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Le recensioni del Caffè – Nel dicembre del 1938, Pearl S. Buck divenne la prima donna americana a vincere il premio Nobel per la letteratura. L’essere pressoché ignorata dalla critica in terra natia, non le impedì durante la sua lunga carriera di aggiudicarsi numerosi riconoscimenti tra cui un premio Pulitzer e la medaglia dell’American Academy of Arts and Letters.

Attiva nel campo dei diritti civili e in particolare per i diritti dei bambini e delle donne, Pearl S. Buck fondò la Welcome House, la prima agenzia internazionale di adozione interrazziale, e la Pearl S. Buck International, per agevolare l’adozione a distanza di migliaia di bambini nei Paesi asiatici.

Nata in West Virginia, trascorse metà della sua vita in Cina, dove, come lei stessa scrisse, «era cinese, parlava cinese e si comportava come una cinese». Così profondamente integrata nel Celeste Impero, sviluppò un livello di conoscenza e un amore tanto profondo verso la Cina da trasformare presto il Paese nel vero protagonista delle sue opere. Eppure il Regno di mezzo descritto da Pearl S. Buck non piacque a molti cinesi, dai quali venne accusata di metterne in risalto gli aspetti più oscuri. Sotto Mao Zedong le sue opere furono messe al bando: lei stessa venne messa al bando da Zhou Enlai, il quale firmò personalmente il documento per impedirle di far ritorno in Cina.

È forse la sua vita a cavallo tra due mondi che le ha permesso in questo romanzo di descrivere così sensibilmente la contaminazione di due culture tanto diverse, quella cinese e quella ebraica, attraverso gli occhi di una giovane serva cinese, Peony, cresciuta tra le mura della Casa degli Ezra, una famiglia ebraica stabilitasi da generazioni a Kaifeng, nella Provincia dell’Henan, dove risiede la più antica comunità ebraica in Cina. Durante il corso della narrazione Peony percepisce, senza però mai riuscire a comprenderlo, il conflitto interiore del suo giovane amato, David, e del resto della famiglia Ezra, che affrontano ciascuno a suo modo le difficoltà del conservare la propria identità ebraica e al contempo essere parte integrante della cultura dominante.

[box type=”shadow” align=”alignright” ][/box]L’autrice racconta ciò che provano le famiglie ebraiche di Kaifeng in Peony e propone il ritratto accurato delle azioni e dei sentimenti non solo della comunità ebraica in Cina, ma anche di tutte le persone appartenenti a una minoranza che sta gradualmente scomparendo da un Paese o da una cultura. Tra i due modi attraverso cui una minoranza può scomparire, l’odio e la gentilezza, Pearl Buck ci descrive il più gradevole, quello che rende l’assimilazione un processo attraente. Seppur affascinato dall’assimilazione, David cercherà con tutte le forze di abbracciare il presente senza voltare mai le spalle ai propri antenati e al proprio passato.

In Occidente, secondo il linguaggio dei fiori la peonia è simbolo di pudore e timidezza. Insieme alla rosa, è poi il simbolo dell’amore, fiore nato, secondo una leggenda, dalle lacrime versate dalla dea Diana dopo aver ucciso il suo amato Orione. Nella cultura cinese, invece, la peonia è il simbolo della primavera, dell’onore e della nobiltà. Rappresenta bellezza e prosperità, ma soprattutto, una peonia in piena fioritura rappresenta la pace.

Martina Dominici

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Martina Dominici
Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

 

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