, essendo stata concessa nel 2002 dal governo con regolare contratto di locazione ad una società cinese per 30 anni, rinnovabile per altri 60, così i suoi abitanti autoctoni sono stati costretti a migrare verso una baraccopoli eretta lungo il confine.

 

CHINESE CARD – “L’apertura e l’integrazione regionale  sono molto meglio che la guerra fredda che in passato ci è stata imposta da qualche potere”, così ha esordito Yong Chanthalangsy, il portavoce del governo laotiano. Giocare la Chinese card” è l’obiettivo strategico del Laos per conquistare un posto al sole nello scacchiere asiatico, stimolare la crescita interna e rinsaldare le relazioni con la potenza economica in ascesa, che si erano indebolite negli anni 1975-1988 favorendo l’influenza vietnamita nel Paese.

 

GEOPOLITICA DEL LIMES SINO-LAOTIANO – La geopolitica dei confini del Laos, stretto tra Cina, Vietnam, Thailandia, Myanmar e Cambogia, è il nodo sostanziale del suo valore geostrategico. Il profilo morfologico del suo territorio, montuoso e aspro, e la presenza di ingenti risorse naturali e di fiumi navigabili, come il Mekong che lo attraversa per 1898 Km, hanno per secoli motivato la competizione tra vietnamiti, cambogiani e thailandesi per l’egemonia su quelle terre. Dal 1986, quando il governo di Vientiane iniziò a riavvicinarsi a Pechino, tessendo una nuova tela di relazioni diplomatiche, il Laos ha iniziato ad allontanarsi dal modello politico e culturale vietnamita, al quale il Pathet Lao e la Repubblica Democratica del Laos si erano conformati, per adottare quello economico cinese.

 

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LAOS, STRATEGIC LAND-BRIDGE – Per rilanciare l’economia laotiana, incrementare lo sviluppo industriale, i livelli di occupazione e la qualità della vita, il governo di Vientiane mira a trasformare il paese in un strategic land-bridge, un corridoio di comunicazione terrestre, tra la Cina e il Sud-Est Asiatico, superando il limite della mancanza di uno sbocco sul mare potenziando il suo ruolo di “land-linked”, ovvero l’essere collegata via terra.

 

COOPERAZIONE ECONOMICA – Il pragmatismo politico di Pechino ha notevolmente giovato al rafforzamento delle relazioni bilaterali sino-laotiane: nel 1997, quando le tigri asiatiche arrancavano per contenere gli effetti della gravosa crisi finanziaria, la Cina ha astutamente ristabilito gli accordi commerciali con il Laos ed altri partners in difficoltà, e concesso aiuti ed ingenti investimenti per lo sviluppo infrastrutturale ed economico. Dalla prima visita ufficiale di Jiang Zemin nel 2000 la cooperazione tra i due Paesi ha fatto passi da gigante e nei prossimi anni il commercio bilaterale si prepara a raggiungere i 1000 miliardi di dollari.

 

La Cina è divenuta in poco tempo il maggior investitore nel Laos, rubando il primato a thailandesi e vietnamiti, e ampliando la sfera di interesse dal settore manifatturiero a quello agricolo, idroelettrico e minerario. È la cooperazione economica e nel settore energetico a fare gola a Pechino e a sollevare i malumori degli altri partners sud-orientali. Durante il vertice che nel 2008 ha riunito i membri della Greater Mekong Subregion, Cina (Guanxi e Yunnan), Myanmar, Laos, Cambogia, Thailandia e Vietnam, i due Paesi hanno stipulato sette accordi esclusivi che hanno esteso la cooperazione all’ambito militare e alla sicurezza, alla formazione del personale tecnico e di intelligence, e hanno assicurato al Laos le esportazioni del know-how tecnologico. Pechino ha offerto 100 milioni di dollari per l’invio di velivoli militari per la Lao Aviation. L’inaugurazione della prima borsa laotiana, la Lao Securities Exchange, ci appare come una nota stonata nel Paese più povero dell’Asia dove ancora il 74% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e solo il 68,7% può dirsi alfabetizzata. Tuttavia, ai detrattori che stigmatizzano la nuova partnership sino-laotiana ed evidenziano l’asimmetria di interessi, l’univocità dei benefici godibili e lo sfruttamento della debolezza del Laos ad opera della Cina, non resta che sottolineare come anche grazie a questo sodalizio il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo del Paese sia incrementato dal 5,5% nel 2003 al 7,8% nel 2011. Il Laos è ora un po’ più cinese e un po’ meno povero.

 

M.Dolores Cabras

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Redazione

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