Frammento della barriera tra Yemen e Arabia Saudita dal versante yemenita
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In questi giorni il mondo musulmano celebra l’Id al-Adha, la festa del sacrificio, momento nel quale si compie il pellegrinaggio alla Mecca. Mentre le porte degli al-Saud sono aperte per milioni di pellegrini, il Regno non cessa la sua opera, politica e fisica insieme, di fortificazione dei confini. LA BARRIERA AL CONFINE CON LO YEMEN – In un Regno sempre più sollecitato da tensioni di segno opposto, una questione recentemente tornata in primo piano è la costruzione di muri e barriere lungo i confini con lo Yemen e con l’Iraq. Già nel lontano 2003 la Monarchia avviò la costruzione di un muro lungo la frontiera con il più povero Yemen. Il confine tra i due Stati è di 1.800 chilometri e la realizzazione dei primi 75 chilometri di questa fortificazione di cemento venne poi bloccata nel febbraio 2004, allorché il Governo yemenita sostenne che fosse una violazione del trattato di Geddah del 2000. L’accordo perfezionava quello di Ta’if del 1934, che aveva già comportato per lo Yemen la perdita dell’area di Asir e Najran. Nel 2000 la novità importante, inserita per ammansire le potenti realtà tribali di confine, fu una zona cuscinetto demilitarizzata di 21 chilometri da entrambe le parti a beneficio delle popolazioni dedite all’economia pastorale. Dopo un’interruzione di quattro anni, nel 2008 il Regno riprese i lavori nel distretto di Harad, giustificando la scelta come necessaria al contenimento dell’immigrazione clandestina e dei traffici illeciti. Per quanto riguarda i migranti è necessario ricordare da un lato che solo nel 2007, anno per il quale si hanno gli ultimi dati attendibili, più di 60mila yemeniti sono stati rimpatriati, dall’altro che coloro che entrano in Arabia Saudita attraverso questo confine sono anche migliaia di somali ed eritrei.
Come mostra la carta geografica, due delle aree più contese sono da sempre Asir e Najran
Come mostra la carta geografica, due delle aree più contese sono da sempre Asir e Najran
Oltre all’immigrazione illegale, più in generale le barriere rappresentano una protezione contro la globale destabilizzazione dell’area e il progetto ha recentemente subito una spinta ulteriore dall’insorgenza dei ribelli yemeniti sciiti Houthi e dall’azione di al-Qaida nella Penisola arabica (AQAP). Sul versante yemenita, tuttavia, lo Stato non ha mai formalmente rinunciato ai propri diritti sui territori di Asir e Najran, e fino al 2008 ha sostenuto che la costruzione violasse la zona franca, sebbene l’allora governatore della provincia di Najran, Mishaal bin Saud, abbia respinto le accuse affermando che si trattasse di una semplice struttura di reti e tubi di ferro. Nel mondo la barriera più somigliante è quella tra Messico e Stati Uniti, analogamente innalzata nel deserto e presso la quale si ricorre sovente ai medesimi espedienti. Nell’ottobre 2009 Yussef al-Shihri, un leader di AQAP con trascorsi a Guantanamo, fu ucciso al confine saudita mentre cercava di attraversarlo vestito da donna. A complicare l’annosa disputa territoriale concorre inoltre il ruolo delle tribù dell’area, non solo perché animate da una fedeltà clanica che prescinde da ogni concezione statale, ma anche perché sovente strumentalizzate dai Governi nazionali. LA FORTEZZA SAUDITA – Nel 2006 l’Arabia Saudita ha poi lanciato il progetto, ripreso soltanto di recente, per una barriera di 900 chilometri al confine con l’Iraq. Una volta completata, essa dovrebbe estendersi da Hafar al-Batin, vicino al confine Iraq-Kuwait, fino alla città nordorientale di Turaif, prossima alla Giordania. Il progetto si configura come una barriera di cinque muri con torri di avvistamento, telecamere a visione notturna e radar e prevede lo stanziamento di 30mila soldati in posizione poco arretrata rispetto alle fortificazioni. IL ‘NIMBYISM’ DEGLI AL-SAUD – Tutto ciò si ricollega al dilemma dei finanziamenti ai gruppi jihadisti da parte degli Stati del Golfo, dilemma che divide gli analisti in tre categorie: chi ne è certo, chi ritiene che l’ipotesi non sia credibile e i più cauti, che per ora non si sbilanciano. Nel primo caso la costruzione dei muri costituirebbe un ennesimo esempio della politica nimby saudita (Not In My Back Yard, non nel mio cortile), che finanzia e supporta il jihad in ogni Stato all’infuori del Regno. Secondo questa ipotesi, la Monarchia sarebbe oggi un demiurgo le cui creature, l’ISIS per primo, sono ora da fermare perché divenute incontrollabili. La tesi sembrerebbe corroborata dal fatto che il principe Bandar bin Sultan, direttore dell’intelligence saudita dal 2012 al 2014, è stato rimosso a favore del ministro dell’Interno Muhammad bin Nayef, da sempre più cauto nel sostegno agli insorti in Siria e conosciuto per la campagna contro AQAP, proprio lo scorso febbraio, poco prima del pieno apogeo dell’ISIS. Altri esperti ritengono che vedere negli Stati del Golfo i finanziatori dell’ISIS sia semplicistico. Chi ritiene prematuro sbilanciarsi, infine, fa notare che l’unica certezza sia il fatto che le modalità di finanziamento dell’ISIS siano solo in parte identificabili e che la reale quantità di denaro resti difficilmente calcolabile.
La linea rossa rappresenta la barriera progettata in prossimità del confine iracheno
La linea rossa rappresenta la barriera progettata in prossimità del confine iracheno
Quel che è certo è che il Regno saudita era il principale sostenitore finanziario, militare e logistico delle milizie anti-Assad: il problema sottovalutato risiede però nel grado in cui è lecito identificare queste ultime con l’ISIS. Un ulteriore aspetto da considerare è poi la sempre più profonda scissione tra politica governativa e gran parte dell’opinione pubblica del Regno. Flussi ingenti e continui di denaro potrebbero infatti pervenire ai gruppi jihadisti da abbienti privati sauditi. Nonostante a inizio settembre re Abdullah abbia affermato la necessità di combattere l’ISIS con «forza, razionalità e velocità», alcuni imam sauditi sono stati arrestati per aver glorificato al-Qaida e l’ISIS. Oltre ai solo probabili finanziamenti, esiste il dato certo che vede 2.500 jihadisti di cittadinanza saudita impegnati all’estero, cifra che rappresenterebbe il contingente più numeroso dopo quello tunisino, con circa 3mila uomini, ma il tema del rapporto tra la presenza delle singole nazionalità e le vicende interne ai Paesi di provenienza meriterebbe una trattazione a sé stante. A prescindere dalle cicliche interruzioni dei lavori, i confini sauditi sono tra i più presidiati al mondo. Rafforzare i propri confini non esimerà però gli al-Saud da scelte difficili, attinenti per esempio ai rapporti con l’Iran, il rivale di sempre che potrebbe indirettamente costituire, viste anche le ultime dichiarazioni del presidente Rouhani a New York, un alleato provvisorio e fino a poco tempo fa inatteso nella lotta all’ISIS. Resta arduo stabilire se la politica dei muri celi una diplomazia votata al nimbyism o una saggia mossa strategica. Probabilmente entrambe le cose.

Sara Brzuszkiewicz

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più The Guardian ha curato un interessante speciale con immagini e approfondimenti su alcuni muri che dividono il mondo, molti dei quali dimenticati.[/box]  
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Sara Brzuszkiewicz

Sono nata nel 1988 e ho cominciato a conoscere il mondo molto presto grazie a due folli amanti dei viaggi, i miei genitori. Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale nel 2010 ed in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale nel 2012, sono junior researcher su Nord Africa e Medio Oriente alla Fondazione Eni Enrico Mattei e dottoranda in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano. Nutro una smisurata passione per la lingua araba, una delle più ricche al mondo, e per la cultura arabo-musulmana in tutte le sue forme: dalla storia alla cucina, dalla geopolitica alla letteratura, dall’attualità alla danza orientale. Appena ho potuto, per migliorare il mio arabo o per piacere personale, ho viaggiato tra Egitto, Marocco, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Oman. Cittadina del mondo troppo sensibile, mi lego per sempre ad ogni luogo vissuto, che poi è immancabilmente difficile lasciare.

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