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Una visione d’insieme sull’Ucraina

Miscela Strategica – La crisi internazionale che vede l’attuale processo di disgregazione dell’Ucraina è oggetto di discussione e analisi da parte di Istituzioni nazionali e internazionali, nonché delle opinioni pubbliche. Diamo anche noi una nostra visione di insieme.

A QUANDO L’INVASIONE DELL’UCRAINA? – Nel momento di maggior tensione la Russia rischierava al confine est dell’Ucraina circa 30mila uomini, appartenenti per lo più a reparti parà, motorizzati e forze speciali, con appena una pedina meccanizzata di rinforzo. La conformazione delle forze e i loro punti di rischieramento suggeriscono la possibilità di eseguire colpi di mano o trattenere una zona per un periodo limitato di tempo  potendo all’occorrenza uscire rapidamente  piuttosto che una vera invasione con obiettivo Kiev. I reparti corazzati si sono visti solo a sud nel corso della presa della Crimea, ma non hanno preso parte alle operazioni (ricordate la famosa “esercitazione” nei pressi di Krasnodar?). L’impressione generale è che i russi abbiano utilizzato gli schieramenti di forza in maniera strategica e, come abbiamo più volte scritto, lasciando comunque l’uso della forza come ultima opzione, anche se non esclusa. In particolare, lo schieramento di forze al confine, nelle prime fasi, ha permesso ai ribelli a est di organizzarsi e consolidarsi. Infatti l’esercito ucraino non è stato utilizzabile da subito nella repressione, ma è stato obbligato a tenersi in posizione per l’eventuale incursione russa. Intervenire da subito nelle province ribelli avrebbe significato sguarnire la difesa territoriale. La risposta di Kiev è stata quindi debole all’inizio e ha favorito il rafforzamento delle capacità dei ribelli. Questo è dovuto anche a un altro limite: una parte delle truppe, infatti, potrebbe non essere leale al regime in caso di confronto con la Russia. Pertanto le unità rischierate al confine sono quelle più affidabili, mentre le unità di dubbia lealtà sono state lasciate nelle loro caserme, creando insufficienza di forze. Questo significa anche mancanza di profondità di attrito, perlomeno nelle prime fasi dell’eventuale battaglia contro azioni militari di Mosca. Quando la Russia ha diminuito il proprio contingente al confine, Kiev ha potuto sganciare alcune unità per sopprimere le rivolte, e difatti i ribelli hanno avuto una notevole fase calante. A questo punto i russi, anche se non più presenti in forze (ma con contingenti comunque degni di nota), hanno cominciato a effettuare delle incursioni in territorio ucraino di scarso valore strategico, seppur sufficienti a creare una diversione e costringere nuovamente l’esercito ucraino a riprendere posizione, disimpegnando ancora una volta i ribelli.

LE TRUPPE RUSSE VISTE DA KIEV – È possibile che, dati i numeri in campo, gli ucraini non abbiano mai temuto realmente l’invasione. Il deterrente, da parte loro, non era/è dunque il rischio di invasione, bensì il contatto tra forze ucraine e russe (che sarebbero intervenute, come ora, in caso di rovesci per i ribelli), che si sarebbe risolto con molta probabilità in favore dell’asse russo-ribelle. La sconfitta delle forze ucraine sarebbe (o sarebbe stata se riferita agli eventi precedenti) altamente destabilizzante per le nuove élite al Governo  Poroshenko disse apertamente che avrebbe pacificato l’Est  e avrebbe potuto condurre a una soluzione del conflitto solo con l’Ucraina in veste di parte svantaggiata e costretta a subire le condizioni altrui, minandone il consenso alle fondamenta in un momento in cui queste non sono consolidate. Tuttavia, a ulteriore riprova della inverosimiglianza di un’invasione russa su vasta scala, basti osservare il territorio che dal confine a Kiev dovrebbe essere invaso: vasto e popolato da diversi milioni di persone non necessariamente filo-russe. Anche sommando ai russi le forze ribelli, solo qualora si fosse verificato/verificasse un fenomeno di adesione in massa alla causa ribelle da parte della popolazione (o, al limite, completa indifferenza), all’avanzare delle forze russe l’operazione sarebbe sostenibile e, soprattutto, rapida. A ogni modo, i problemi di stabilità per le Istituzioni ucraine si stanno facendo notare anche adesso. Specie tra i volontari dei vari battaglioni delle Forze Armate, il malcontento verso le Autorità centrali sembra diffuso. E ciò si è verificato, appunto, non appena ci sono stati degli “intoppi” nell’avanzata a est e si sono incontrate forze russe. Ricollegandoci al paragrafo precedente, questo conferma l’effetto destabilizzante per gli equilibri interni ucraini posseduto dalle forze russe. La partita si gioca quindi sul filo del rasoio perché, se tale instabilità aumentasse ulteriormente, nel migliore dei casi le nuove élite perderebbero il potere, mentre lo spirito di Euromaidan verrebbe praticamente messo da parte. Nel peggiore dei casi, la Russia potrebbe perfino ottenere una vittoria su tutta la linea, in questo caso rovesciando tutti i progressi pro-Europa fatti sino a ora a Kiev.

QUANTO VALE MARIUPOL (E DINTORNI)? – La minaccia russa è tornata a far paura in seguito alla recrudescenza delle ostilità nella zona di Mariupol. Nel corso della lunga crisi si è temuto più volte che la Russia volesse congiungersi alla Crimea anche via terra. Negli ultimi giorni questa ipotesi è stata riproposta in seguito al rilevamento di artiglieria semovente russa, che i satelliti statunitensi hanno fotografato nei pressi del confine. È probabile che tali pezzi abbiano contribuito attivamente con qualche salva d’appoggio per i ribelli, ma rimane tuttavia improbabile che i russi sperino realmente di annettersi una striscia di terra per collegare la Crimea al resto. Certo, l’isolamento della penisola è un fattore di debolezza e già appena dopo l’annessione furono stanziati fondi per la costruzione di un ponte a Kerch. Un ponte però è facilmente abbattibile in caso di conflitto e dunque l’esigenza di collegamenti via terra tra mainland e Crimea rimane. Il problema più grosso è l’estrema gravità della violazione del diritto internazionale che si compirebbe con la conquista ingiustificata di una striscia di terra, decisamente più grave dell’annessione della Crimea, dove perlomeno vi è una netta preponderanza etnica russa. Un simile atteggiamento renderebbe Mosca un partner sempre più temuto dagli altri Paesi al momento allineati (Bielorussia e Kazakhstan in testa), il che non faciliterebbe le cose per la sua politica estera. Le operazioni attorno a Novoazovsk e Mariupol potrebbero quindi essere un ulteriore metodo da un lato per allentare la pressione su Donetsk, dall’altro, invece, per incrementare la tensione strategico-politica su Kiev e Paesi occidentali.

IL CONFRONTO NATO-RUSSIA SULL’UCRAINA – Il periodo della guerra con la Georgia, nel 2008-2009, era anche quello della Rivoluzione arancione in Ucraina. Già allora, mentre la Russia distribuiva propri passaporti agli abkhazi e agli osseti del Sud, esistevano rapporti sul fatto che Mosca stesse compiendo manovre analoghe con i russofoni di Crimea, in caso di futuro problema su Sebastopoli, base della flotta russa del Mar Nero. Era in quegli anni che si presentò la questione del porto di Tartus in Siria come naturale alternativa. Poi Yanukovich riprese il potere e la cosa si calmò con nuove garanzie nei confronti di Mosca: un errore occidentale è stato pensare che, una volta ripresentatasi una crisi ucraina, la questione non risaltasse fuori in maniera simile, come infatti è stato. In generale, la Russia non vuole la guerra con la NATO. Ha agito infatti in Georgia e Ucraina, che non sono membri NATO, evitando così l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato Atlantico. Ma ha interessi da difendere e quindi interviene sapendo che neanche la NATO vuole la guerra con la Russia e che, senza la NATO, i Paesi bersaglio non possono vincere da soli (anche se in Ucraina non si è arrivati al conflitto convenzionale). In pratica la Russia gioca spesso sul fatto di proteggere i propri interessi mantenendo la percezione di minaccia contro Europa e NATO un filo sotto il limite che scatenerebbe la risposta armata diretta, sperando di causare una situazione “di fatto” che favorisca gli interessi russi e costringa l’Occidente a scegliere tra accettarla o combattere  sapendo che, se non supera certi limiti, la seconda opzione non verrà presa in considerazione. Quindi negazione dell’intervento russo, basso profilo delle forze sul campo, proposte diplomatiche patrocinate da Putin in persona, e altro. Del resto, l’esercito russo è stato riorganizzato per questo: non più una struttura mastodontica e pesante, ma una serie di brigate di prima linea agili e pronte a intervenire oltre confine per creare proprio quelle “situazioni di fatto” che favoriscano gli interessi russi senza scatenare alcuna risposta diretta.

QUATTRO PARTITE IN CORSO – In questo confronto si giocano però più partite. Quali? 

  • 1.Chi cede prima
  • 2.Non combattere
  • 3.Chi è in mezzo
  • 4.Dentro la NATO
La numero uno è chi cederà per primo politicamente ed economicamente fra NATO e Russia. Da parte NATO, le sanzioni sono una delle poche armi impiegabili in tal senso. Non perfette, perché creano danni anche a noi, ma una delle poche cose che fa male anche a loro. Il problema è che andare a sanzioni davvero decisive (finanziarie molto più pesanti), oltre che danneggiare la debole ripresa economica europea (abbiamo già parlato, inoltre, della contromossa russa in tal senso), significa mettere davvero in ginocchio il Paese e questo ha due problemi:
1) giustifica la narrativa di Putin di un Ovest cattivo che fa male, e contro il quale egli si erga a unico baluardo. Da questo punto di vista, però, Putin è rimasto imbrigliato nel suo stesso copione per mantenere l’appoggio interno e far accettare al Paese le dure conseguenze delle politiche aggressive. Ora che la popolazione russa, da quanto è dato sapere, non pare entusiastica quanto in occasione dell’annessione della Crimea, e non caldeggia l’annessione del Donbass, questa narrativa limita i compromessi che il leader russo può accettare di fronte alla propria opinione pubblica e pure nella scelta delle possibili soluzioni per la controversia.
2) Una Russia che crollasse davvero sotto il peso delle sanzioni sarebbe un nuovo enorme centro di instabilità e crisi perenne. Insomma, in questa situazione nessuno vincerebbe nel medio periodo (5-10 anni). C’è anche da dire che nel corso della crisi, prima che la situazione diventasse così calda, entrambe le parti non hanno colto le opportunità che si sono presentate di trovare una soluzione soddisfacente per tutti. Per esempio, un’Ucraina integra, neutrale e con un Governo che raccogliesse tutte le istanze mentre veniva avviato un processo di federalizzazione del Paese. Ora sembra non ci sia più spazio per soluzioni indolori: presumibilmente qualcuno dovrà cedere su qualcosa perché venga raggiunto un accordo.
La seconda partita è come evitare di combattere. E qui è la partita chiave ed estremamente delicata. Perché? Perché ci sono condizioni per le quali la NATO combatterebbe davvero. E altre per cui la Russia combatterebbe davvero. Quindi entrambe le parti giocano su una linea sottile dove devono continuamente stare attente a non superare il confine che l’altro considera come decisivo. Tutti l’abbiamo. Per la NATO, è ovviamente l’aggressione a un Paese NATO, perché non rispondere (eccetto per una cyber war, meno visibile e gestibile diversamente) avrebbe l’effetto di favorire ancora di più l’azione russa in Est Europa. Ed è qui il vero rischio: l’intera questione dipende dal più fragile degli aspetti: le percezioni.
Se la NATO mostra di essere divisa, non sicura di intervenire qualora la Russia andasse davvero oltre e, per esempio, ci provasse in Estonia, allora Putin, pur volendo evitare la guerra, potrebbe pensare di avere comunque lo spazio per un passo in più, immaginando che non ci sarebbe nessuna risposta vera. Se invece la NATO si mostrasse decisa, Putin probabilmente, volendo evitare la guerra, non compirebbe quel passo. Ciò che conta non è la decisione NATO di intervenire, ma la percezione russa di tale intenzione. Perché indipendentemente da quanto i Paesi dell’Alleanza atlantica sono intenzionati a fare, se Putin credesse che non interverranno, il passo potrebbe farlo. E se lui credesse che interverranno, il passo non lo farà. Che succederebbe se la sua percezione fosse errata? Putin potrebbe fare un passo che crede innocuo, per la NATO non lo è e la guerra inizia. Questa è la linea sottile sulla quale ci si muove. Il vantaggio è che l’Estonia, per proseguire l’esempio, pur avendo una consistente presenza di russofoni, non ha lo stesso valore strategico della Crimea e dell’Est Ucraina, quindi è discutibile che Putin sia interessato comunque ad agire lì. Ma al momento le due parti si stanno saggiando a vicenda e, come detto, sembrare (indipendentemente dall’esserlo davvero o meno) deboli e divisi incoraggia passi in più. Passi rischiosi.
La terza è il rapporto tra Russia, NATO, Balcani ed Europa dell’Est.
I Balcani rappresentano un’area dove sia la NATO che la Russia dovrebbero rassegnarsi a collaborare. Alcuni Paesi, Serbia in testa, hanno già ribadito che vorrebbero mantenere sia i rapporti con i Paesi occidentali che con i propri partner tradizionali a est, perché scegliere tra i due causerebbe gravi scossoni all’interno delle loro economie ancora in ripresa. Sembra anche un’opportunità, se la si volesse cogliere, per cominciare da lì. Però rappresenta anche una scelta di campo. Se l’UE (o la NATO) vuole la preminenza nei Balcani, deve dare rassicurazioni alla Russia che non le creerà preoccupazioni ulteriori nello spazio geopolitico occidentale di Mosca. La Russia ha interesse quanto gli Stati Uniti a sganciarsi e muoversi a oriente, ma non può farlo come vorrebbe finché sentirà (richiamiamo il tema delle “percezioni”) il “nemico” alle spalle.
Il discorso sull’Europa dell’Est è parente di quello sui Balcani e parte della stessa visione di insieme. La crisi ucraina torna tutto sommato utile ad alcuni Paesi europei che non vogliono che gli USA lascino il continente. Washington, dal canto suo, preme da almeno un decennio per un’Europa più indipendente strategicamente (fino all’ennesimo appello ad aumentare le spese per la Difesa e farsi carico di qualcosa in più), richieste cadute abbastanza nel vuoto, a livello macroeconomico. I Paesi dell’Est sono ovviamente quelli che più hanno bisogno di garantirsi che la NATO funzioni ancora e soprattutto che il gigante americano sia al loro fianco. Il “pivot to Asia” preoccupa molto le piccole e medie cancellerie “nordiche” e l’attiva Polonia (che invece piccola non è!).
I Paesi dell’Europa occidentale hanno posizioni più moderate e preferirebbero di gran lunga evitare l’argomento Difesa. Il loro territorio non è minimamente minacciato, i commerci con la Russia prima della crisi erano fiorenti. Certo, hanno fatto un po’ i “furbetti” con l’accordo di libero scambio, ma senza il pungolo dei Paesi dell’Est la risposta della vecchia Europa all’intervento russo sarebbe stata più remissiva, forse rinunciataria, pur di non portare il confronto sul piano strategico e dover affrontare lo scontento (spesso aprioristico, ammettiamolo) delle opinioni pubbliche (e questo Putin lo ha capito). In tutto questo gli USA hanno appoggiato l’Europa in Ucraina, forse proprio nel tentativo di metterla alle strette di fronte alle proprie responsabilità quando opera nello spazio geopolitico prossimo.
Tuttavia anche Washington ha sbagliato un po’ di calcoli e ha valutato male – o comunque con leggerezza  chi appoggiare in Ucraina e come, non aspettandosi di scoperchiare anche un piccolo vaso di pandora con dentro investimenti o intenzioni di investimento misconosciute e piani alternativi che portavano Kiev ad aprirsi anche verso l’Est asiatico per alleggerire la pesante dipendenza da Mosca. Un esempio su tutti, i rapporti economici con la Cina, alcuni dei quali non del tutto palesi, che hanno sorpreso anche la Russia e che sono diventati conosciuti in parte solo quando Yanuchovic, alle strette, ha messo tutte le carte sul tavolo (rivelandosi perfino meno filo-russo delle apparenze, a suo modo). In conclusione, un contesto opulento, variegato, appassionante. Ma che l’UE “potenza civile” mai veramente decollata ha più subìto che deciso. E le conseguenze di questo sono state pagate anche in sede NATO.
La quarta è un esame introspettivo da parte della NATO stessa. La crisi in Ucraina sembra aver riaffermato il ruolo della NATO quale Alleanza atlantica intesa come elemento di deterrenza e controllo dell’ingerenza russa in Europa. A partire da questa affermazione, possiamo già evidenziare alcune note che stonano fra loro rendendo l’insieme complesso e fumoso. La NATO nasce in un clima politico e strategico molto diverso da quello attuale, condizione impossibile da assimilare al quadro geopolitico odierno. Le azioni di Mosca in Ucraina, se avessero raggiunto l’ordine di gravità rivestito da quella che militarmente viene considerata una “minaccia” sul piano strategico all’Alleanza nel suo insieme, avrebbero scatenato una reazione molto più decisa da parte della stessa. Le dichiarazioni ufficiali emerse dal summit in Galles (rilasciate nelle due lingue ufficiali  inglese e francese  e in russo) sono condite da un uso smodato della terminologia classica della retorica della deterrenza.
Di fatto, però, non ci dicono nulla di eccezionale o di nuovo. Si richiama in modo più esplicito ai progressi nel campo della difesa missilistica portati avanti dall’Alleanza: tali programmi sono in vigore da più di un decennio e, diversamente da quanto lasciato intendere, non sono stati approvati d’urgenza. Nonostante fasi alterne legate alla disponibilità finanziaria dei Paesi promotori (principalmente gli Stati Uniti e i nuovi arrivati dopo l’ultima ondata di allargamento a est), non hanno mai subito battute di arresto vigorose. Il famoso Action Plan NATO-Russia (al momento congelato) aveva come oggetto la definizione di una serie di trattati bilaterali, tra cui naturalmente una partecipazione di Mosca al progetto di difesa missilistica di cui sopra (in chiave “anti-Sud virulento”, Iran in testa). La creazione di una Forza di reazione rapida interna alla NATO, dotata di flessibilità e capace di rispondere alle crisi alle porte dei confini dell’Alleanza, era un progetto di cui i vertici discutevano già da tempo, in linea con gli obiettivi strategici definiti a Lisbona e poi a Chicago: sicurezza cooperativa e crisis management. A una prima analisi, la reazione della NATO alla situazione in Ucraina appare forte sul piano formale, ma poco insistente e decisa su quello sostanziale. Se da un lato questo è indice dell’impasse politica che sta attraversando l’Alleanza (molti lo definirebbero più una crisi di identità), dall’altro si riscontra un tentativo di presa di posizione verso un’area geografica storicamente funzionale all’Alleanza stessa. Sicuramente, l’allargamento ha aumentato esponenzialmente la pressione dei Paesi dell’Est all’interno del consesso atlantico.

CONCLUSIONI – La crisi in Ucraina si è accresciuta per dimensione e impatto sulla comunità internazionale giorno dopo giorno. La crescente polarizzazione del conflitto ha portato a un generale irrigidimento delle posizioni e, di conseguenza, ha favorito lo stallo politico che caratterizza queste settimane. Tutto ciò ha spesso messo in ombra, di fronte alle opinioni pubbliche, quanto in sede di negoziato, la complessità dei fattori che hanno creato e ancora guidano le dinamiche interne e internazionali dell’Ucraina, la cui sorte come Paese rimane incerta. Lo sforzo di comprensione da parte di tutti gli stakeholder dovrebbe andare quindi oltre il paradigma “noi contro loro” in modo che, qualunque sia l’assetto futuro dell’Europa orientale, nessuna delle parti coinvolte ne esca del tutto sconfitta e frustrata e, di conseguenza, bisognosa di riscatto e di nuovi rimescolamenti di carte. Le vicende ucraine insegnano che questi ultimi raramente sono indolori. I decision maker attuali non possono essere miopi in tal senso e dovrebbero sedere ai tavoli negoziali puntando a visioni di lungo periodo solide e basate su spirito costruttivo/inclusivo – piuttosto che possessivo  dello spazio geopolitico a est dell’Europa.

 

Approfondimenti

Sembra facile...

Sembra facile...

Questa analisi si riferisce alle condizioni attuali. Come spesso accade, nessuna previsione può essere considerata esatta al 100% in contesti ricchi di avvenimenti e attori coinvolti e, soprattutto in rapida evoluzione. È possibile quindi ipotizzare che, se le condizioni di base si modificassero, ci saranno anche dei “worst case”, prospettive limite peggiori. Per esempio, se le accuse di violazione del suolo ucraino diventassero troppo forti da parte della comunità internazionale e la Russia si trovasse a rendere conto della campagna di Crimea come violazione del diritto internazionale, Mosca, che non ha intenzione di cedere nuovamente la Crimea, potrebbe reputare utile – a parità di violazione – prendere un’ulteriore striscia di terra. La libertà di passaggio verso la Crimea, in qualche modo, potrebbe anche essere richiesta in sede negoziale, con o senza occupazione. Ma se le truppe russe la occupassero, anche senza intenzione di tenerla, si potrebbe poi negoziare il ritiro in cambio di tali assicurazioni e quindi a un prezzo basso e già messo in conto. Ovviamente questo è un “what if” e non è la soluzione più probabile, ma non si può scartare tout court.

I russi al confine

I russi al confine

I dispiegamenti russi al confine nelle varie fasi della crisi non rispondono a un possibile piano di invasione con obiettivo Kiev, ma potrebbe servire alla finalità di occupare i territori filorussi a sostegno dei ribelli. A tal proposito bisogna spostare un attimo l’attenzione sul fatto che numerosi osservatori occidentali considerano l’esercito russo come un gigante lento e obsoleto, quando in realtà molte cose sono cambiate. La riforma iniziata nel 2008 ha visto il superamento della dottrina della mobilitazione di massa, la riduzione dei distretti, lo snellimento della catena di comando e una sorta di “occidentalizzazione” che vede nelle brigate il fulcro delle attività operative. Con tutti i limiti ancora esistenti (per esempio leva e coordinamento tra Forze Armate) l’esercito russo è molto più snello e mobile di prima. Per questo motivo lo schieramento di parà (anche se organizzati in strutture divisionali pesanti) e forze leggere che hanno goduto di un buon addestramento medio potrebbe costituire non solo un deterrente, ma anche rispondere a una dottrina di “rapid dominance” alla russa, grazie alla indiscussa superiorità aerea che ci sarebbe in caso di intervento diretto. Probabilmente la prosecuzione di questa crisi dipenderà dalla capacità o meno dei ribelli di sconfiggere l’esercito ucraino con l’appoggio indiretto russo (deterrenza data da forze schierate al confine e “volontari”) e da quanto si irrigidiranno NATO e UE.

Volete davvero usare la forza?

Volete davvero usare la forza?

Il messaggio di fondo dell’operato russo si potrebbe leggere, un po’ ironicamente (ma non troppo) come: “Sì, certo, non bisogna combattere, ma ora siamo lì e non ce ne andiamo, quindi o troviamo un compromesso oppure ci scacciate solo con la forza. Volete davvero usare la forza?”. Un espediente non particolarmente raffinato, tutto sommato, sennonché la NATO e ancor più l’UE si sono talmente tanto disabituate a giochi della tensione di questo genere da essere rimasti politicamente in impasse per settimane, una tempistica non congeniale alle rapide evoluzioni di un confronto strategico.

NATO e Russia...

NATO e Russia...

È doveroso specificare, spiegando i rapporti di forza tra NATO e Russia, che questi non sono più così lineari, perché, nel pur goffo tentativo di inclusione della Russia nel discorso internazionale da parte dei Paesi occidentali, si sono venute a creare delle interdipendenze politiche ed economiche che sconsigliano a entrambi – NATO e Russia – la risposta militare “full scale” e quindi ciascuno si sente relativamente tranquillo di poter ancora tirare la corda. Peraltro, l’isolamento della Russia non potrebbe essere perseguito come venti anni fa, se non nel solo breve periodo (1-5 anni). Certo, la Russia, in un primo momento, avrebbe una nuova flessione verso il basso delle proprie performance economiche (discorso a parte meriterebbe cosa succederebbe a livello politico), ma Mosca non è più isolabile. Al contrario è diventata appetibile per attori alternativi (Cina, India, America Latina, alcuni Paesi del Sudest asiatico) sia come provider di energia che come fornitore di armi, ma anche come terreno vergine cui indirizzare investimenti diretti. Insomma, nel medio-lungo periodo (15-20 anni), senza la concorrenza europea e statunitense in Russia, si potrebbe (il condizionale è tuttavia d’obbligo) creare un “blocco alternativo” favorito proprio da atteggiamenti poco ponderati a ovest senza considerare la crescente importanza dell’Est.

Sanzioni? Che sanzioni?

Sanzioni? Che sanzioni?

Le sanzioni sono un’incognita da ambedue le parti. Le traballanti economie europee non si possono permettere più della Russia di tirare avanti a tempo indeterminato e con successivi inasprimenti. Dato il livello di attenzione che la crisi finanziaria ha portato sugli indicatori economici, l’Europa rischia di accusare i rimbalzi negativi delle sanzioni che ha imposto più di quanto i russi possano accusare le sanzioni stesse. Un fatto di “sensibilità” più che di danno reale (che però arriverebbe comunque nel medio periodo). Tuttavia, per le opinioni pubbliche nostrane, qualunque cosa l’UE infligga a Putin economicamente (e il rimbalzo sulle nostre economie) è più giustificabile di qualunque risposta militare, anche simbolica, e che comunque costerebbe. Insomma, se si provasse a includere una risposta militare tra le opzioni a disposizione i partiti populisti ed euroscettici italiani, inglesi o tedeschi troverebbero una gigantesca cassa di risonanza per far accrescere i propri strali aprioristici – e la presa che essi hanno sulla popolazione – contro NATO e Unione europea. Quindi, le difficoltà a trovare un accordo tra NATO e Russia sull’Ucraina passano anche per la differenza di approccio strategico. È come un dialogo tra sordi. UE e USA cercano di portare Putin in campo economico, dove sanno che è più debole; Putin cerca di portare il confronto su toni strategici, dove sa di avere un vantaggio relativo. In sintesi, quello che annotiamo oggi, a nostro modo di vedere, non è un degrado della situazione generale, ma un aggravamento dello stallo politico.

Inoltre, si fanno strada in questi giorni, in Europa, opinioni invitanti Kiev a rassegnarsi alla perdita delle regioni a est. E non pochi, nella NATO stessa, dietro le quinte, potrebbero valutare che i propri interessi primari (in un momento in cui anche il Medio Oriente si fa sentire) non passino dal Donbass e da Kiev. Certo, il problema per i Paesi occidentali oramai è dell’eventuale perdita di credibilità che dovrebbero sopportare, ma la situazione se la sono creata da soli volendo giocare con il Cremlino, sfidandolo nel cortile di casa, ma non volendo investire troppe risorse in questo.

Tutti a bordo?

Tutti a bordo?

I Paesi europei più a ovest e con gravi lacune di pianificazione strategica (Italia, Spagna, Grecia) potrebbero non “andare in guerra per l’Estonia”, in barba all’articolo 5, o perlomeno tergiversare, esitare, in termini bellici perdendo iniziativa strategica. Se Putin questo sentore lo avesse avuto, in qualche maniera, la NATO, sebbene ancora credibile militarmente nel suo complesso, si troverebbe con un gap di credibilità politica davvero drammatico.

 

La Redazione

Questo contributo è stato creato grazie all’impegno collettivo del team di Miscela Strategica. Hanno partecipato, in ordine alfabetico: Marco Giulio Barone, Emiliano Battisti, Emma Ferrero, Lorenzo Nannetti, Giulia Tilenni, Francesco Tucci, Matteo Zerini

Foto: in alto snamess ; a centro pagina: il meeting NATO a Newport

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3 commenti

  1. Alessandro Magrini

    …. per un raffronto con possibili ricorsi storici http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_Crimea

  2. WorriedAbout Bunbury

    un articolo molto interessante, complimenti! La trovo tuttavia carente dal punto di vista dell’analisi delle mosse e degli interessi Nato. Non dimenticate infatti che la crisi è stata provocata principalmente dal costante allargamento della Nato ad est.

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